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Puoi leggere, leggere, leggere. Pier Paolo Pasolini. Vie Nuove n. 27, 8 luglio 1965


Pier Paolo Pasolini nella sua casa di Via Eufrate 9, 1965 © Ezio Vitale/Tutti i diritti riservati


Caro Pasolini, sei la terza persona «che scrive sui giornali» a cui scrivo. Sai, sono una ragazza di 18 anni; a 14 anni scrissi a Liala, a 16 a Candida, adesso scrivo a te. Buffo vero?


Tranquillizzati, non è per il consiglio amoroso, come nei due casi precedenti, credo proprio che a 18 anni l’amore non possa essere consigliato. Non lo so perché ti scrivo: forse perché sono un’incosciente, pensa che fra 10 giorni avrò gli esami di Stato ed io perdo le serate a scriverti. Stasera era destinata a filosofia, ma ho cominciato a leggere «Vie Nuove» ed addio studio.


Come ti ho detto studio, non so come andranno gli esami, ma sono stata ammessa con otto, e quindi non ho un gran che di paura. Faccio la IV magistrale; gli altri mi giudicano una ragazza strana, io credo di esserlo perché non ho le cose che ha la gente normale. Ma questo non c’entra. Io voglio solo dirti che i miei genitori hanno sudato sangue per questo diploma, anch’io ho faticato e li resi felici passando tutti gli anni. Adesso sono alla fine. Alla fine di che?


Dopo il diploma, insegnerò, sarò una maestra senza vocazione e senza scampo. Eppure ho tanto sognato di fare l'università, di vivere una vita diversa, di poter dire anch’io una mia parola, ma adesso?


Tutto qui: semplice, chiaro, ma per me è tremendo.

Vedi io ho studiato, e sono riuscita bene, perché ho studiato volentieri, perché per me studiare è stata la mia più grande soddisfazione.

Ieri il mio professore di lettere, mi ha detto che non devo smettere, «sarebbe un peccato interrompere così la tua cultura».

Già, ed io cosa dovevo dirgli, che quando spiega Dante mi sento morire dentro, che quando legge Leopardi vorrei annullarmi, che vorrei conoscere, conoscere anch’io, che vorrei «fare», che vorrei gridarglielo a mia madre che per me è come morire restare in questo paese... ma forse lui lo sa tutto questo; ma non sa che a casa ho due vecchi che aspettano le mie prime mille lire per potersi riposare un po’, che mi vergogno ad andare alle feste dei miei amici sempre con lo stesso vestito, che vorrei offrire al mio ragazzo capelli sempre profumati, ma andare dal parrucchiere costa caro!

Mio padre è comunista, è logico che lo sia, di quei comunisti caparbi che vedono solo da quel punto di vista: eppure non è arido, io lo ammiro; lui era come me, giorno per giorno i suoi ideali sono crollati ed ora, a volte, lo giudico gretto e meschino, ma lo ammiro.

A 30 anni si è ritrovato senza lavoro, con 2 figli, ma ci ha fatto studiare; ed è commovente quando cerca di spiegarmi Marx dicendo che «sui libri di scuola, non è il vero Marx». Io gli voglio bene capisci: basterebbe che gli dicessi: «Babbo, fammi fare l’università, perché io voglio studiare e perché mi sento come uno che ha saputo un poco e vuol sapere tutto» e lui lo farebbe, venderebbe anche la camicia. Ma posso permetterlo, dimmi, ho il diritto di farlo?...

C’è chi mi dice che con le borse di studio si può fare benissimo l’università: già, ma devo anche aiutare mio fratello a finire di studiare: i soldi chi me li dà?

Ma non voglio fare i soldi, voglio solo studiare, ma è una pretesa assurda, nella società di oggi.

Se, per poter studiare, bisogna appoggiarsi ad un’ideologia sociale e se questa è il comunismo, io, da oggi, sono comunista.


Anna - Certaldo (Firenze)



Cara Anna, mi chiedi di entrare nel delicato intrico che è questo momento della tua vita. Vi entro da estraneo. Come un turista che va a visitare una città colpita da una epidemia, sicuro di non ammalarsi perché preventivamente vaccinato. O come un giornalista che va a fare un’inchiesta in qualche quartiere abbandonato a se stesso, senza strade. Sia il turista pietoso che il giornalista curioso quando riprenderanno la loro strada, avranno soddisfatto alla loro pietà e alla loro curiosità. Ma avranno compiuto un dovere tutto sommato vano. Così vano mi sento io nel rispondere alla tua lettera tanto «necessaria». Cerca di considerare come fatale una certa fatuità delle mie parole: io non ti conosco se non per quel tanto che posso capire dalla tua lettera. È poco, se si pensa poi, che nella vita, si arrivano a conoscere davvero solo due o tre persone. E forse neanche!

Il consiglio di prima istanza che ti darei (non valevole, e questo è male, per te, in quanto te, in quanto irripetibile caso, ma valevole in generale) è questo.

Pretendi da tuo padre e da te stessa di continuare gli studi. Tuo padre sarà felice di questa tua pretesa. L’ho detto tante volte, in questa rubrica: il sacrificio, l’angoscia non sono mai aprioristici, e ogni volta che si affrontano è come se fosse la prima volta, e non c’è esperienza né nostra né altrui che valga qualcosa. Perciò il sacrificio e l’angoscia economica che chiedi a tuo padre saranno reali, non ci sarà modo di addolcirli, di eluderli. Questo farà sì che probabilmente tuo padre non avrà chiara coscienza, subito, «di essere felice della tua richiesta». Se ne accorgerà alla fine. Perciò tutto il peso è sulle tue spalle. Ma se tu desideri veramente studiare, e lo studiare per te rappresenta una ribellione alla necessità idiota e crudele che ti impedisce di farlo, ci riuscirai.

Può darsi tuttavia che la tua volontà a studiare non sia così vera e sincera. Può darsi che sia un alibi per mascherare il tuo avvilimento e la tua umiliazione a non poter continuare a studiare normalmente e agevolmente. E allora devi inventare davanti a te stessa la scusa del sacrificio dei tuoi. Non ti faccio assolutamente un rimprovero: voglio semplicemente aiutarti a chiarire la tua reale posizione. E allora devo usare una certa crudeltà (come quella dei medici). Se dunque la volontà a studiare è un alibi, e si tratta invece semplicemente del dispiacere passivo di non poter studiare, allora devi affrontare la situazione in un altro modo. Accettando cioè il fatto di essere socialmente abilitata a fare la maestra: questo ti apre una strada, e non te ne preclude un’altra.

La strada che ti apre è quella di insegnare. Ora, nello stato di abbandono, di miseria, di conformismo, di confessionalismo, in cui si trova la scuola italiana, essere una brava maestra è moltissimo. Alla fine della tua carriera potrai dire di avere messo sulla strada giusta, o almeno di avere tentato di metterli, centinaia e centinaia di ragazzi. Posso riferirmi a un’esperienza personale? Anch’io per due o tre anni ho insegnato alle medie: posso dire che, come effetto minimo, nessuno dei miei scolari è oggi un anticomunista (e molti, per famiglia e educazione, avrebbero potuto esserlo): e molti hanno capito certe verità essenziali e elementari che si porteranno dietro per sempre.

La strada che il fare la maestra non ti preclude, è quella di continuare a studiare per conto tuo. L’università serve soltanto a prendere una laurea, non certo a dare una cultura. Tu puoi fare da sola, con la tua passione, molto meglio della grande percentuale dei pigri e svogliati iscritti a lettere. Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

Io spero però che la prima eventualità che ho prospettato sia quella reale. Lo spero, perché la mia indole mi fa provare antipatia per le rassegnazioni e le rinunce.

Quanto al resto devi affrontare i problemi spinosi della tua vita di ragazza non ricca, coraggiosamente. Ora, il coraggio che si alimenta di se stesso, inaridisce. Il tuo coraggio deve far parte di quell’atto di coraggio collettivo che è, per dei piccoli borghesi (come tu e io siamo) il partecipare alla lotta di classe, il porsi una prospettiva, non dico rivoluzionaria, per non intimidirti, ma aspramente e strenuamente critica (non moralistica). Ti faccio affettuosamente l’augurio di avere e di voler avere questo coraggio.

Pier Paolo Pasolini. Vie nuove n. 27, 8 luglio 1965

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