MOSTRI E MOSTRICIATTOLI, dal Diario del caso lavorini. Pier Paolo Pasolini, 10 maggio 1969. Pubblicato su «Tempo».
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- 11 mag
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Nel suo “Diario del caso Lavorini”, Pier Paolo Pasolini interviene con lucidità e durezza contro il clima di isteria collettiva che accompagnò uno dei casi di cronaca più sconvolgenti dell’Italia degli anni Sessanta. Pasolini non si limita a commentare il delitto: mette sotto accusa il modo in cui stampa, istituzioni e opinione pubblica trasformarono la vicenda in una vera e propria caccia alle streghe. Nel mirino finiscono i giornalisti sensazionalisti, i Carabinieri incapaci di sottrarsi alla logica burocratica, il moralismo provinciale della società viareggina e persino il silenzio della sinistra giovanile, che egli giudica colpevolmente assente davanti a un caso segnato da pregiudizi e discriminazioni.

MOSTRI E MOSTRICIATTOLI
Nell’«affare Lavorini», ancora non del tutto chiaro — mentre scrivo — ma che si presenta, in sostanza, «così come io l’avevo previsto», in questa stessa rubrica, alcune settimane fa, risultano significativi i seguenti punti:
L’uomo medio — ossia l’opinione pubblica — rappresentata e, direi, officiata dai giornali, richiede ancora, come nel profondo dei millenni, il «capro espiatorio»: sente, cioè, il bisogno del linciaggio. Le vittime da linciare continuano a venire regolarmente cercate tra i «diversi»: siamo ancora, in altre parole, nel pieno della civiltà himmleriana. I Lager aspettano.
Il «diverso» (criminale, omosessuale, povero o meridionale: queste sono le attribuzioni della vittima da linciare regolarmente cercata) si configura come «mostro».
Dietro al «comportamento» dei ragazzi viareggini incriminati e dei loro amici ci sono tre punti fermi: la loro scelta politica (reazionaria: partito monarchico); la loro rieducazione in istituti, appunto, di rieducazione; il ricatto.
Il primo punto è irrilevante: quella compagnia di Viareggio poteva benissimo bazzicare un ritrovo per ragazzi (flipper ecc.) repubblicano, socialista o comunista. Ragazzi che rubano, hanno cattive amicizie, si prostituiscono ecc. hanno anzi, spessissimo, e in modo tutto sommato onesto e simpatico, un credo politico operaio.
Il secondo punto è fondamentale: le «scuole di rieducazione» sono un vero centro per la diffusione della criminalità. Qui la criminalità perde la sua — come dire — innocenza, incolpevolezza (derivante dalla determinazione sociale, che crea una «natura», appunto, a suo modo innocente e incolpevole), e acquista caratteri piccolo-borghesi, perché della piccola borghesia acquisisce, dall’esterno, la morale. Tale morale non serve affatto a una rigenerazione, ma diviene il fondamento ideologico «negativo» della criminalità stessa.
Il terzo punto, il ricatto, dimostra puntualmente questo. A un ragazzo delinquente che viene direttamente da un mondo povero (escluso: con le sue regole morali e di comportamento autoctone, soprattutto nel sottoproletariato romano e nel Sud) non verrebbe mai in mente di fare un ricatto. Tale cosa gli viene in mente o dopo essere stato in un istituto di rieducazione o dopo essere venuto in contatto diretto col mondo piccolo-borghese.
Infatti il ricatto è fondato sul terrorismo piccolo-borghese: sul suo moralismo, sulla sua ipocrisia, sul suo comportamentismo divenuto norma intrasgredibile (se non a costo della perdita della cosiddetta buona reputazione e quindi del posto in società).
Oserei consigliare ai tanti autorevoli ispettori e alle tante onorevoli ispettrici, così pieni di slancio umanitario, di fare una seria indagine statistica su quanto ho detto. Predìco sommariamente i risultati di tale statistica: il ricatto è un mezzo usato per almeno il settanta per cento dai ragazzi che sono stati negli istituti di rieducazione; il ricatto, nell’Italia del Nord, è un mezzo usato almeno tre o quattro volte di più che nell’Italia del Sud.
La presunzione che esista l’«innocenza» (correlativo «contrario» della mostruosità). Dal seguito delle indagini a Viareggio risulterà che tale innocenza non esiste, e che nessuno è angelo vittima del diavolo.
La vigliaccheria della stampa (non posso accusare nessuno di persona: prima di tutto perché non sono un accusatore; e poi perché anche i singoli giornalisti sono vittime o della propria ignoranza — un minimo di letture, Dio mio! — o dei propri obblighi di mestiere: lo stipendio).
Tuttavia la stampa ha contribuito «massicciamente» a creare l’ambiente di caccia alle streghe di Viareggio. E anche i giornali di sinistra hanno portato acqua al mulino dell’orrendo «comitato dei padri», di cui siamo debitori a un giornale romano fascista.
Da tutto questo si deduce che dunque il cittadino piccolo-borghese medio, che cerca i «mostri», rimanendo poi regolarmente — quando non faccia in tempo a linciare prima — con un palmo di naso, è in realtà lui, il mostriciattolo.
Onde, biblicamente, le maledizioni divine.
P.P. PASOLINI, MOSTRI E MOSTRICIATTOLI, dal Diario del caso lavorini, pubblicato su «Tempo», n.19, 10 maggio 1969, ora SPS, pp.1207-1208.


