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Pasolini corsaro e nipote di Gadda. I due letterati a confronto, un testo del 1990.


Pier Paolo Pasolini con Carlo Emilio Gadda in un ricevimento. Anni Cinquanta © Giuseppina Liberati. Collezione/Fondo Riccardo Ricciardi Editore/Tutti i diritti riservati

Sono riapparsi in libreria due saggi che illustrano ai massimi livelli la letteratura polemica e pamphlettistica italiana dei nostri tempi. Si tratta del gioiello di Carlo Emilio Gadda “Eros e Priapo”, e degli “Scritti corsari” stesi da Pier Paolo Pasolini, poco prima di scomparire nel 1975. Editore di entrambi è Garzanti, nella collana economica degli Elefanti.


Naturalmente è possibile stabilire nessi di continuità e di parentela, tra l’un libro e l’altro, per la buona ragione, scorta già trent’anni fa circa da Alberto Arbasino, che Pasolini è senza dubbio un “nipotino dell’Ingegnere” (Arbasino accomunava nella felice definizione Giovanni Testori e se stesso). Ma i fili della discendenza non mancano di ingarbugliarsi, e di dar luogo a strane, inopinate opposizioni simmetriche.


Quello che accomuna senz’altro i due, è il carattere eccessivo, smodato, secondo cui impostano le rispettive polemiche, ma ciò sembra in qualche modo dovuto al “genere” stesso che frequentano con tanta maestria. Nel caso del primo, di Gadda, è poi facile e doveroso approvare un tale eccesso, dato che si rivolge a un obiettivo polemico più che degno di tanta “vis”.


Come è ben noto, l’Ingegnere attacca, appunto con sconfinata virulenza aggressiva, il Duce e il suo regime ventennale. Il ritardo con cui la denuncia è redatta (a metà degli anni Quaranta, quando il regime è ormai alle ultime battute, o già crollato) non fa che rinforzarne l’asprezza, forse per una sorta di pentimento dell’autore per non averla redatta prima. Ma al di là della violenza, conta l’originalità degli strumenti su cui essa si basa. Gadda infatti, in quell’occasione, utilizza con molta precisione le armi della psicanalisi freudiana. Il Duce sarebbe stato colpevole di aver costituito un enorme modello priapico, per la masa degli italiani, bloccandone così la crescita, la maturazione, il passaggio a un’età adulta e responsabile. Il loro eros si sarebbe fissato nell’immagine “fallocentrica” del Gran capo, sottoposta a un’adorazione sfrenata, così da cancellare fini utili e costruttivi:quei fini che si possono alimentare solo sottraendo qualche quantitativo di “libido” agli obiettivi erotici, e intraprendendo la via della rinuncia. In sostanza, Gadda accusa gli italiani di essere incorsi in una incredibile stagione di immaturità.


Di tanta immaturità, secondo il referto implacabile del redatto dell’Ingegnere sarebbero state colpevoli soprattutto le donne; di qui un risvolto di acre misoginia, che del resto compare in altre opere gaddiane. E in fondo “Eros e Priapo” non manca di mostrare la sua ambizione a porsi come fulcro teorico dell’intero “sistema Gadda”.


Con al conseguenza che discende dai caratteri stessi della diagnosi: se il male è stato la fascinazione narcisistica promanante dal Capo, il rimedio non può che essere una severa via di rinuncia, consistente in ciò che, nei soliti termini freudiani, prende il nome di sublimazione.

Dalle pagine del pamphlet, insomma, viene l’ordine perentorio a sublimare, a resistere alle attrazioni libidiche, vengano esse in forma diretta dalle donne, o in via più subdola e trasposta dal fascino del potere. Questa via ascetica fa tutt’uno col tradizionale insegnamento “lombardo”, illuminista-positivista di cui Gadda si sente portatore.


Ma, per sua e nostra fortuna, scatta una felice contraddizione, in questo come in ogni altro scritto dell’Ingegnere. In fondo, se fosse fedele fino all’ultimo a una tale impostazione, egli dovrebbe ricorrere a un linguaggio limpidamente denotativo, magro e funzionale.


Qui invece, più che mai, egli si dà alla ben nota scorpacciata linguistica, per cui il “messaggio”, invece di essere pronunciato in termini univoci, viene “provato”, voltato, mimato attraverso tante chiavi.


È come se lo scrittore lo volesse far risuonare, alle sue e alle nostre orecchie, in mille modi diversi, quasi non fidandosi di una sola formulazione. In un certo senso, si potrebbe dire che l’eros, invano esorcizzato, si vendica filtrando, tracimando oltre le censure erette per contenerlo.


Pasolini scrive più di trent’anni dopo, e non può non tener conto di enormi cambiamenti. Il fascismo contro cui tuonava il maestro appare ormai remoto, sostituito da un fascismo più insinuante ma onnipervasivo, costituito dalla società dei consumi, che pure è guida democratico-parlamentare. Ma l’omologazione, la fascinazione esercitate sulle masse, osserva Pasolini, sono divenute ancor più pesanti.


Fin qui, dunque, saremmo al chiaro rapporto di derivazione, con estensione quasi quantitativa, ma con conferma sostanziale. E anzi, un Gadda redivivo avrebbe potuto venire in appoggio al ”nipotino” osservando come la sua propria tesi centrale continuasse a reggere: l’attuale società dei consumi è fatta di una “folla solitaria” che ha esteso i propri modelli narcisistici, ma nel rispetto dei medesimi meccanismi psichici.


E tuttavia le conseguenze che i due ne traggono diventano a un tratto pressoché opposte: Gadda denunciava un’invasione di irrazionalismo, e contro di essa esortava a un linguaggio “illuminista”. Pasolini invece paventa un livellamento, un appiattimento anestesici, e quindi dovrebbe invitare a usare un linguaggio “poetico”. Si sa che invece i suo “scritti corsari”, anche per la buona ragione che uscivano su organi di stampa (molti di essi furono concepiti per queste stesse colonne), si affidavano a una limpiada comunicazione verbale, rigorosa e incalzante, assai lontana dai laboriosi tormenti espressionistici di Gadda.


Se vogliamo una conclusione, e una morale, a questa storia incrociata di confronti, potremmo dire oggi ci serve la diagnosi del secondo, ma il rimedio fornito dal primo. Certamente la società dei consumi ha vinto, e del resto era giusto, inevitabile, passare per una simile fase di unificazione, che in definitiva ha dato a ciascuno mezzi e strumenti, almeno in ordine quantitativo. Ma, raggiunto quel “minimo garantito”, ora ciascuno deve ripartire per acquisire una nuova ricchezza di strumenti, flessibili, vari, pubblici e privati, affettivi e razionali. E di tale traguardo, ricco, polimorfo, Gadda è maestro e modello assai più del “nipotino”, colpevole forse proprio di averlo seguito troppo sulla via della limpidezza comunicativa: quella via che Gadda predicava, ma si guardava bene dal percorrere lui stesso.


Renato Barilli “Pasolini corsaro e nipote di Gadda” in “Il Corriere della Sera” sabato 5 maggio 1990, p.3
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