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Pasolini e l'America. Convegno nella Yale University (1980)


Pier Paolo Pasolini nello shooting a New York (1966) © L’Europeo / ArchivioRCS / Duilio Pallottelli / Riproduzione riservata


Che cosa può trasmettere a una cultura non unitaria, come quella americana, il messaggio poliedrico di un Pier Paolo Pasolini? La sua figura sconcertante è solo l'emblema di un mondo lontano e diverso, da analizzare come un reperto esotico? Oppure certe sue intuizioni e il suo dramma forniscono qualche chiave di lettura per i problemi aperti nella, più contraddittoria e vitale realtà contemporanea? Insomma, che cosa dice all'America di oggi quel tanto di transnazionale che c'è sempre in ogni autentico artista e in ogni autentico politico, quale Pasolini incontestabilmente fu? Ecco alcuni dei temi obbligali per un convegno italo-americano di intellettuali su una figura torreggiante dell'intellighenzia nazionale contemporanea?


Parlare di America alla scoperta di Pasolini sarebbe però fuori misura per il convegno pasoliniano promosso dall’Istituto italiano di cultura di New York e dal dipartimento italiano dell'università di Yale.


Tra i cangianti colori autunnali del Connecticut così antitetici rispetto alle lugubri linee pseudo-neogotiche della Yale University, si sono raccolti solo addetti ai lavori. Forse non poteva che essere cosi. Ma il guaio è che gli addetti a questo tipo di lavori qui sono pochi: titolari e assistenti delle cattedre di letteratura italiana, di una mezza dozzina di università statunitensi, con Luigi Ballerini (New York University), Paolo Valesio (Yale) e Umberto Eco (Yale) in funzione preminente; studenti e borsisti di italiano residenti in una delle università-faro degli Stati Uniti (Yale dista 150 chilometri da New York), quei pochi studiosi e specialisti che in America sono attraili dall'opera di un intellettuale italiano che ha lasciato un segno nella poesia, nel cinema d'autore, nella saggistica, nella narrativa, nella filologia, nella pubblicistica politica.


L’interrogativo «che cosa dice Pasolini all’America?» poteva e forse doveva essere il ale del convegno, ma è apparso peregrino, soprattutto alla componente americana. Ed è paradossale constatare che gli americani o non si ponessero il problema o ne negassero il fondamento. Come risulta addirittura dal titolo un po’ troppo giornalistico che Barth David Schwartz, l’autore che sta per pubblicare una biografia dell’artista, ha dato alla propria relazione: «perché gli americani non capiranno mai Pasolini».


A questa domanda retorica Schwartz ha risposto con l'elencazione lapalissiana delle differenze che si possono cogliere tra due culture, due società, due mondi, da nessuno in verità appiattiti su pretestuose analogie. Altri studiosi, e segnatamente Louise Barnett, che ha riferito su «Pasolini in USA» hannno offerto un rendiconto scrupoloso dei pochi scritti che la cultura americana ha dedicato alle opere del nostro autore. Grazie a questa ricostruzione, confortata da uno degli innumerevoli computer in azione nelle università e nelle biblioteche degli Stali Uniti, si può parlare di un grande sconosciuto, salvo per qualche film e in particolare per il «Vangelo» o di un grande misconosciuto dal momento che quel poco di stampa americana che è attenta al mondo esterno, di Pasolini ri occupava solo in quanto oggetto di scandalo.


Poiché questo era il punto di partenza, un convegno che si prefìggesse davvero una scoperta americana di Pasolini o mirasse a pungolare una cultura che è troppo ambiziosa perché le si possa perdonare l'ignoranza, presupponeva un lungo lavoro di preparazione nei confronti dei circoli intellettuali disponibili o più avvertiti. Invece si è rimasti in un ambito troppo accademico e si sono trascurate potenzialità di ascolto più vaste.


Molti dei contributi forniti dagli studiosi italiani che hanno maturato il loro curriculum negli atenei americani sono dignitose o pregevoli espressioni dello specialismo universitario. Non che in questi saggi mancasse la passione ideologico-polilica pasoliniana, ma tutta la loro ispirazione tradiva uno sforzo di fedeltà a tendenze, scuole, aggregati dì potere (universitario, si intende) propri della nostra cultura accademica. Certamente arricchiranno la bibliografia pasoliniana, ma potrebbero essere stati prodotti a Tokyo come a Budapest, dato che non hanno specifico referente nordamericano.


Più mordenti sul dibattito politico e culturale, le relazioni degli italiani provenienti dall'Italia (Alberto Moravia, Enzo Siciliano, che è fra l'altro il maggior biografo di Pasolini, Lucio Villari ed Enzo Golino) forse anche per la loro estraneità al « pasolinismo della cattedra» che aleggiava sul convegno. L'ottica di questi discorsi era in apparenza tutta italiana, ma forse proprio per questo è risultata capace di fornire anche i referenti della relativa universalità di Pasolini. Il suo essere stato con Leopardi (questo il tema di Moravia) forse il solo grande poeta civile dei tempi moderni espresso da una cultura italiana fortemente segnata, come quella ebraica, dalla riflessione e dal rimpianto nostalgico delle grandezze passate (nel caso nostro: la romanità e il rinascimento). La riproposizione, fatta da Golino, del «grande intellettuale di destra del quale la sinistra non può fare a meno». La contestazione di questo leitmotiv tipico di una certa intellettualità radicale, fatta da Siciliano grazie a una lettura pasoliniana del Pasolini che soffrì con lucida consapevolezza la propria solitudine e irrise alle etichette e ai cataloghi, essendo I’intellettuale e il politico più antischematico della nostra epoca. Il valore del tutto attuale (Villari) di una polemica attorno al pasolinismo: polemica essenziale per intendere un pezzo della nostra storia, non soltanto culturale, degli anni del boom, del «Palazzo», della a scomparsa delle lucciole», del centrosinistra, della devastazione antropologica prodotta da uno sviluppo senza ordine e senza riforme.


Uscito senza una qualche risposta a quelli che mi sembravano quesiti d'obbligo per un convegno italo-americano su Pasolini, ho provato ad interrogare Alberto Moravia. Neanche lui ha risposto alla mia domanda. Ne ha preso solo lo spunto per dirmi ciò che Pasolini ha dato alla cultura italiana: l'originale coniugazione fra Max, Freud e il cristianesimo di San Paolo, la maestria nel far rivivere schemi di versificazione vecchi di secoli, il «patriottismo doloroso» della sua poetica, un furore creativo paragonabile a quello di un Tiziano o di un D'Annunzio, la sua irritante figura di «politico esistenziale», il suo «comunismo prolocristiano». Un discorso irruento e passionale, quello di Moravia, che non tollerava interruzione e che può essere tradotto in un'intervista. Il nostro maggiore scrittore mi ha riproposto molto di ciò che va dicendo da anni in tutte le sedi del suo amico Pasolini. La mia testimonianza di intervistatore, insoddisfallo si chiude comunque confessando un'emozione: a distanza di cinque anni ho capito quel che c'era dietro il grido col quale Moravia arringò una folla di popolani e di intellettuali raccolti in Campo dei Fiori attorno alla bara di Pasolini: « È morto un poeta. E di poeti ne nascono uno o due per ogni sècolo, e qualche volta nessuno».


Un poeta, è il Moravia di oggi a ricordarmelo, è intraducibile. Forse per questo l'America conosce il Pasolini autore di cinema, forse intuirà l’altezza del suo ingegno, scoprirà magari il Pasolini pittore, qui presentato da Zigaina, si incuriosirà per il narratore che ha legato il suo nome alla scoperta dalle borgate come Balzac a quella del mondo del danaro. Ma difficilmente arriverà alla sintesi che questo artista dalle molte lingue artistiche richiede per essere inteso della sua originalità del tutto italiana.


Aniello Coppola. Pasolini. "L’America e lo scrittore italiano. Non c’è stata la scoperta di Pasolini." In "L’Unità", Martedì 29 ottobre 1980, p.3.

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