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Pasolini: il neocapitalismo esige un'arte impegnata. Intervistato da Adele Cambria per «Telesera», 1960.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 9 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

«Il libro di Cassola è un ottimo romanzo ma è il linguaggio elusivo che ferisce». Secondo l'autore di Una vita violenta, risorge il vecchio vizio dei letterati italiani, di coprire le proprie responsabilità politiche con l'alibi dell'arte.


La sera scorsa, all’Open Gate, in occasione della presentazione dei finalisti al Premio Strega, è scoppiata — sia pure su un piano di beffardo «divertimento» — una polemica che da tempo covava sotterranea nel mondo letterario italiano. Pier Paolo Pasolini, che aveva il compito di presentare il proprio candidato, Calvino de Il cavaliere inesistente, ha in realtà rivolto un durissimo attacco a Cassola, favorito al premio con La ragazza di Bube. Pasolini ha usato l’arma della satira e del sarcasmo, parafrasando, in una chiave sardonica, la celebre orazione shakespeariana di Antonio che pronuncia il discorso funebre dinanzi al corpo inanimato di Cesare.


 Pier Paolo Pasolini alla 14° edizione del Premio Strega. Roma, 6 luglio 1960 © Archivi Farabola/Tutti i diritti riservati
 Pier Paolo Pasolini alla 14° edizione del Premio Strega. Roma, 6 luglio 1960 © Archivi Farabola/Tutti i diritti riservati

Questa volta, per Pasolini, il morto che occorre piangere è il realismo, e Cassola è il Bruto che al realismo ha inferto il colpo mortale. Ha detto l’autore di Una vita violenta:


«E, se avete lacrime, spandetele! Voi conoscete tutti quale fu la forma di quella grande, sebbene ancora incerta, ideologia. Ricordo i primi giorni del suo uso, ancora nella luce della Resistenza. Il fascismo era vinto, pareva vinto il Capitale. Ecco, invece, qui lo strappo, in questa forma, del pugnale di Tomasi; ecco la rabbiosa sdrucitura dei neosperimentali; ecco il colpo tagliente di Cassola, ch’era amico. Quando egli estrasse la punta sacrilega, guardate come il sangue la seguì, quasi per verificare ch’era lui, Cassola, a colpire così, senza vergogna… Perché Cassola, lo sapete, è socialista: ha agito dentro il cuore dell’idea realista, e il suo è il colpo più brutale».


Sul divario prospettato da Pasolini, sul «tradimento» che taluni scrittori in buona fede avrebbero perpetrato nei confronti del realismo e di una letteratura impegnata, abbiamo creduto opportuno interrogare gli interessati, al di là, s’intende, del fervore malizioso e acre dell’invettiva in endecasillabi pronunciata da Pasolini.


Pier Paolo Pasolini abita poco lontano dalle mura gianicolensi, ma in vista del quartiere di Monteverde Nuovo, dove Roma incomincia ad affastellarsi di brutte case livide, giallognole (ma non povere, anzi con pretese signorili, e moltissime antenne della TV, e affitti anche cari), che crescono in disordine sull’orlo verde di Villa Doria Pamphili, come una foruncolosi di cemento.


Si direbbe che lo scrittore sia affezionato a questa parte di Roma (prima abitava in via Fonteiana, proprio nel cuore di Monteverde Nuovo), come se l’avesse scelta — non imposta, se in modo consapevole o no — per avere sott’occhio dal mattino alla sera certi grossi difetti italiani: la presunzione, la volgarità e l’ipocrisia travestita da decoro, la mancanza di idee spacciata per buon senso. Sono i difetti contro i quali Pasolini crede giusto lottare, e non solo con i libri: dice che i libri non bastano più per difendersi oggi, e per difendere certi valori continuamente minacciati in Italia.


Il libro di Cassola è sembrato a Pasolini come l’ultimo segno, e tra i più gravi e tristi, della rapida decadenza del realismo nella letteratura italiana.


In che cosa — chiediamo — si può identificare il tradimento del realismo da parte di Cassola?


«Intendiamoci — risponde Pasolini — La ragazza di Bube è un ottimo libro e non se ne mette per nulla in discussione il contenuto, la storia: l’ex partigiano che continua a uccidere anche in tempo di pace, che è stato educato alla scuola della violenza… Ma è lo stile che sorprende e ferisce, e tanto più in uno scrittore socialista. Cassola ha scelto un linguaggio che io chiamo “riducente” ed “elusivo”, e mi sembrano queste le caratteristiche di un mondo dominato dall’altro, e quindi aristocratico».


A dirla in poche parole, anche nel romanzo di uno scrittore socialista, nell’autore de La ragazza di Bube si ritrovano ormai, secondo Pasolini, i segni pericolosi della tendenza all’«evasione letteraria», manifestata in vario grado e da molte parti nella cultura italiana d’oggi, con il ritorno all’ermetismo, per esempio, e la scelta di maestri come Ezra Pound e Scott Fitzgerald (invece di Pavese e Gramsci, che hanno ispirato i giovani dell’immediato dopoguerra).


«È un vecchio vizio dei letterati italiani — dice Pasolini — coprire o dimenticare le proprie responsabilità politiche con l’alibi dell’Arte. L’Arte con l’A maiuscola, naturalmente».


P.P. PASOLINI, Pasolini: il neocapitalismo esige un'arte impegnata, intervistato da A. CAMBRIA, su «Telesera», 29-30 giugno 1960, p.3.
P.P. PASOLINI, Pasolini: il neocapitalismo esige un'arte impegnata, intervistato da A. CAMBRIA, su «Telesera», 29-30 giugno 1960, p.3.

Per lo scrittore, la decadenza del realismo è strettamente collegata al malessere attuale della nostra società e ai fenomeni più recenti di involuzione politica. Da una parte gli scrittori preziosi, i neopuristi (tra i quali include Cassola), i neosperimentalisti, gli ermetici; dall’altra, la lettera di Tupini, il congresso del MSI a Genova, l’intransigenza di alcuni vescovi. «Tanto per fare i primi esempi che vengono alla memoria».


«Vogliamo vedere che succede a Roma dopo le Olimpiadi. La crisi, nuove masse di gente che si ritrova senza lavoro, come è stato tre anni fa, subito dopo il boom edilizio… Io ho preso lo spunto dal libro di Cassola, ma il fenomeno della doppia involuzione — politica e culturale — della società italiana è molto vasto. E naturalmente ne soffrono anche altri Paesi, sia pure in forma diversa: l’America, la Francia. Il neocapitalismo ha creato un altro facile alibi: quello dei tecnici, i quali dicono che basta far bene il proprio mestiere e non badare ad altro. Ma è per l’appunto un alibi, come l’Arte con l’A maiuscola per gli scrittori. Senza contare che gli scrittori, secondo me, hanno responsabilità più grosse di un operaio o di un chimico, e così via…».


Insomma, dice Pasolini, si tratta di combattere il neocapitalismo, che è tanto più insidioso. «Sono d’accordo con chi sostiene che le ultime generazioni, i giovani tra i venti e i trent’anni, non sentono più come noi il problema del fascismo e dell’antifascismo. Sono d’accordo sul fatto che non ci si debba ancorare al mito della Resistenza, ma andare avanti… Può avere ragione chi dice che l’esperienza culturale dell’immediato dopoguerra si è interamente esaurita. Ma lo sviluppo di questa situazione non può essere il qualunquismo».


Chiediamo: e se il libro di Cassola si dovesse invece guardare come un tentativo di collocare gli anni dal 1945 in poi in un’onesta prospettiva storica? Come se lo scrittore dicesse: qui abbiamo sbagliato, anche se non lo sapevamo, e qui no?


«Non credo — risponde Pasolini. Il neocapitalismo esige una nuova forma di engagement e di lotta da parte degli intellettuali. La distensione politica, in cui io spero molto, dovrebbe dar luogo in letteratura non a un disarmo, ma, al contrario, a una guerra appassionata delle idee. Basta con le frasi generiche del tipo “terreno comune”… Anche negli ultimi due congressi di scrittori, che si sono tenuti qui a Roma, si è fatto un gran parlare di terreno comune d’intesa fra tutti gli uomini di cultura. Ma nessuno è riuscito a spiegarsi meglio…».


P.P. PASOLINI, Pasolini: il neocapitalismo esige un'arte impegnata, intervistato da A. CAMBRIA, su «Telesera», 29-30 giugno 1960, p.3.

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