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Pasolini nella Mostra 1968, Teorema. Un racconto di Italo Moscati. Scisma nella Biennale.


Pasolini durante la conferenza stampa, Venezia 1968 © Giacomelli/ASAC Biennale/Tutti i diritti riservati

Al Lido, a pochi metri dal Casinò e dal Palazzo del cinema, c'è un vecchio albergo: il Quattro Fontane. Durante la Mostra vi alloggiano i giornalisti e i critici che prenotano un anni per l'altro. Non è lussuoso come l'Excelsior, non ricorda Thomas Mann come il Des Bains. Diviso in casupole intorno a un blocco centrale che ha lo stile di una grossa baita, è immerso nel verde. Per quanto il personale si dia da fare, foglie e aghi cadono di continuo sul terreno. I rami degli alberi creano un abbraccio soffocante. C'è sempre, dominante, un senso di marcia umidità che vien dagli alberi e dal mare poco lontano. Quando piove, un fresco odore guasto si diffonde dappertutto e impegna le sedie di vimini del giardino.


Tra queste sedie, Pasolini si offrì verso l'ora dell'aperitivo ai partecipanti e ai curiosi di una conferenza stampa il giorno dopo la proiezione del suo Teorema per i soli giornalisti. Si era radunata nel caldo pesante del giardino una piccola folla munita di penne e di matite acuminate come frecce. Pier Paolo era pallido, aveva dormito poco, non aveva smaltito l’emozione provata sul palcoscenico del Palazzo del Cinema quand’era salito per dire che il film Teorema stava per essere presentato senza il suo permesso. Ma non lasciava trasparire debolezza, anzi.


Nelle frecce c'era il curaro. Molti giornalisti, specie quelli della stampa estera, erano conviti di dover assistere a una sceneggiata.


Accanto al regista, c’era il produttore Franco Rossellini, nipote del grande regista Roberto e figlio del musicista Renzo, che aveva consegnato il film alla Mostra diretta da Luigi Chiarini e quindi violato il boicottaggio degli autori raccolti nell’Anac.


Pasolini e Rossellini si comportarono da abili attori, recitando la parte che dovevano recitare, smorzando con cura i toni e rinfacciandosi gentilmente le rispettive posizioni. Quando, all’inizio dell’incontro, uno dei presenti domandò al regista: “Lei ha chiesto ai giornalisti di uscire dalla sala per disertare la proiezione, ma una parte è rimasta”. Pasolini reagì non maligna dolcezza e rispose che ringraziava tutti e che non si sentiva di condannare quanti “non hanno seguito me contro il loro direttore del giornale, contro il loro salario”.


Era un segnale. Le altre domande, che trasmettevano una decisa ostilità per il suo comportamento, più che verso la contestazione, ebbero risposte ancora più risentite.


Gli chiesero: “Dov’è il suo coraggio? Perché non si è opposto alla proiezione? Non è grave per un autore accettare che la sua volontà venga violata?”.


Pasolini replicò: “Lei è una di quelle persone che chiedono la santità per coprire una cattiva coscienza”. E le parole erano dette a denti stretti.


Nella conferenza stampa affollata e isterica si rispecchiava il grande disorientamento del piccolo mondo della Mostra. I giorni veneziani delle vecchie, tradizionali vacanze al cinema erano definitivamente passati. Dopo le effervescenze dei moti contestativi, era subentrata una finta calma, che si tramutò in breve tempo in una noia accidiosa.


Il Lido era ormai meta più di politici o politicanti, venuti a vedere le tracce delle barricate e degli scontri, che non di spettatori o di cineasti.


La Biennale sarebbe stata riformata con una lentezza che dava ragione alle impazienze dei contestatori. Ma la Mostra non sarebbe stata più come prima. Il trauma della polizia e della battaglia aveva cancellato per sempre i ricordi e le nostalgie mondane. Il Palazzo del cinema sarebbe diventato, da simbolico residuo del sepolto regime fascista, una comoda dépendance dei partiti. E anche il cinema italiano stava cambiando volto.


Italo Moscati. Scisma. In Pasolini e il teorema del sesso: 1968, dalla Mostra del cinema al sequestro : un anno vissuto nello scandalo. Saggiatore (1995), pp.119-120.
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