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Pasolini: terra già sommersa, intervista di Enzo Golino del 29 dicembre 1973 su «Il Giorno».

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 29 dic 2025
  • Tempo di lettura: 6 min


Pier Paolo Pasolini nel giardino della sua casa di via Eufrate 9, 1973 © Massimo Listri/ Tutti i diritti riservati

Il ritorno al dialetto?, dice Pier Paolo Pasolini, macché, è una piccola trovata che non ha riscontro nella realtà. Se oggi di nuovo si parla di dialetto nei film, se la televisione trasmette qualche farsa dialettale, se le canzoni sembrano riscoprire il nostro patrimonio folcloristico, è un fatto irrilevante: riguarda la sovrastruttura, non la struttura della società. Il dialetto e il mondo che lo esprimeva non esistono più; la gente non parla, non vuole e non può parlare in dialetto.


Nei tuoi film, dal lontano Accattone ai recenti Decameron e Racconti di Canterbury, il dialetto è presente…


Certo, perché nei miei film, soprattutto negli ultimi, rappresento una vita perduta, genti e luoghi di una sacca storica fuori dal tempo, un fossile arcaico. Al tempo di Accattone, di Mamma Roma, e ancora di Uccellacci e uccellini, questo mondo antico esisteva… ma poi è stato spazzato via, e dall’età dell’innocenza siamo passati all’età della corruzione.


Per quale motivo?


È stata la civiltà dei consumi, un fatto senza precedenti nella storia dell’uomo. Tutto è cominciato verso la metà degli anni Sessanta; la contestazione del ’68 oggi appare come l’ultimo sprazzo di vitalità, un movimento collettivo millenaristico. Si è chiusa l’epoca di quel mondo antico e barbarico che amavo, ed è scomparso il suo mezzo di espressione, che era il dialetto.


In quel mondo antico c’erano miseria e disperazione, e proprio il dialetto era una condanna, un ghetto da cui era difficile uscire per stabilire i contatti con le classi dirigenti, per lottare in nome di migliori condizioni di vita, per guadagnare il lavoro, l’istruzione, la coscienza politica. Secondo te la conquista della lingua da parte delle classi subalterne è un fatto positivo?


No, perché è avvenuto a prezzo della distruzione di una cultura originaria. Se oggi volessi scrivere Ragazzi di vita o Una vita violenta, o farne un film alla mia maniera, senza scenografia e con attori improvvisati, non sarebbe più possibile. Quei luoghi e quei personaggi sono scomparsi; oggi un ragazzo delle borgate romane non capirebbe più cosa c’è scritto in quei libri, come capiva invece nel 1955 e nel 1959, quando quei libri uscirono.

Tuttavia questi ragazzi, e con loro le classi subalterne, parlano ancora in dialetto, ma è un dialetto italianizzato, simile a quello della borghesia, ridotto a puro suono e privo di modelli culturali e corrispondenze affettive. È soltanto lo scheletro del dialetto, perché il dialetto, questa lingua potenziale, ha perso espressività e non ha più il carattere gergale di una volta.


Insomma, tu accenni che è un male che il dialetto sia scomparso, o almeno trasformato in una variante regionale della lingua italiana comune a tutti…


Per la prima volta nella mia vita non ho dubbi: sì, è un male, perché il dialetto è il popolo e il popolo è l’autenticità.


Ma questo è ingenuo populismo…


La parola “populismo” lasciamola al critico Asor Rosa…


Anche Gramsci, se non sbaglio, aveva criticato l’atteggiamento populista di certi scrittori…


Erano altri tempi, un altro momento storico, ed era la situazione che lo richiedeva. Oggi la civiltà dei consumi riesce a corrodere antichissime civiltà, come nel Nepal, rimaste isolate per secoli; figuriamoci se non annulla letteralmente un po’ di dialetti, il costume di chi li parlava, l’idea stessa di regione. Da noi è accaduto che il centro ha raggiunto la periferia e si è insediato in essa, nella sua anima, con la televisione e la moda. La periferia è andata verso il centro grazie alle strade e alla motorizzazione.


Una volta, per un ragazzo di borgata, andare in città era un’avventura; oggi non lo è più, perché quel ragazzo imita un modello che ha sempre odiato, lo studente, e parla, si veste, si muove come lui.


Ammetti allora che oggi anche il popolo sa o intuisce che il dialetto veniva purtroppo considerato un marchio d’inferiorità, e veniva utilizzato come strumento di esclusione.


Il popolo non parla più in dialetto, anzi se ne vergogna. La televisione gli offre un modello di comportamento diverso, dalla lingua ai gesti al cibo: così il popolo e la televisione distruggono in maniera turpe tutto il mio mito. Per le donne del popolo il problema del carovita ha sostituito il problema della miseria, ma era meglio la miseria: erano più felici.


Il popolo non ride più. Sul volto del popolo oggi vedi solo ghigni, non più sorrisi, e siamo noi, con la nostra visione piccolo-borghese, a pensare che le classi subalterne siano più soddisfatte di una volta perché hanno gli elettrodomestici, magari l’automobile, o si vestono e parlano come tutti.


Di fronte a questo spaventoso fenomeno, davvero fascista, di acculturazione, mi trasformo nel più accanito dei conservatori: l’acculturazione ha distrutto la cultura particolare, quindi anche il dialetto, cioè la cultura reale.


Ma la scuola dovrebbe recuperare nell’insegnamento questo straordinario serbatoio di culture e di espressioni…


La scuola avrebbe potuto e dovuto occuparsi del dialetto quando la maggioranza degli italiani non parlava la lingua. Adesso è troppo tardi. Perfino l’italiano bisognerebbe abolirlo nelle scuole e sostituirlo con le lingue straniere utili a chi è costretto a emigrare. L’italiano si può sempre studiare all’estero.


Ho visto interi paesi siciliani, nella zona delle Madonie, svuotati di giovani per la continua emigrazione: a questi la scuola avrebbe dovuto insegnare il dialetto?


Pasolini, finora hai parlato delle borgate romane e del Sud. E il Nord?


Al Nord l’industria ha avvicinato gradualmente il centro e la periferia, e così la lingua e il dialetto. Oggi un milanese e un torinese che parlano italiano non sono sgradevoli come un meridionale che parla italiano. Nel Sud il salto è stato fortissimo: la civiltà dei consumi ha raso al suolo le caratteristiche tradizionali.


Saresti contento se il mondo ritornasse a un nuovo Medioevo, ma non il Medioevo postmoderno che annunciano i tecnocrati esperti in apocalissi, bensì il Medioevo arcaico e barbaro, dialettale, che tu ami?


Certo che sarei contento, disposto a rinunciare a qualunque cosa per il rimbarbarimento del mondo: un mondo in cui valga la pena di lottare. Oggi per chi lottare, se il popolo non esiste più? E poi, contro chi lottare?


Però ritorneremmo a un mondo, non del tutto scomparso, dove i Don Abbondio e gli Azzeccagarbugli potrebbero sempre imbrogliare gli ignoranti con un po’ di latino e qualche articolo del codice…


Peggio per i Don Abbondio e gli Azzeccagarbugli, che non hanno l’innocenza dei loro interlocutori.


I tuoi interessi culturali sono stati sempre fortemente attratti dal dialetto. Le poesie che hai scritto in friulano, articoli e saggi bellissimi sulla poesia dialettale e la poesia popolare, i romanzi sui ragazzi delle borgate romane, poi il dialetto nei film… È possibile oggi una poesia dialettale? I giovani scrivono ancora versi in dialetto?


Ignazio Buttitta per la Sicilia, Albino Pierro per la Lucania, Tonino Guerra per la Romagna sono i primi nomi che mi vengono in mente, ma non sono giovani e da tempo hanno descritto un mondo ormai scomparso. Tra i giovani ricordo soltanto un ragazzo palermitano, di vent’anni, che ha pubblicato un esiguo libro in versi siciliani con la prefazione di Leonardo Sciascia. Ma è un caso isolato: sul mio tavolo non arrivano più, come una volta, poesie in dialetto che mi piacciano seriamente.


E tu, Pasolini, non scrivi più in dialetto?


Non scrivo in dialetto perché, come ho detto, il dialetto e il suo mondo sono scomparsi. Del resto, per partito preso rievoco questo continente sommerso nei film; e forse dovrò smettere anche nei film: non posso tornare indefinitamente indietro nel tempo.


Nel tuo prossimo film userai ancora il dialetto?


Sì, nel film che farò dopo aver terminato Le mille e una notte. I protagonisti saranno due napoletani, e uno di loro vorrei che fosse interpretato da Eduardo De Filippo. Il film comincia a Napoli e si svolge nel corso di un lungo viaggio, in cui questa coppia di napoletani incontra tanti napoletani in giro per il mondo.


Napoli, i napoletani: quali sono le ragioni di questa scelta?


Napoli è rimasta l’unica vera grande città dialettale. L’adeguamento ai modelli del centro, a norme imposte dall’alto nella lingua e nel comportamento, è soltanto superficiale. Sono secoli che i napoletani si adattano mimeticamente a chi è sopra di loro, ma poi nella sostanza restano uguali, conservano il loro modello culturale.


Ma questa immobilità è una delle cause del decadimento della città, della scarsa educazione civica…


Per fortuna. E di quale nazione dovrebbero sentirsi cittadini i napoletani? Almeno a Napoli qualcosa di autentico sopravvive: solo a Napoli il dialetto e il suo mondo esistono ancora.


P. P. PASOLINI, Pasolini: terra già sommersa, intervista di E. GOLINO, «Il Giorno», 29 dicembre 1973, ora in Per il cinema, vol. II, pp.2998-3002.

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