Pasolini a Venezia. Contestazione, censura e conflitto culturale da Accattone a Porcile (1961-1969).
- 6 set
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Il 9 novembre 1968, la Seconda Sezione Penale del Tribunale di Venezia processa il regista Pier Paolo Pasolini, denunciato dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma in qualità di autore del film Teorema. Il procedimento giudiziario si inserisce in un clima di crescente tensione intorno alla figura del regista e alla sua produzione cinematografica. I tempi della giustizia si protraggono, mentre la presentazione del nuovo film Porcile alla Mostra del Cinema di Venezia offre un’ulteriore occasione per alimentare le polemiche e gli attacchi rivolti a Pasolini. L’accusa di oscenità relativa a Teorema si concluderà con l’assoluzione del regista, pronunciata il 10 ottobre 1969.
A partire da quel momento, Pasolini non presenterà più i propri film alla Mostra del Cinema di Venezia. Ripercorrere le sue presenze al Festival significa, dunque, non soltanto ricostruire il rapporto complesso e spesso conflittuale tra il regista e la manifestazione veneziana, ma anche attraversare alcuni dei momenti più significativi ed emblematici della storia del cinema italiano.

Pier Paolo Pasolini al Lido di Venezia nel 1963 © Cameraphoto Epoque/Tutti i diritti riservati
È opportuno, a questo punto, retrocedere nel tempo. L’opera di Pier Paolo Pasolini si colloca, fin dagli esordi, in una posizione di sostanziale estraneità rispetto all’establishment culturale e politico del Paese. Già a partire dalla sua attività letteraria, la libertà creativa dell’autore, unita alla formulazione di idee considerate scomode e difficilmente assimilabili dagli apparati di potere, lo espone a numerose denunce e a circa trentatré procedimenti giudiziari.
Ci spostiamo ora a Venezia, al 31 agosto 1961, quando Accattone, opera cinematografica d’esordio di Pasolini, viene presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema. Il film si configura come un’opera fortemente innovativa, nella quale la rappresentazione della marginalità sociale e la provocatoria autonomia dello sguardo autoriale mettono in discussione i valori morali della società borghese, suscitando l’attenzione e le preoccupazioni degli apparati censori. Alle perplessità manifestate dalla commissione selezionatrice della Mostra di Venezia si aggiungono le pressioni esercitate dagli ambienti politici, che conducono a una complessa e sofferta ammissione dell’opera alla Sezione Informativa.
Nonostante il clima di diffidenza istituzionale, Accattone ottiene un significativo riscontro da parte del pubblico presente alla rassegna cinematografica. La proiezione veneziana, tuttavia, non pone fine alle controversie: il film incontra l’opposizione del sottosegretario al Ministero del Turismo e dello Spettacolo del governo Tambroni, le cui istanze di carattere moralistico conducono all’intervento del ministro competente.
L’esito della vicenda assume contorni particolarmente significativi sul piano censorio: Accattone viene infatti distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il divieto, eccezionalmente severo, ai minori di diciotto anni, nonostante il limite previsto dalla normativa vigente consentisse l’imposizione del divieto ai minori di sedici anni.

Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Carlo Levi alla conferenza stampa per Accattone nel Festival di Venezia (1961) © Archivio Giancolombo/Tutti i diritti riservati
Poteva questo film turbare i giovani? Difficile a dirsi… Lo scopo reale della denuncia era attuare, contro Pasolini, l’ennesima censura, contro la quale si schierò apertamente Federico Fellini. Nelle parole di Fellini:
“Siamo davanti a un film profondamente umano e profondamente cristiano, quindi queste perplessità della censura non capisco a che cosa possano approdare, tranne a farne sortire l'ennesima brutta figura.”
Alla chiusura dell’evento, Pasolini dichiarò:
“Non mi resta veramente che ringraziarvi con tutto il cuore. Io quello che ho potuto fare l’ho fatto. Io penso ai prossimi film.”

Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e Alfredo Bini durante la conferenza stampa contro la censura di Accattone. Roma, 1961 © Archivio Storico Istituto Luce Cinecittà srl/Tutti i diritti riservati
31 agosto 1962: per la prima volta nella storia delle rassegne cinematografiche internazionali, un film presentato alla Mostra di Venezia subisce una denuncia. Questo film è Mamma Roma.
Il comandante del nucleo carabinieri di Venezia dichiara di aver visto, nella sala del Palazzo del Cinema del Lido, il film di Pasolini e di aver ravvisato offese al buon costume, un linguaggio offensivo del comune senso della morale, contenuto osceno e contrario alla pubblica decenza. Sporge quindi denuncia al procuratore della Repubblica della città per gli interventi del caso.
Il pubblico mondano del Palazzo del Cinema è turbato e infastidito dall’ambiente sottoproletario del film. Alla fine della proiezione, fischi e proteste. Alcuni cronisti del Festival, abituati alle conferenze stampa di belle attrici e ricchi produttori, sono infastiditi dalla presenza al Lido della troupe di Mamma Roma. La presenza di Franco Citti, Ettore Garofolo e Piero Morgia sembra una sorta di violazione, un sacrilegio. Seguono cronache e resoconti gonfi di razzismo.
Dice Pasolini:
“Io non posso permettermi di sbagliare un'opera; sono ridotto a questo. Non sbagliare è un dovere che ho davanti a nemici e amici: i primi mi sbranerebbero, i secondi mancherebbero immediatamente di un'arma di difesa nei miei riguardi. Sento che la fine di Mamma Roma sia la mia fine… Le masse sono spietate. Sono come dei re. E io, di fronte a questi re, ormai, sono un po' come un giullare che, se sbaglia un motto, viene condannato a morte."

Anna Mangani, Pier Paolo Pasolini, Ettore Garofolo e Franco Citti al Festival di Venezia per il film Mamma Roma (1962) © Archivio Giancolombo/Tutti i diritti riservati
La vicenda, tuttavia, non si conclude con la denuncia. La presentazione di Mamma Roma suscita infatti ulteriori reazioni da parte degli ambienti più conservatori della società veneziana, che inviano alla Biennale numerose lettere di protesta, per lo più anonime, caratterizzate da un linguaggio ingiurioso e, in alcuni casi, da esplicite minacce. Le pressioni esercitate nei confronti dell’organizzazione della Mostra non producono tuttavia l’esito auspicato dai suoi promotori: il 5 settembre 1962 il magistrato dichiara infondata la denuncia presentata contro Pasolini.
Un ulteriore momento di forte tensione si verifica il 4 settembre 1964, quando Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Già dal tardo pomeriggio, al Lido vengono distribuiti volantini dal contenuto osceno e ingiurioso, riconducibili ad ambienti neofascisti. Le contestazioni proseguono successivamente con un tentativo di aggressione rivolto a Pasolini e agli spettatori all’ingresso del Palazzo del Cinema.
La presentazione del film si inserisce così in un clima di marcata polarizzazione ideologica, nel quale la rappresentazione pasoliniana della figura di Cristo si configura come particolarmente problematica per una parte dell’opinione pubblica e degli ambienti conservatori. Le reazioni suscitate dall’opera, ampiamente documentate dalla stampa dell’epoca, testimoniano la portata dello scontro culturale e ideologico che accompagnò la sua presentazione veneziana. Il Cristo rappresentato da Pasolini, distante tanto dalle convenzioni della tradizione cinematografica quanto dalle aspettative di una parte del pubblico cattolico, diviene pertanto uno degli elementi centrali delle polemiche che investono il film.

Pier Paolo Pasolini ed Enrique Irazoqui al Festival di Venezia per il film Il Vangelo secondo Matteo (1964) © Archivio L'Unità/ Tutti i diritti riservati
Pasolini, con la dirompente e inarrestabile forza creativa delle sue opere, si impone, scompone e scompiglia costantemente qualsiasi presa di posizione. Dopo Il processo alla Ricotta, film accusato di vilipendio alla religione dello Stato, arriva al Festival cinematografico di Venezia Edipo re, film che subisce l'ennesimo linciaggio da parte della stampa dell'epoca. Le critiche dimostrano la rozzezza e l'anacronismo degli argomenti impiegati nei confronti di Pasolini. Egli è pienamente consapevole di questa situazione: la critica del suo Paese non si dimentica mai di lui, nel suo continuo affrontare le sue opere.

Pier Paolo Pasolini, Franco Citti e Ninetto Davoli nel Festival di Venezia per Edipo re (1967) © Graziano Arici/ Tutti i diritti riservati
L’accidentato iter di Teorema prende avvio con la partecipazione del film alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1968, in un’edizione profondamente segnata dal clima di contestazione che attraversa il mondo della cultura e, più specificamente, l’istituzione cinematografica. L’Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC) promuove una protesta contro i tradizionali meccanismi di competizione, i criteri di selezione e di valutazione delle opere previsti dallo statuto della Biennale, elaborato in epoca fascista, nonché contro la progressiva trasformazione del Festival in un costoso appuntamento mondano, ritenuto responsabile di un impoverimento della sua funzione culturale.
In un primo momento Pasolini sceglie di non aderire alla protesta, ritenendo che le modalità attraverso cui essa viene condotta non siano adeguate alla portata delle rivendicazioni avanzate. Il 20 agosto, tuttavia, il regista modifica la propria posizione e decide di schierarsi al fianco degli altri autori, partecipando direttamente alla mobilitazione.
Il clima di crescente tensione, ulteriormente alimentato dalla minaccia di alcuni cineasti di ritirare i propri film dal concorso, determina il rinvio dell’inaugurazione della manifestazione. Nel frattempo, la Sala Volpi viene trasformata temporaneamente in un luogo di riunione permanente degli autori e dei contestatori. Il 26 agosto, dopo aver intimato agli occupanti di abbandonare la sala, le forze di polizia procedono allo sgombero dei cineasti rimasti in assemblea. Tra questi figurano Francesco Maselli, Cesare Zavattini e Pier Paolo Pasolini, che vengono allontanati con la forza e, una volta fuori dal cinema, riescono con difficoltà a sottrarsi all’aggressione di una folla di militanti e simpatizzanti di destra.
La vicenda restituisce così il clima di forte conflittualità politica e culturale che caratterizza la Mostra del 1968, destinato a incidere profondamente anche sulla successiva ricezione di Teorema e sul rapporto tra Pasolini e l’istituzione veneziana.

Pier Paolo Pasolini durante i dibattiti nella 29 ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia © Graziano Arici/ Tutti i diritti riservati
IIl 4 settembre, nonostante l’opposizione di Pasolini, che invita i giornalisti ad abbandonare la sala insieme a lui, Teorema viene presentato secondo il programma stabilito, dapprima alla stampa e successivamente al pubblico. La decisione, assunta dal produttore Franco Rossellini, determina una profonda frattura all’interno della giuria e alimenta persino l’ipotesi che al film possa essere attribuito il Leone d’Oro.
L’opera è immediatamente investita da una vasta e articolata contestazione, proveniente tanto dagli ambienti istituzionali quanto da quelli politici e culturali. Lo Stato dispone infatti il sequestro del film con l’accusa di oscenità e avvia un procedimento giudiziario nei confronti dell’autore e dei produttori. Il provvedimento di sequestro viene successivamente annullato dalla sentenza del 23 novembre 1968, nella quale si afferma: «Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità». La vicenda giudiziaria, tuttavia, non si esaurisce con tale pronuncia: i successivi ricorsi e sviluppi processuali si protraggono infatti fino alla fine del decennio.
Alle contestazioni di matrice istituzionale si aggiungono quelle provenienti dagli ambienti conservatori e dalle forze della destra, che condannano con particolare durezza la rappresentazione della sessualità proposta dal film, giudicata spregiudicata e trasgressiva. Anche gli ambienti della sinistra militante assumono una posizione critica, interpretando l’opera attraverso categorie quali «misticismo», «reazionarismo» e «religiosità». Il mondo cattolico manifesta invece una posizione ambivalente: dopo il riconoscimento attribuito a Teorema a Venezia dall’Office Catholique International du Cinéma, il film viene successivamente sottoposto a una dura condanna attraverso un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano, nel quale viene contestato in particolare l’accostamento tra dimensione sessuale e dimensione del sacro.
La pluralità e, al contempo, la trasversalità delle reazioni suscitate da Teorema evidenziano la posizione sempre più isolata assunta da Pasolini nel panorama culturale italiano. Il film rappresenta, pertanto, un ulteriore momento nel progressivo allontanamento del regista dalle principali correnti ideologiche e dagli orientamenti culturali dominanti, contribuendo ad accentuare quella condizione di isolamento intellettuale che avrebbe caratterizzato gli ultimi anni della sua attività.

Il 30 agosto 1969 viene proiettato alla Mostra del Cinema Porcile, il che offre un'ottima occasione per ricevere insulti di tutti i tipi. Ma il regista non sarà presente al Festival: Pasolini voleva completamente snobbare Venezia.
Ma la cosa non finisce qui. Giovanni Longo di Nicolosi (Catania), allevatore di ovini, denuncia Pasolini e il produttore Gianvittorio Baldi come responsabili della morte di cinquanta pecore. Longo asserisce che, la notte tra il 24 e il 25 novembre 1968, incontrò, da Serra La Nave di Nicolosi, un branco di cani affamati e infreddoliti. Dopo essere stati liberati il giorno precedente, al termine delle riprese di Porcile, i cani si erano introdotti nell'ovile, ammazzando cinquanta pecore. Il procedimento legale dura cinque anni. Il 20 novembre 1971, il Tribunale civile di Catania respinge la richiesta di risarcimento danni.
“Dicevo più sopra come la morte operi una rapida sintesi della vita passata, e la luce retroattiva che essa rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali, facendone degli atti mitici o morali fuori tempo. Ecco, questo è il mondo con cui una vita diventa una storia.”
Silvia Martín Gutiérrez. Pasolini a Venezia. Contestazione, censura e conflitto culturale da Accattone a Porcile (1961-1969)., Tratto da "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte", a cura di Laura Betti, Garzanti, 1977.

