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Perché fa tanto discutere la morte di Pier Paolo Pasolini?


Omicidio Pasolini, la prima pagina del Messaggero

Che cosa è stata la morte di Pasolini? Le considerazioni su una morte importante, sulla morte di un uomo che è conosciuto da tutti cominciano sempre allo stesso modo. Che cosa è scomparso? Che cosa non c'è e non ci sarà più? Si fanno i conti di una perdita. È giusto, e si è già cominciato a farlo.


Si è spenta una voce che molte cose aveva detto e stava ancora dicendo. Chi aveva percorso il suo ragionare, chi aveva sentito attrazione per il suo modo di dire le verità, involontariamente, egoisticamente si chiede ora che cosa Pasolini non aiuterà più a capire.


Della sua, qualcuno potrebbe dire che è stata una vita incompiuta, che molto di nuovo avrebbe potuto dare alla cultura. Forse è vero. Certo è però che in una eccessiva presunzione sulle possibilità di Pasolini può nascondersi un desiderio inappagato di «rivelazioni», insieme alla volontà di troncare la fatica di un lento lavoro collettivo, sostituendogli una impossibile genialità individuale. È un'attitudine infantile, uno stato di minorità, che esercita un fascino mai definitivamente sconfitto. Vi è qui insieme la spiegazione della popolarità di Pasolini e del fatto che la sua morte susciti, accanto al compianto e all'orrore, una sorta di vuoto per quello che egli non potrà più dire. In questo caso, «provare un sentimento» per la morte di un uomo di cultura non è un diritto riservato agli « uomini di cultura », come quasi sempre, invece, è accaduto. Perché questa diversità?


Ci sono almeno due ragioni. La prima è che Pasolini negli ultimi anni ha fatto oggetto centrale della sua ricerca la condizione umana in Italia, ha cercato di cogliere i mutamenti dell'umanità italiana in questi decenni, dicendoli (nella sua prosa) attraverso metafore che aiutassero quanti più possibile a capire, che costringessero ad accorgersi della sua denuncia. La seconda ragione, non banale, è che Pasolini ha comunicato con l'Italia alfabetizzata — oltre che attraverso mezzi di grande comunicazione, dal cinema alla televisione — anche attraverso un giornale quotidiano. Per questo, dieci anni fa la sua morte, pure in uguali circostanze, non avrebbe avuto una risonanza tanto ampia, non avrebbe acquistato il senso di un momento non secondario della nostra storia.


Con l'omicidio di Ostia sono accadute due cose: si è spenta una intelligenza, ma si è anche rivelata una verità di cultura- larghe masse di italiani hanno pensato, discusso e espresso un giudizio razionale. Intendiamoci, non e lecito oggi — come non era ieri — lasciarsi folgorare dalla «scoperto» di un'Italia che non è bigotta, forcaiolo, reazionaria, ottusa e ignorante. Un simile stupore, a sua volta, è giustificabile solo dall'ignoranza dei ciarlatani-poeti, di cui siamo pieni, di coloro che dimenticano le grandi prove di passione civile e politica che furono anche prove di raziocinio di massa, date dal popolo Italiano. Questa volta, però, la partecipazione a un «ragionamento» di massa ha raggiunto estensioni assai ampie.


A discutere della morte di Pasolini, aggiungendo all'emozione l'uso degli strumenti della ragione, sono non soltanto quei giovani comunisti che, soli, egli salvava dalle sue accuse roventi, sono tanti e tanti nelle famiglie, nei bar, negli uffici e nelle fabbriche, nei tram. A questo stato dell'emozione e dell'interesse di strati insolitamente vasti di cittadini, si è adeguata anche la stampa. A discutere e a riflettere sono gli uomini e le donne che hanno partecipato al dibattito e all'esito del 12 maggio. Si discute e si riflette anche sull'assassinio di un omosessuale.


È difficile allontanare un'ipotesi: che Pasolini nel modo della morte abbia imposto — e per un momento si è tentati di credere volontariamente — alla coscienza popolare lo scandalo di una prova, di un esame: una morte «maledetta» per mettere in fuga in un solo colpo gli uomini gravati di pregiudizi o per esigere, con rabbiosa coerenza, da chi gli si vuole avvicinare, una presa d'atto della concretezza della sua denuncia. Scriveva nel «Frammento alla morte» di quindici anni fa:


E adesso,

accusino pure ogni mia passione,

m’infanghino, mi dicano informe, impuro

ossesso, dilettante, spergiuro:

tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:

sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,

e vinco, questo mio poco,

immenso bene, vinco quest’infinita,

misera mia pietà

che mi rende anche la giusta ira amica:

posso farlo, perché ti ho troppo patita!.


Resta il fatto che la sua fine ha dei connotati che la accompagneranno per sempre, come per sempre accompagneranno la lettura dei suoi scritti. Ed è in occasione di questa morte che si è esercitata la riflessione di larghi settori popolari- sul fatto di cronaca, sulla natura del delitto, sulla personalità di Pasolini, su quanto aveva detto e scritto. Quante corde delle più delicate e fragili delle coscienze sono state toccate da questo fatto. Quanto profondi i pregiudizi solleticati a oscurare la ragione Su tutto prevale l'impegno di una ricerca sopra noi stessi, un impegno a conoscersi per trovare tutte le forze che occorrono per la riforma intellettuale e morale che sentiamo necessaria. Nessuna mutazione può sostituire l'opera di costruzione faticosa, lunga, ma inevitabile, che, sola, è capace di trasformare la società. Quanti credono che basti fare appello ai pruriti più qualunquistici hanno subito un altro colpo.


La morte di Pasolini, al di là delle sue stesse dimensioni, è uno dei fatti che mostrano, a chi ancora non l'ha capito, quanto sia lontana dal vero la superficiale immagine di una vecchia Italia.


Gian Carlo Bosetti. Perché fa tanto discutere la morte di Pier Paolo Pasolini? su L'Unità, 6 novembre 1975, p.5.
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