top of page

Pier Paolo Pasolini. Incontro su Don Lorenzo Milani, 17-18 ottobre 1967: La cultura contadina della scuola di Barbiana

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 9 min
Pier Paolo Pasolini in un fotogramma del Filmato di Agnes Varda, Pasolini a New York, settembre 1966/Cine-Tamaris
Pier Paolo Pasolini in un fotogramma del Filmato di Agnes Varda, Pasolini a New York, settembre 1966/Cine-Tamaris

Lo farò: una breve storia della lettura della Lettera a una professoressa. I destinatari di questa mia breve storia sono i ragazzi di Barbiana e mi rivolgerò sempre e costantemente a loro.


Come sempre succede quando ci si trova di fronte a un libro che istintivamente si capisce che sarà di grande interesse, non ho avuto la pazienza di cominciarlo subito dalla prima riga: ho cominciato a sfogliare impazientemente qua e là e ho letto alcune frasi che mi hanno leggermente irritato. Ve ne leggo soltanto due, brevissime:


«È il sistema che adoperano in America per creare le differenze tra bianchi e neri: scuola peggiore ai poveri fin da piccini»; un’altra: «Parlava senza guardarci: chi insegna pedagogia all’università i ragazzi non ha bisogno di guardarli, li sa tutti a mente come noi si sanno le tabelline»; e un’altra ancora: «Più tardi scoprono che sono belline anche le altre». Poi ci si accorge che è bella anche la storia.


Questa leggera irritazione, provocata dalle prime frasi, era dovuta alle stesse ragioni, ma contrarie, a quelle che irritano i miei giovani amici quando sentono delle parole difficili: ero infastidito dall’eccessiva facilità delle parole, da un certo «neo-pascolianesimo». Leggendo però il libro, questa iniziale irritazione si è assolutamente attenuata, finché mi sono trovato immerso in uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie. D’altra parte, c’è in questo libro una delle definizioni della letteratura più belle che io abbia mai letto, cioè la poesia sarebbe un odio che, una volta approfondito e chiarito, diventa amore.


È un libro che mi è piaciuto immensamente perché mi ha tenuto continuamente sospeso fra delle risate che facevo veramente, fisicamente, tra me e me, e dei continui groppi alla gola; cosa che molto raramente succede leggendo un libro. E si ha questa sensazione davanti a libri che riscoprono, con verginità e novità, qualcosa, dando un senso di vertigine, di libertà, nel giudicare il mondo che ci è intorno.


Poiché mi era stato chiesto di fare del libro un esame soprattutto dal punto di vista linguistico, ho voluto fare un confronto con altre opere e altri scritti che contengono il medesimo modo ideale di rivedere la realtà da un certo punto di vista: mi sono ricordato degli scritti di papa Giovanni e di Paolo VI. Ho notato sia in Giovanni XXIII sia in Paolo VI una profonda e precisissima dissociazione di personalità: quando parlavano in privato scrivevano in un modo, quando parlavano in pubblico scrivevano in un altro.


Volevo allora mettere a confronto una pagina del Giornale dell’anima con una pagina della Pacem in terris. Nel Giornale dell’anima abbiamo quello stile neo-pascoliano, troppo dolce, catechistico, molto più arcaico di quello usato da Giovanni XXIII; c’è tutta la sua educazione contadina e il suo modo di vedere il clero e Cristo, inquinato da un certo sentimentalismo, da un certo romanticismo piccolo-borghese. Nel momento stesso in cui invece scrive un’enciclica, tutto questo scompare di colpo, e si hanno frasi assolutamente semplici, prive di ogni edulcorazione e di ogni sentimentalismo, che arrivano a una precisione e a una capacità di scoperta che si può ottenere soltanto con un linguaggio specifico, estremamente chiaro.


La stessa cosa vale per Paolo VI, in chiave diversa. Ho scelto una frase in cui si legge quanto la cultura generale di Paolo VI sia arretrata rispetto alla sua cultura specifica di uomo di Chiesa: c’è genericità nei suoi giudizi letterari, c’è un certo cattivo gusto nei suoi gusti letterari e nel suo modo di mettersi in rapporto con gli altri e con la vita; tutto questo scompare quando invece scrive la Populorum progressio.


Mi è sembrato che un cattolico, per poter essere avanzato, non abbia bisogno di questa dissociazione, perché c’è don Milani e ci sono i suoi ragazzi. Giovanni XXIII e Paolo VI sono ancora anteriori rispetto a quello che è don Lorenzo Milani, in cui questa dissociazione, nella lettura calda del libro, non si avverte.


Ciò che in questo libro mi ha entusiasmato è che è l’unico caso in Italia, che almeno mi sia capitato sotto gli occhi, in cui ci si trovi a un punto di calore, a un livello che nel mondo si ha, per esempio, nella nuova sinistra americana, e specificamente newyorchese, o, dall’altra parte dell’orbe terracqueo, nella rivoluzione culturale cinese: la stessa forza ideale, assoluta, totale, senza compromessi; ed è questo che, nel paese del qualunquismo, mi ha riempito di gioia.


A questo punto devo muovere delle critiche e mi rivolgo direttamente ai ragazzi di Barbiana. Alla fine della lettura del libro, l’entusiasmo — che comunque, in quanto tale, permane — comincia a scemare e ritorna qualche dubbio, qualcuno dei dubbi iniziali: cioè quella dissociazione tra una lingua e un’altra lingua, ossia tra un contenuto e un altro contenuto, in qualche modo, a libro concluso, riappare.


Questo perché c’è una domanda che, secondo me, i ragazzi di Barbiana non si sono fatti; e questa domanda, malgrado il loro sforzo generoso e commovente, unico in Italia, di ricerca disinteressata della verità, è: in che cosa consiste la cultura della professoressa a cui essi si rivolgono, cioè in che cosa consiste e da dove nasce la cultura piccolo-borghese.


Se si fossero posti questa domanda e l’avessero approfondita, forse si sarebbero dati la stessa risposta che mi do io in questo momento: e cioè che la cultura della professoressa, la cultura piccolo-borghese, nasce dal mondo contadino. C’è un primo momento, nella fase dell’industrializzazione, in cui la borghesia dei paesi industrializzati — in Francia e in Inghilterra cento anni fa, in Italia vent’anni fa — mantiene come propria moralità, come proprio insieme di schemi morali, la morale del mondo pre-industriale, cioè del mondo contadino o artigianale. Ecco perché noi diciamo sempre che la cultura della piccola borghesia dei paesi paleo-industriali, cioè dei paesi all’inizio della fase di industrializzazione, è provinciale.


Ho detto prima che questo libro è l’unica opera in Italia che si possa avvicinare alle opere della nuova sinistra americana — che del resto mi pare siano in parte elencate nella bibliografia ideale di don Milani — o, dall’altra parte, alla cultura della rivoluzione culturale. Questo contenuto ideale violentissimo, addirittura in certi momenti meravigliosamente terroristico, dei ragazzi di Barbiana, si immerge però, prende forma, dentro uno schema che è lo stesso schema della moralità contadina diventata piccolo-borghese della professoressa a cui essi si rivolgono.


Voglio dire che il loro contenuto nuovo, pur mantenendo una violentissima carica di novità che entusiasma, riempiendo certi vecchi schemi contadini piccolo-borghesi, perde anche parte della sua esplosività, invecchia leggermente.


Do tre esempi di questo invecchiamento della novità del contenuto del libro contro la scuola italiana. Primo: essi continuano, non so se volendolo o no, a considerare i tabù sessuali come sola possibilità di progresso; e infatti, e forse non lo sanno, propongono agli insegnanti un celibato che duri o tutta la vita o fino a un’età molto avanzata, che è esattamente quello che chiede Mao ai suoi cittadini. Ora, è un libro bellissimo quello dei ragazzi di Barbiana, ma c’è un altro libro, forse meno bello ma altrettanto interessante, che è quello di Marcuse, Eros e civiltà: non possiamo più considerare i tabù sessuali come unica e sola possibilità di progresso della civiltà.


Secondo punto: un certo moralismo, direi massimalistico, che è un po’ quello che prima avevo chiamato terrorismo, che si rivela soprattutto in certe lettere che i ragazzi scrivono ai loro compagni dall’estero; un certo atteggiamento verso l’altro sesso: cioè l’unico caso in cui si parla di un possibile matrimonio o fidanzamento, se ne parla con una «figliuola», non meglio identificata, ma con la stessa parola che usavano i loro babbi, implicante un certo sadomasochismo.


Terzo: un certo riduttivismo, a cui a questo punto i ragazzi di Barbiana non hanno più il diritto di appellarsi, perché sono usciti da una certa fase della loro vita privata e della loro formazione culturale. Per esempio, a un certo punto scrivono: «Io non so chi è questo Gide»; poi trovano bruttissime le traduzioni del Monti dell’Iliade e bruttissima la traduzione del Caro dell’Eneide, quando invece sono bellissime, cioè sono belle in un dato modo complicato: sono due opere di grandi manieristi, e anche il manierismo è un’espressione d’arte e di poesia.


Il vostro meraviglioso idealismo, che io sottoscrivo in pieno, di cui io abbraccio completamente la causa, ha il pericolo che, nella sua tensione estrema, quando ci si aspetta che esploda, abbia come un improvviso ripiegamento su qualcosa che vorrei definirvi «concreto idealistico»: cioè voi volete sempre ricondurre il lettore a momenti, fatti, situazioni, atti che siano rigorosamente concreti e pratici; e questo è un certo riduttivismo tipico di quella famosa moralità contadina, diventata poi piccolo-borghese nella fase paleo-industriale, che in Italia dà come prodotto il qualunquismo — parola spaventosa da dire a voi, ma che spero prendiate con intelligenza, con la coscienza completamente aperta.


Se alle vostre spalle c’è ancora questo tipo di cultura, su cui voi non vi siete posti domande essenziali e sostanziali, è chiaro che la vostra posizione si distacca in qualche modo da quella della nuova sinistra americana — mi riferisco ai più grandi, ai più idealisti della nuova sinistra americana. Voglio dire che la nuova sinistra americana ha dietro le spalle non la piccola cultura provinciale piccolo-borghese italiana, ma la cultura di una grande borghesia di una nazione industrializzata da più di un secolo, cioè arrivata ormai a una fase di industrializzazione totale.


Quindi, se mai, la vostra posizione è più simile al maoismo: infatti la vostra posizione è molto simile a quella delle Guardie Rosse; anche le Guardie Rosse vengono direttamente dai campi, se loro stessi non hanno adoperato la zappa, l’ha adoperata però il loro padre cinque o dieci anni fa; vengono direttamente dai campi e perciò hanno gli stessi problemi. Su di voi, naturalmente, c’è un’altra serie di sovrastrutture, di abitudini mentali, ma nella sostanza la vostra posizione è abbastanza simile; soltanto che c’è questo da osservare: che mentre nel rigorismo idealistico, terroristico, delle Guardie Rosse di Mao c’è dietro un’intera nazione contadina, in voi invece c’è soltanto un momento di una società, il momento contadino.


Il mondo contadino, che in Cina è ancora il mondo, in Italia invece è diventato un mondo circoscritto; mentre la rivoluzione culturale è prodotto delle esigenze della fame di cultura di contadini capaci, per questo, di fare tabula rasa di tutte le faccende di cultura, perché, come dice Mao, i contadini sono assolutamente vergini, se la rivoluzione culturale è prodotto di una cultura contadina nazionale, invece la vostra rivoluzione, la vostra contestazione, è prodotto di un mondo provinciale. Quindi la specificità del mondo contadino in qualche modo in voi resta particolarista e parziale.


Secondo me, quello che voi dovete compiere in questo momento è un nuovo passo in avanti di liberazione completa; lo dico per voi che avete scritto il libro e per chi l’ha letto, perché chi non l’ha letto non sa chi è Gianni. Gianni sarebbe la pecora nera della scuola di Barbiana: respinto da un’altra scuola, è andato alla loro scuola, ma anche lì non gli è andato di studiare; però poi è tornato a collaborare con loro e li ha molto aiutati. Gianni è un rappresentante del mondo contadino italiano, già influenzato dal neocapitalismo milanese, e quindi concittadino degli indiani, degli africani e dei sudamericani; ma tutto questo lo è nella sua incoscienza, e voi, senza volerlo, in qualche modo fate di questa sua incoscienza qualcosa che vi turba profondamente e che in fondo idealizzate e amate, perché voi lottate soprattutto per lui.


Ora, voi dovete essere nella coscienza quello che egli è nell’incoscienza, cioè dovete rendervi conto che il mondo contadino da cui provenite è circoscritto, parziale, particolaristico, e voi dovete superarlo in tutti i suoi fenomeni.


Voi concludete il libro scrivendo alla professoressa che vi presenterete, sì, agli esami di riparazione (a cui io sono convinto che vi bocceranno un’altra volta), però chiedendo a questa professoressa di far vertere l’esame su questi argomenti: «A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni; a italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera; a latino qualche parola antica che dice il vostro nonno; a geografia la vita dei contadini inglesi; a storia il motivo per cui i montanari scendono al piano; a scienze ci parlerete dei sormenti (e non “sarmenti”, come si dice in italiano puro) e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliegie».


Allora io vorrei modificare la vostra proposta nella seguente: «A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni (sì, del vostro rapporto con Gianni, ma col sussidio anche della psicoanalisi); a italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera (ma anche come ha fatto Gide a scrivere una sua pagina); a latino qualche parola antica che dice vostro nonno (io invece vi direi di leggervi Virgilio in latino, dato che non vi piace la traduzione del Caro); a geografia la vita dei contadini inglesi (sì, ma anche di quelli cinesi); a storia i motivi per cui i montanari scendono al piano (ma anche che cosa succederà del piano quando sarà compiuta l’industrializzazione totale delle campagne); a scienze ci parlerete dei sormenti e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliegie (ma rendendovi conto che questa è una realtà ormai fossilizzata)».


Voglio ora ristabilire l’equilibrio, mettendo l’accento sulle cose che ho detto all’inizio. E per concludere dico che forse vi ho delusi in questo mio intervento, non soltanto per la sua critica violenta, ma forse anche per il suo disordine, per la sua improvvisazione. Ma voi sapete che c’è un motto meraviglioso della nuova sinistra americana in cui si dice che bisogna gettare il proprio corpo nella lotta: ebbene, fate conto che, invece che a parlare, io sia venuto qui a portare il mio corpo.



P.P. PASOLINI, La cultura contadina della scuola di Barbiana, su «Momento», a. IV, n. 15-16, gennaio 1968. Intervento all'incontro su don Lorenzo Milani tenuto alla Casa della Cultura di Milano il 17 e 18 ottobre 1967.

Commenti


© Contenuto protetto da copyright

 © 2014 Città Pasolini

bottom of page