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Pier Paolo Pasolini: Lei pensa che Brigitte Bardot «abbia avuto tutto dalla vita»? Dialoghi su Vie Nuove, 1960

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 28 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Caro Pasolini,


io non mi interesso molto di pettegolezzi cinematografici e di questioni del genere, però confesso che la notizia del tentato suicidio di Brigitte Bardot mi ha colpito davvero, tanto più che i giornali continuano ad affermare che voleva morire davvero. Possibile che una ragazza simile, che dalla vita ha avuto tutto, volesse davvero morire? Lei che pensa?


Cordialmente,

(firma illeggibile) - Vicenza


Lei pensa che Brigitte Bardot «abbia avuto tutto dalla vita»?


Io non lo penso. Non conosco, è vero, l'attrice, né suo marito, né Vadim, né tutti gli altri che sono intorno a lei: e non ho letto, dalla sua ultima vicenda, che i titoli dei pezzi sui giornali. Soltanto l'idea di leggere quei pezzi, infatti, mi deprimeva profondamente: non avrei mai potuto affrontarli. So quanto l'operazione giornalistica sia falsa: prende, della realtà, dei brani isolati, appariscenti, il cui significato sia immediatamente accettabile, che diventa subito una specie di formula; e poi li ricucisce insieme malamente attraverso un «tono» moralistico che è al puro e semplice servizio del lettore. Non pensa, il giornalista borghese, nemmeno per un istante, a servire la verità; a essere in qualche modo onesto, cioè personale. Egli si spersonalizza totalmente, per far parlare al suo posto un ipotetico pubblico, che egli naturalmente considera benpensante ma idiota, normale ma feroce, incensurato ma vile.


Dati questi bei fondamenti, pensi a cosa possiamo aver saputo di vero leggendo i giornali.


Mi sono però soffermato un momento su questo fatto, non tanto per corredare di una rassicurante patente di incertezza il mio giudizio sul suicidio tentato dalla Bardot, quanto per un'altra ragione: cioè per prospettarle che cosa sia una vita mediata tutta attraverso questo rapporto giornalistico, una vita tutta manipolata per il pubblico.


Ecco che cos'è il successo: una vita mistificata dagli altri, che torna mistificata a te, e finisce col trasformarti veramente. Spesso si dice di qualcuno che non ha saputo reggere al successo: intendendo dire o che si è fatto egoista e presuntuoso, o che non ha potuto continuare a meritarselo, lavorando con la stessa passione, la stessa autenticità, ecc.


In realtà, il non reggere al successo è un'altra cosa: è, cioè, l'arrendersi alla mistificazione che esso comporta.


Che è una mistificazione terribile: o il più spaventoso qualunquismo, puramente mondano; o la più atroce faziosità, che il potere perpetra attraverso gli strumenti di diffusione che ha in mano. Un po' alla volta, intorno alla persona «che ha avuto successo» si crea un'atmosfera del tutto arbitraria. I suoi atti, i suoi gesti, le sue parole si cicatrizzano in una specie di fissità mortale, in cui si condensa, come un precipitato chimico, il mito della celebrità: che dovrebbe essere quello che dà significato a ogni cosa, che riempie di sé ogni ora del divo o del personaggio; mentre in realtà non esiste, è una pura illazione giornalistica, un processo affaristico dei padroni dei giornali o delle case di produzione, che, con una ferocia degna delle più feroci bestie, adoprano una persona come uno strumento, quasi con disprezzo, con sadico cinismo.


È una specie di gioco, le cui regole vengono accettate da ambo le parti: da un lato gli sfruttatori, produttori, editori, direttori di rotocalchi borghesi che siano, dall'altro lo sfruttato: ossia la persona che ha avuto la disgrazia di avere successo. Regole disumane. Non ha senso, in esse, le parole rispetto, gratitudine, sincerità, pietà. È questo certamente uno dei limiti più clamorosamente immorali della società capitalistica.


Io, che in modo certo così limitato, rispetto alla Bardot, ho avuto in questi anni un po' di successo, so cosa questo vuol dire: e capisco benissimo i propositi suicidi di quella ragazza. So cosa significa essere guardati come bestie rare, essere dati in pasto senza discriminazione all'odio (e assai più raramente alla simpatia), essere continuamente, sistematicamente falsificati, adoperati brutalmente a «fare notizia».


Non credo che la Bardot abbia tentato di uccidersi unicamente per qualche dispiacere amoroso: oppure, se questo c'era, era un pretesto. In realtà, io conosco molte di queste ragazze, portate alla ribalta dalla celebrità (anche se non proprio come la Bardot) e leggo in loro i sintomi di una specie di nevrosi dissociativa, che si potrebbe dire «nevrosi da successo», e che i medici non hanno ancora individuato, immagino, se non incasellandola blandamente nella voce «esaurimento». La sua azione dissociativa, del resto, è chiara, se si pensa che oggettivamente la personalità viene spaccata in due: quella umilmente quotidiana, la vera, e quella falsata, spesso atrocemente, che costituisce il mito dei boom giornalistici.


P. P. PASOLINI, Brigitte Bardot, su «Vie Nuove», n. 41, 15 ottobre 1960, p.6.

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