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Pier Paolo Pasolini. Lo scandalo e la maledizione di essere un poeta.

La notte fra il sabato 1º novembre e la domenica 2, 47 anni fa, veniva barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini, abbandonato in uno sterrato presso l'idroscalo di Ostia. Da quella tragica notte del 1975 su Pasolini è stato scritto e detto tanto. Continuamente, senza sosta. Di più quest'anno in cui viene celebrato il centenario della sua nascita. Vogliamo ricordare le parole di Enzo Siciliano nell'anniversario del massacro del poeta, nel novembre 1991 pubblicate sul Corriere della Sera, accompagnando il saggio pasoliniano Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo (18 ottobre 1975).



Pier Paolo Pasolini en Paris 8 Université Vincennes il 26 gennaio 1970 © Dominique Berretty/Rapho/Tutti i diritti riservati

Era un poeta, innanzitutto un poeta: e questo non va dimenticato, pure nella nostalgia della sua voce, quella voce che accendeva quasi con gioia la miccia delle più brucianti provocazioni. Pasolini era un poeta, e di poeti ne nascono pochi in un secolo, come disse in quella triste sera del funerale, a Campo de' Fiori, Alberto Moravia.


Pasolini era un poeta, e da poeta, con la violenza di un poeta vero, l'amore straziante, anche persecutorio, che i poeti hanno, aveva capito il senso, il destino di un'intera collettività. In nome delle sue intuizioni accusava: ma quelle intuizioni avevano prima di ogni altra cosa riguardato il corpo della nostra lingua; e della complessità di quel corpo egli fu l'annalista e il chirurgo, ma, pure, incontestabilmente il poeta. Lo nutriva un'idea che qualcuno volle definire romantica: da poeta, Pasolini intendeva dare parola, o ritrovare la parola, di chi sino ad allora non aveva saputo scoprirsi poeta pur essendolo, il popolo, che delle cose, del tempo, egli diceva, ha un sentimento vero. Ma di un romantico Pasolini non possedeva l'accecata dedizione, la natura irriflessa. Pasolini viveva da poeta, non da ideologo o da giornalista, le ambiguità di una coscienza critica: era disperatamente figlio del suo secolo. Era il corpo delle cose che egli amava: il corpo delle cose si identificava per lui nel corpo iridiscente della lingua, parlata e scritta. In quel corpo il poeta distingueva contraddizioni, e il nodo inestricabile dell'esistenza.


Il popolo: una infelicità felice, fatta di vizio e di terrori, di bellezza deturpata e di splendori morti. Nel popolo, Pasolini non cercava la creatura o l'idea platonica della povertà ma la guerra eterna che l'uomo fa a sè stesso, la guerra allo stato puro, la vita che di continuo si confonde con la morte. Sicari, assassini, o rivoltosi votati al bene e alla giustizia: tutti uguali, e nei loro semplici occhi nessun'altra luce se non quella della carne. Pasolini fu il poeta di una simile luce, di una natura che precede, qualsiasi destino, che è pura disponibilità al destino, che è carne e basta. Gli sembrava che la vita appartenesse a chi non l'accettava, a chi si rifiutava a qualsiasi ortodossia, e che per istinto o riflessione precipitasse nell'eresia, qualsiasi eresia. Lo accusarono di contraddirsi, di gettare intorno a sé il panico per il semplice piacere di far scandalo, qualsiasi esso fosse, la materia per nutrire il proprio narcisismo.


Ma Pasolini stava al di là di queste accuse, proprio perché un poeta, un poeta della sua qualità, di simili nutrimenti non sa cosa farsene. Sapeva benissimo che il conflitto in cui incorre la poesia non è arginabile. Allora, fa scandalo l'omosessualità, ma anche una tranquilla vita di famiglia può far nascere scandali. La questione non sta mai in ciò che appare, ma in ciò che è:


Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,

accuso i vecchi di avere accettato la vita

(e non potevano non accettarla, ma non ci sono

vittime innocenti)1

la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva –

accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.


Pasolini capì il disegno segreto che imprigionava la nostra esistenza a un sistema di infernali controvalori proprio perché sapeva ben distinguere ciò che è accettato in modo supino da ciò che è vissuto con verità: le sue idee correvano leggere sui fili sottili della ragione, ma le animava a un intuito lirico che è di pochissimi , tanto che sotto lo sguardo di lui il mondo, il cuore umano, sembravano non avere zone buie.


Proprio non so in questo momento trovare altro poeta del secolo che abbia avuto una così profonda confidenza con la nostra lingua tanto da sembrare che essa fosse naturalmente sua e di nessun altro. Sembra che Pasolini, col verso, possa dire tutto, ciò che è puro e ciò che non lo è, ciò che è eletto e ciò che è degradato, la bellezza dell'arte e l'orrore metropolitano.


Le sue infrazioni se riferivano ai codici: non alle categorie e ai valori. Rovesciava i codici, sfiorava le maniere della letteratura o quelle della convezione colloquiale, ma avvertirvi che lo faceva soltanto in nome di un superiore valore artistico che non poteva in nessun modo veni posto in questione. Pasolini ha saputo persino farci consapevoli che l'espressività della nostra lingua deperiva, e che sopravveniva un modo inespressivo: ma non si è arreso a quella inespressività, ha dato parola anche a essa, l'ha travolta ai propri fini.


Che fosse anzitutto un poeta, e poi un regista di cinema, poi un narratore poi un critico letterario poi il corsario e il luterano che sappiamo, sta nel fatto che egli privilegiò sempre lo scandalo dell'espressività, e coltivò l'imperterrito sentimento del proprio (non altrui) umili doveri. Ma in quell'umiltà sta la sua indimenticabile grandezza: appunto l'umiltà del poeta.


Enzo Siciliano. Pasolini. Lo scandalo e la maledizione di essere un poeta su Il Corriere della sera, Cultura, domenica 3 novembre 1991, p.3.
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