Polemica con la cultura feltrinelliana, un testo di Pier Paolo Pasolini su «Tempo», 17 gennaio 1970.
- Città Pasolini

- 13 gen
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Non si può certamente parlare di sottomondo culturale a proposito della libreria Feltrinelli, come centro di un certo determinato mondo letterario-politico. Non c’è dubbio, invece, che essa si trovi sul piano culturale più alto. Io ho sempre attaccato, anche con violenza, quel mondo letterario e politico: ma era, la nostra, una polemica dentro la cultura.
Le idee elaborate, nel centro ideale della libreria Feltrinelli, producevano periodici, appunto, politico-letterari (come il «Quindici») e una serie di libri-opere di creazione e documenti. Questi ultimi sono la cosa veramente valida di quell’ala della cultura italiana: sono i nessi da essa istituiti con la migliore cultura internazionale (non «cosmopolita», secondo la definizione negativa di Gramsci).
Tuttavia la neo-avanguardia, nata ufficialmente nel ’63, ha avuto in tale sede la sua evoluzione e la sua trasformazione recente. Essa era, alle origini, un movimento anti-tradizionalistico (contrario soprattutto alle tradizioni recenti dell’establishment), che contrapponeva allo stato d’animo dell’«impegno» lo stato d’animo irridente di chi «non crede» e quindi, quasi meccanicamente, per questo, «demistifica».
Io non ho mai creduto a tal modo di demistificare: la fatuità può essere splendida, a patto che non sia letteraria. E la fatuità dell’avanguardia era esclusivamente letteraria. Infatti non ne è uscito un solo libro buono.
Il Movimento Studentesco ha travolto la neo-avanguardia, ossia una contestazione puramente verbale (e quindi letteraria), non escludente la malafede (e anzi conclamante la malafede come uno strumento necessario ai propri fini), attuata da scrittori la cui accettazione del «sistema» e quindi dell’«integrazione» era il fondamento ideologico paradossale.
La Rivoluzione di Maggio ha dunque travolto la fatuità del disimpegno imponendo una nuova specie di impegno (che soltanto oggi, proprio in questi giorni, ha accettato, se non di identificarsi con quello nato dalla Resistenza, almeno di riconoscerlo storicamente come suo prefiguratore).
I neo-avanguardisti (forse in nome di quella loro vantata malafede «dadà», mistificante per eccesso di demistificazione) hanno accettato la Rivoluzione di Maggio con molta disinvoltura: vi si sono bellamente identificati. E poiché, naturalmente, il terrorismo è insito in ogni movimento programmato per una volontà non escludente la malafede, come paradosso totale; e poiché un certo terrorismo è anche insito in ogni movimento fondato sul moralismo (la spinta a rivendicare in modo radicale la purezza dell’ortodossia, nella fattispecie marxista), i due terrorismi si sono fusi in una specie di monstrum.
Per cui molti contestatori globali hanno creduto di riconoscere il loro correlativo letterario nella letteratura d’avanguardia di moda, come momento puramente eversivo di cui essi non erano in grado di riconoscere la pura e semplice verità letteraria: e i neo-avanguardisti hanno assurdamente fatto loro la contestazione pragmatica, il mito castrista dell’azione eccetera, facendo lo gnorri sulla propria ideologia per cui la contestazione era stata solo e unicamente linguistica o verbale.
Gli ultimi due anni letterari sono passati sotto il segno di questo Pasticcio. Poi, ultimamente, com’era da prevedersi, sono cominciate le azioni reazionarie: causate dal terrorismo tradizionalistico per tanto tempo tenuto sotto soggezione dal terrorismo avanguardistico. Tra la libreria Feltrinelli e il Premio Campiello non c’è molto da stare allegri.
Questa mia polemica con la cultura feltrinelliana, ripeto, avviene «dentro» la cultura. Perciò essa non può che tacere, ora, di fronte alla persecuzione contro Feltrinelli e la sua Casa Editrice, trascinata nell’orrenda mediocrità del sottomondo italiano, dove due sottoculture si fronteggiano: da una parte quella ufficiale dello Stato, dall’altra quella della contestazione di second’ordine, della cui azione nessuno può essere chiamato a rispondere, a meno di non ledere la sua libertà di opinione e di espressione, e di non volerlo additare al linciaggio.
P.P. PASOLINI, Dentro la cultura, su «Tempo», 17 gennaio 1970, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano, pp. 1280-1282.



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