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Sciascia racconta Pasolini



Leonardo Sciascia nel suo studio alla Noce © Angelo Pitrone

Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia hanno intrattenuto una intensa corrispondenza dal 1951 agli inizi degli anni Sessanta. Negli anni Sessanta la corrispondenza si interrompe. Il perché lo spiega lo stesso Sciascia nel libro "Nero su nero", di cui accanto pubblichiamo il testo:

Ho cercato ieri - e fortunatamente ritrovato nel disordine un cui stanno le mie cose - il foglio ingiallito del giornale "La libertà" in cui Pasolini pubblico il 9 marzo del 1951 un articolo sul mio primo libretto. Un articolo su tre colonne: come se di quell'esile libretto egli avesse parlato sapendo quello che avrei scritto dopo, fino ad oggi. S'intitola "Dittatura in fiaba".

"Deliziosi i libretti! Te ne sono molto grato. Adesso aspetto le trenta copie per spedirle agli amici e ai critici. Finora l' ha visto solo Bassani che è rimasto colpito dalla dignità e dal gusto dell' edizioncina. Questi libretti hanno una storia e fanno piccola storia. Me ne ero quasi scordato, come forse se ne era scordato Pasolini. Rileggendo ora le sue lettere, mi pare di aver vissuto una lunghissima vita e che la felicità di allora sia come il ricordo di un altro me stesso; un lontano e remoto me stesso, non il me stesso di ora. Eravamo davvero così giovani, così poveri, così felici?"

E si chiude con questo concetto, che parlando mi aveva poi ribadito in "Passione e ideologia" e, l'anno scorso, recensendo "Todo Modo":

"Ma anche questi improvvisi bagliori, queste gocce di sangue rappreso, sono assorbiti nel contesto di questo linguaggi, così puro che il lettore si chiede se per caso il suo contenuto, la dittatura, non sia stata una favola"

E credo che questo giudizio - e perciò lo riporto - non fosse di entusiasmo ma di limitazione, considerando che lui amava un linguaggio meno puro, più urgente e rovente.

Comunque, da quel momento siamo stati amici. Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo, nei dieci anni che seguirono, e specialmente nel periodo in cui lavorava all'antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò, i nostri incontri divennero rari e casuali, l'ultimo nell'atrio della'albergo Jolly, qui a Palermo: quando lui era venuto a cercare attori per "Le mille e una notte".

Ma io mi sentivo sempre un suo amico; e credo che anche lui nei miei riguardi. C'era però come un'ombra tra di noi, ed era l'ombra di un malinteso. Credo che lui me ritenesse alquanto - come dire? - razzista nei riguardi dell'omosessualità. E forse era vero, forse è vero: ma non al punto da non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti, i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa. E il fatto di non essere mai riuscito a dirglielo mi è ora di pena, di rimorso.

Io ero - e lo dico senza vantarmene, dolorosamente - la sola persona in Italia con cui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.

E voglio ancora dire una cosa, al di là dell'angoscioso fatto personale: la sua morte - quali che siano i motivi per cui è stato ucciso, quali siano i sordidi e torbidi particolari che verranno fuori - io la vedo come una tragica testimonianza di verità, di quella verità che egli ha concitatamente dibattuto scrivendo, nell'ultimo numero del "Mondo", una lettera a Italo Calvino.

Leonardo Sciascia dal libro "Nero su nero" (1979) Einaudi

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