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Susanna Colussi, la madre del poeta Pasolini


«Stringo forte il braccio di mia e affondo la guancia nella povera pelliccia che essa indossa: in quella pelliccia sento il profumo della primavera, un miscuglio di gelo e di tepore, di fango odoroso e di fiori ancora inodori, di casa e di campagna. Questo odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita»



Susanna Colussi con Pier Paolo Pasolini nella sua casa romana all'EUR © Jerry Bauer/Riproduzione riservata

Così scriveva Pier Paolo Pasolini, la cui madre novantenne, Susanna si è spenta domenica in una casa di riposo a Udine. Le tristi nebbie della vecchiaia furono pietose verso questa donna che vedemmo, nel film Il Vangelo secondo Matteo, nel ruolo semplice e supremo della Madre di Cristo: in quell’orribile giorno del novembre 1975, quando il corpo di Pasolini fu trovato straziato al lido di Ostia, la verità le fu risparmiata, i parenti e gli amici le parlarono di un incidente stradale. Il dolore, pur altissimo («Perché lui e non io?»), scivolò a poco a poco in un vuoto crepuscolo della memoria, nei grigi fondali da cui emergono soltanto dispersi frammenti di voci, disunite sembianze di ricorsi. Susanna Colussi Pasolini, ex maestra elementare, diplomata nel suo Friuli all’istituto San Pietro al Natisone, aveva già perduto un altro figlio, guido, durante la guerra partigiana, nell’eccidio di Porzus. A lui Pier Paolo aveva dedicato versi che ancor oggi mettono addosso un profondissimo brivido:


Con la testa spaccata, la nostra testa,

tesoro umile della famiglia,

grossa testa di secondogenito,

mio fratello riprende il sanguinoso sonno,

solo, tra le foglie secche e i caldi fieni

di un bosco delle prealpi; nel dolore

e la pace di un'interminabile domenica…

Le madri dei poeti, come tutte le madri, possono avere impensabili destini: essere ombre lontane dall’infanzia, o presenze accecanti della maturità, o silenziose compagne di viaggio che trepidano intorno al figlio quando tutto intorno a lui è cambiato. Forse quest’ultimo fu il ruolo della madre di Pasolini: dopo un matrimonio non felice, era al fianco di Pier Paolo quando egli tentò nel ’50 l’avventura romana: vivevano in una stanza d’affitto, lui faceva il correttore di bozze, lei la domestica a tutto servizio preso la famiglia d’un architetto. Il successo, il passo oltre la soglia della povertà e dell’anonimato, sembravano remoti come i profili delle montagne perdute.

Non cerco le parole mie, o immagini nate fuori dalla loro storia, o le segrete illuminazioni della psicanalisi, per dire quello che fu Susanna Pasolini per la vita e per la poesia del figlio. Basta leggere la «Supplica» che è dei primi anni Sessanta:

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

Il figlio se ne andò prima di lei, assassinato, dopo una vita bruciata tra fochi ora grandi ora torbidi. Pasolini, come tutti, credeva che dovesse valere la legge dell’età. Nella «Supplica» si rivolge alla madre proprio come se volesse fermare il tempo:

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Degli ultimi cinque anni di Susanna Pasolini, seguiti alla morte di Pier Paolo, si hanno scarse notizie. I due figli sono sepolti sotto le lapidi del cimitero di Casarsa. Secondo quanto racconta lo scrittore friulano Carlo Sgorlon, Susanna fu portata a fare un giro in auto nei dintorni di Udine. L’accompagnava la nipote. Era quasi sera, il giorno era stato limpido, ma poi il tramonto aveva portato con se le grandi nuvole che spuntano improvvise dalle montagne. Una luce abbagliante, d’un rosso simile ai cieli devastanti delle tragedie, parve incendiare la strada e il paesaggio. La vecchia signora, che fino a quel momento era parsa indifferente a tutto, ebbe paura, gridò.

Non è una profanazione cerca d’interpretare quel grido. Forse l’immenso oblio dell’età fu interrotto, forse il tramonto ricordò il sangue e i regni invisibili che stanno dopo il sangue. L’amore conosce vie segretissime, sentieri che nessuna carta può registrate. O forse fu soltanto un baleno della memoria più fugace d’ogni lampo.

Intorno s’accampava l’antica scena del Friuli, con i luoghi d’una giovinezza e d’una felicità così abissalmente diverse da quello che poi divenne l’atroce futuro. Lì, il figlio aveva scritto anche in nome di lei, diventando lei stessa:

Ti trovo sul lenzuolo

bianco, rosa bianca,

facendo il letto a mio figlio,

ti trovo sul lenzuolo.

Giulio Nascimbeni. Compagna di viaggio del figlio poeta. Il Corriere della sera, 3 febbraio 1981, p.3.
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