Una conversazione tra Pier Paolo Pasolini e gli studenti dell’Università di Bologna, giugno 1975, ora su «ΚΥΡΙΑΚΑΤΙΚΗ ΕΛΕΥΘΕΡΟΤΥΠΙΑ», 1997.
- Città Pasolini

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Come tutti gli eretici e gli eremiti, Pasolini non fu compreso ai suoi tempi. I suoi interventi pubblici negli ultimi anni di vita (in Scritti corsari, ed. Garzanti, 1975) suscitarono numerose reazioni e critiche, sia da parte della destra italiana sia degli ambienti intellettuali e politici di sinistra. La destra, naturalmente, non simpatizzava con l’intellettuale comunista, che non cessava di denunciare il nuovo «tecnofascismo» e la corruzione del governo democristiano, né con il poeta omosessuale che trascorreva la vita trascinato nei tribunali, poiché il suo pensiero e il suo comportamento sembravano rappresentare una sfida costante alle istituzioni.
A sinistra, invece, non erano pochi coloro che lo consideravano un reazionario, un nostalgico sostenitore del mondo contadino e dei suoi modelli culturali arcaici, contrario all’omologazione e al progresso, o addirittura un intellettuale indisciplinato e imprevedibile, incapace quindi di assimilare e adottare il modello dell’intellettuale «organico».
Ma cosa disse il «corsaro» Pasolini? Il tema centrale della sua appassionata polemica fu la denuncia della trasformazione totale che il nuovo potere consumistico aveva imposto alla società italiana.
Cultura consumistica. Pasolini comprese fin da subito che il «progresso» dello sviluppo — lodato e perseguito da tutti — non solo avrebbe portato alla «scomparsa delle lucciole», ma anche a una degradazione antropologica senza precedenti. Il consumismo rappresenta una nuova forma di totalitarismo, nella misura in cui aliena e mercifica ogni cosa. L’ideologia edonistica del consumo produce un generale appiattimento che altera ogni autenticità e particolarità.
Nasce così un mutamento antropologico senza precedenti: un’uniformità spirituale interclassista che coinvolge tutti, operai e borghesi, popolo e sottoproletariato. Nel crogiolo dell’edonismo e del consumismo di massa, le differenze si annullano e tutti finiscono per diventare identici «porcellini».
Il testo che segue è un ampio estratto di una discussione tenutasi all’Università di Bologna nel giugno del 1975, pochi mesi prima della morte di Pasolini.
«Siamo diventati tutti piccolo-borghesi»

PASOLINI: «Facciamo una discussione costruttiva, affinché io e voi possiamo imparare qualcosa gli uni dagli altri. Vorrei anzitutto formulare un’osservazione autocritica. Tutto ciò che ho detto e scritto nasce da un’esperienza esistenziale; perciò la mia eventuale precisione linguistica è del tutto irrilevante, perché di antropologia culturale so ben poco, avendo letto soltanto ciò che può leggere uno scrittore.
Il mio fondamento è nella vita concreta. Non ho elaborato una teoria da verificare poi nella pratica: tutto è nato direttamente dall’esperienza vissuta. Perché ho insistito sul fatto che esista un legame diretto tra mutamento culturale e trasformazione psicosomatica? Perché lo conoscevo attraverso l’esperienza della vita.
Prendiamo le borgate romane come una sorta di microcosmo da osservare analiticamente. Questi quartieri possedevano una cultura propria, che naturalmente poteva essere interpretata in molti modi; uno di essi era quello dell’antropologia culturale.
Fino a cinque o sette anni fa, le borgate erano abitate da immigrati provenienti dalla campagna romana o dalla provincia napoletana, portatori di un patrimonio culturale contadino che, con l’urbanizzazione, aveva subito profonde deformazioni. I loro modelli di comportamento e i loro valori restavano nettamente distinti da quelli della classe dominante, con la quale a Roma entravano in contatto soltanto in modo teorico.
Essi continuavano infatti a seguire i propri valori e a mettere in pratica i propri modelli culturali. Prendiamo un esempio concreto: il gergo popolare. Erano perfetti esecutori di una partitura verbale, ma nello stesso tempo anche creatori e ispiratori di nuove sinfonie linguistiche.
A una perfetta intonazione linguistica si accompagnava una straordinaria capacità inventiva. Tuttavia, quel mondo è stato distrutto.
Una volta cancellati gli elementi originari della loro cultura, che cosa accade ai giovani delle borgate? Essi cercano di adattarsi a un altro modello, di assumere i valori che vengono sommariamente trasmessi dalla scuola dell’obbligo — un’istituzione aberrante, che insegna banalità e indirizza verso il conformismo e il moralismo piccolo-borghese — dalla televisione, di cui è persino superfluo parlare, dalla stampa, da quel poco che leggono, dalla moda. Ma soprattutto dai beni di consumo, dei quali sono diventati consumatori.
Questo genocidio culturale ha trasformato queste persone sotto i miei occhi, e la trasformazione non è avvenuta in un arco di tempo tanto lungo da cancellarne l’immagine precedente. Al contrario: quell’immagine io la conservo ancora viva e intatta. Risale a pochissimi anni fa.»
STUDENTI: «Puoi descrivere le caratteristiche di questo cambiamento? Si tratta di una trasformazione dei valori, dei modelli culturali oppure addirittura del carattere umano?»
PASOLINI: «Tutti voi conservate dentro di voi lo stereotipo di quel mondo, almeno in parte, perché io stesso l’ho descritto nei miei romanzi.
Oggi, però, quei ragazzi hanno scoperto qualcosa di cui prima erano ignari: la nevrosi. Una nevrosi che nasce da un complesso d’inferiorità. Non riescono infatti a incarnare i modelli piccolo-borghesi che vengono loro imposti, e per questo diventano nevrotici.
La nevrosi imprime il proprio marchio sulla loro fisionomia, sul loro modo di essere; così diventano pallidi, fragili, muti, quasi fantasmi. È come se fossero diventati completamente afasici. Hanno inoltre perduto le caratteristiche fisiche dell’aggressività che un tempo possedevano, sostituite da un’aggressività di tipo nevrotico.
È difficile spiegare tutto questo a parole: bisognerebbe scriverne compiutamente oppure realizzarne un documentario. Le stesse fisionomie perdono quei tratti che un tempo risultavano immediatamente riconoscibili e indimenticabili. È come se i volti si fossero arrotondati, uniformati, quasi mascherati.
L’ultima osservazione riguarda il mutamento della pronuncia. E qui dovrei ricorrere non tanto a un linguista quanto a un fonologo. In questi mesi, a Roma, si sta verificando una vera e propria trasformazione della pronuncia.»
PASOLINI: «Mi poni una domanda difficile e, per certi versi, spiacevole, perché la parola “ruolo” è terribile e andrebbe evitata. L’unico ruolo possibile consiste nell’essere onesti, nel sacrificarsi, nel dare alle proprie parole la massima necessità, verità e sincerità.
Se dovessi mettermi a definire un ruolo, finirei soltanto per aggiungere un altro codice alle migliaia di codici già esistenti. Preferisco dunque lasciare questa parola vuota e riempirla di volta in volta, secondo le necessità concrete.
Non voglio presentarmi come un esempio, ma credo che l’unica strada onesta per un intellettuale sia denunciare ciò che lo tormenta, ciò che lo fa soffrire. Senza diplomazia, senza il timore di perdere popolarità, come chi non ha nulla da perdere.
Quando un intellettuale si comporta in questo modo, è già abbastanza, perché, in quanto creatura umana, resta comunque fragile.»
STUDENTI: «Penso che, a partire dal Sessantotto, la classe operaia italiana abbia dimostrato una capacità di opposizione radicale al modo di produzione capitalistico. Per questo faccio fatica a comprendere il giudizio di Pasolini sulla sua “urbanizzazione”, dal momento che la realtà politica di quegli anni sembrava smentirlo.
Perché Pasolini non si è interessato maggiormente alla classe operaia cosciente? Soltanto perché non rientrava nel suo orizzonte esistenziale? E perché ha riconosciuto nel mondo contadino una forza di opposizione al modello capitalistico senza cercarla invece là dove essa si manifestava concretamente, cioè nella fabbrica?
Perché questa omissione, se il linguaggio di un poeta è un linguaggio di verità?»
PASOLINI: «Rispondo a queste domande dicendo anzitutto che hai ragione. Esiste indubbiamente una sproporzione — anche statistica — tra gli studi e le riflessioni dedicate al mondo contadino e sottoproletario e quelle rivolte invece alla classe operaia.
Per quanto mi riguarda, ho vissuto dapprima in un mondo contadino arcaico — ed è lì che ho letto Gramsci e Marx, ed è lì che ho combattuto, nel 1945 e nel 1946, accanto ai contadini friulani contro la grande proprietà terriera — e successivamente nel mondo del sottoproletariato romano. La sproporzione è evidente e non ho altre giustificazioni da aggiungere.
Quanto a ciò che hai detto all’inizio del tuo intervento, non so se, in questi anni, la classe operaia — che io osservo soprattutto nella sua componente giovanile — sia davvero contraria allo sviluppo e portatrice di una differenza radicale di matrice marxista.
Per esempio: che cosa penserebbero i nuovi operai di fronte alla produzione di beni superflui e sovrabbondanti? Sarebbero davvero disposti a mettere radicalmente in discussione l’orientamento capitalistico della produzione?
Rivolgo questa domanda a voi e a Scalia, perché credo che l’enorme quantità di beni eccedenti giochi un ruolo decisivo nelle trasformazioni “antropologiche” di cui parlavo poco fa…»
SCALIA: «I marxisti tradizionali tendono a ritenere che il processo di integrazione capitalistica coincida con la mercificazione universale propria della società dei consumi. Tuttavia non comprendono ciò che Pasolini intende dire quando avverte: “Attenzione! Questo processo produce anche abiezioni sociali, cioè continua a riprodursi socialmente”.
Ed ecco il problema, e insieme la domanda: questa socializzazione, proprio perché fondata sui rapporti sociali di produzione, è ancora una socializzazione di classe…»
PASOLINI: «Voi state parlando del capitalismo come di un fenomeno che produce relazioni sociali. Ma questo accade da secoli: è il suo meccanismo classico.
Io però sottolineo che questa “tradizione” del capitalismo è mutata in modo imprevedibile e che, di fronte a tale cambiamento, mi trovo a sbattere la testa contro il muro, perché non riesco ancora a interpretarlo politicamente. Lo conosco, lo vedo, lo sperimento con la poca intelligenza e cultura che possiedo, ma non so ancora spiegarlo fino in fondo.
Per questo parlo genericamente di un nuovo potere, di una nuova forma di capitalismo, che non coincide più con il neocapitalismo di dieci anni fa. Parlo del consumismo, di una rivoluzione che si sviluppa all’interno dell’entropia capitalistica, come se il capitale, rigenerandosi dall’interno, fosse ormai capace di produrre relazioni sociali completamente diverse da quelle classiche che conoscevamo.
È cambiata la quantità della produzione, è cambiato il modo di produzione, è cambiata la merce, ed è cambiata perfino la mercificazione dell’uomo. In sostanza, le nuove relazioni sociali implicano una totale urbanizzazione della società.
Per molto tempo il capitalismo aveva interesse a mantenere i contadini nelle campagne, gli operai nelle fabbriche, la borghesia negli uffici e nelle scuole. Lo slogan implicito era l’esistenza stessa delle differenze di classe.
Da alcuni anni, però, la situazione si è rovesciata. Sembra infatti che la vera esigenza vitale del nuovo capitale sia, per dirla in termini antropologici, la produzione di un’infinità di piccoli borghesi, in una sorta di processo a catena, come un’epidemia che si diffonde dal Nord al Sud e coinvolge ogni classe sociale.
Certo, mi rallegro anch’io per i molti voti ottenuti dai comunisti alle ultime elezioni; eppure, nello stesso tempoe io insieme ai compagni, ma ciò non nega il fatto che, antropologicamente parlando, si tratti di voti di origine piccolo-borghese o quantomeno di un'urbanizzazione nelle sue fasi iniziali. E se la rivoluzione del marxismo indicava una differenza radicale, come cambia ora la sua prospettiva, con una classe proletaria urbanizzata?
STUDENTE: Ciò che ci interessa è se si tratterà ancora di omogeneizzazione o se piuttosto di una nuova interpretazione del discorso marxista sull'egemonia.
PASOLINI: L'una cosa non esclude l'altra. I comunisti tradizionali e l'apparato di partito dovrebbero rendersi conto che si è verificata un'omogeneizzazione culturale – un evento positivo, negativo o distruttivo, a seconda del punto di vista di chi lo giudica. Tanto più che sono chiamati dagli elettori ad amministrare comuni e comunità. Non potranno ignorare che le relazioni sociali prodotte dal capitale hanno come denominatore comune l'urbanizzazione. In un certo senso, il partito dovrebbe tornare a puntare all'egemonia, perché ne ha il potenziale a tutti i livelli, compreso quello culturale. Per dieci o quindici anni, il partito ha dimenticato di sviluppare un discorso culturale. Era eclettico, accettava entrambe le cose, mentre ora potrebbe ricominciare a elaborare solidi orientamenti culturali, a patto che posi uno sguardo sulla società non diplomatico, ma realistico ed estremamente autocritico.»
P.P. PASOLINI, Incontro-dibattito all'Università di Bologna con studenti, giugno 1975, in ΚΥΡΙΑΚΑΤΙΚΗ ΕΛΕΥΘΕΡΟΤΥΠΙΑ, 03 agosto 1997, pp.38-39. Traduzione Silvia M. Gutiérrez.







Commenti