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Una poesia di Pier Paolo Pasolini sulla strage di Piazza Fontana. Patmos, Trasumanar e organizzar.



Pier Paolo Pasolini a Milano durante le riprese del documentario "12 dicembre" (1970) © Granata Press Photo/Tutti i diritti riservati

Sono sotto choc

è giunto fino a Patmos sentore

di ciò che annusano i cappellani

i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta

la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo

che Dio, per istruire i suoi servi

– sulle cose che devono ben presto accadere –

ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo

al proprio servo Giovanni.

Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là

vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,

che fuma nelle osterie con le latrine all’aperto.

Poca creanza, farsi ritrovare così,

da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,

e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!

Ma gli usati corpi, non di monaci,

perché cattolici erano cattolici, ma s’erano sposati, fornicando

la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.

Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto[1].

Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c’è un abisso.

È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette

son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;

lo fosse!)

E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni

Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo

e anche Pasolini ride,

tutto quello che ha veduto,

mentre Moravia è distratto, beato chi legge,

e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.

Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.

Oppongo al cordoglio un certo manierismo.

Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.

Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;

e basta deciderlo, l’umore necessario è pronto

con tutti i suoi caratteri

(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)

chi è al potere altresì ha le sue figure

entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;

dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,

col doppiopetto: perché il tempo è lontano.

Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza

di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile

in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!

Come poi se fossimo nel ’44.

Io sono l’Alfa e l’Omega,

colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente;

fidando su ciò, l’onorevole Rumor, Pocopotente

ma Potente, comunque,

si dissocia dai telespettatori dei bar

e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano

di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.

Attilio Valè: presente!

52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.

Era separato da otto anni dalla moglie;

era un bell’uomo alto circa un metro e ottanta:

commerciava in bestiame

Io, Giovanni, vostro fratello,

che partecipa con voi alla stessa tribolazione

al regno e alla perseveranza di Gesù,

mi trovai relegato nell’isola chiamata Patmos

a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.

L’Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.

Pietro Dendena (presente!) 45 anni,

abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11

con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,

che frequenta il corso di segretariato d’azienda,

e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.

Di professione mediatore,

frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana

non mi meraviglierei da letterato schizoide

che comparisse tale e quale in un olio del Prado

né che avesse un debole per l’Inter;

ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali –

contro un cielo buio, con nuvole basse –

micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!

L’è il dì di mort (tutti presenti).

Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)

ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,

e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati

riscaldati dalla stufa

abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré,[2]

dove si era trasferito nel 1954

possidente di non pochi terreni agricoli,

curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.

I vicini di casa, loro,

lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.

Usava regolarmente la bicicletta.

Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.

Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore

e udii dietro a me una voce potente, come di tromba

Eugenio Corsini, 55 anni, presente!

abitava dall’epoca delle nozze in Via Procopio 8,

padre di due figli ormai sposati,

commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.

La moglie non aveva smesso di lavorare.

Non si cantarono serenate in quel 1940;

dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.

Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;

niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;

la Morale come una cosa passata di donna in donna;

poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.

Io mi voltai per vedere la voce che parlava

e appena voltato vidi sette candelabri d’oro

Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate

e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell’Uomo

in Via Stazione 21

vestito di una lunga veste

lascia la moglie e due figli sposati

che hanno proseguito la sua attività di assicuratore

e cinto d’una fascia d’oro sul petto

Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici

e per sbrigare alcune faccende relative all’attività dei figli

Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana

i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace

(così disse chi li raccolse sotto il bancone)

Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del ’15-18

la locale sezione dell’associazione dei combattenti. Presente!

Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!

Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata

la sua voce era come il rumore delle grandi acque

a Corsico in Via XX Settembre 19.

Nella destra teneva sette stelle.

Era stato macellaio

dalla sua bocca usciva un’acuta spada a due tagli

percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.

La sua faccia era come il sole.

Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.

Carlo Gaiani, presente, 57 anni,

abitava con la moglie alla cascina Salesiana

Era perito agrario

ed aveva condotto con successo l’azienda agricola

che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.

Ora l’azienda era in decadenza.

Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.

Si era recato alla Banca dell’Agricoltura

per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.

Saragat taccio, ma ne parla l’«Observer» .

Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»

affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano

mettiamo la sordina alla tromba di quell’Uno

lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11

fare d’ogni erba un fascio degli estremisti

si era recato al mercato di Piazza Fontana

va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)

come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni

ma un presidente della Repubblica!

Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese

Non si può predicare moderazione

e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana

in un paese dove è appunto la moderazione che va male

Hanno trovato entrambi la morte

e dove non si può essere moderati senza essere banali

poco dopo essersi ritrovati.

Luigi Meloni, 57 anni presente:

commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour

con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.

Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.

Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.

E quando l’ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.

Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:

Non temere, io sono il Primo e l’Ultimo.

Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.

Non si può essere medi, qui, senza essere privi d’immaginazione.

Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente.

Giulio China, 57 anni, presente!!

Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,

ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.

Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli

(a differenza di Giulio China)

e tengo le chiavi della morte e dell’inferno.

Mario Pasi, cinquant’anni: presente,

abitava con la moglie in un bell’appartamento di Via Mercalli 16.

Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,

sotto cui l’ombra è così fredda che par di essere in Germania

e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più

se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone

Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro

che danno sui parchi

Non aveva figli. Geometra,

si era dedicato all’amministrazione di fondi e stabili.

Era stato ufficiale di cavalleria.

Scrivi dunque le cose che hai vedute,

e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:

l’Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io

(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)

la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:

le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!

Ecco il senso misterioso delle sette stelle;

ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.

Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,

con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».

Aveva un secondo figlio sposato.

Aveva fatto il mediatore per tutta la vita

ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto

a muoversi con l’ausilio di un bastone.

Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato

a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.

Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:

Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:

la nostra azienda è in rovina,

lavoriamo con le nostre mani la terra

aiutati da un solo lavorante.

Non siamo più in grado di abitare in questo Paese

che se ne va per le strade nuove della storia

che hai veduto nella mia destra

e dei sette candelabri d’oro;

Gerolamo Papetti, 79 anni,

abitava alla cascina Ghisolfa di Rho

di cui era proprietario.

Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.

Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,

lo aveva accompagnato a Milano

ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.

Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese

e i sette candelabri sono le sette Chiese.

Beh,

non ho intenzione di scrivere l’intero Apocalisse:

ormai basta solo progettarlo;

e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.

In piena epoca industriale,

coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante,

Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche

ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.

No, davvero non si può,

l’ecolalie neanche notarili

vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo

sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,

andiamo di là.

Poi venni a casa.

La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre

era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.

Essa ha ottant’anni, l’età di Gerolamo Papetti:

e penso a ciò che deve ancora soffrire.

Da letterato che fa della letteratura

dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»

e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,

Saragat non doveva fare un fascio di quell’erba:

e dunque sugli scudi Tolin.

Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.

Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra

Tu ti suiciderai

se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere[3]

e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,

coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,

è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;

tu ti ucciderai, fascista pazzo,

e il tuo suicidio non servirà ad altro

che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.

In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche

pascolano crepuscolari a Patmos

dove ci si limita a scrivere, dell’Apocalisse, il solo prologo.

Ma approfondiamo

(che altro non si fa a Patmos,

senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,

il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi

i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)

proseguendo, proseguendo eroicamente,

dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani

A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea

vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti

e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,

ma ciò non esclude che anche tra loro

i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!

Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.

L’ultimo odor di stalla e di farina

e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all’aperto

dove va gente che se la intende sull’onorabilità

e vi fa del razzismo romanico

unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto

in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista[4]

essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;

la porta della storia è una Porta Stretta

infilarsi dentro costa una spaventosa fatica

c’è chi rinuncia e dà in giro il culo

e chi non ci rinuncia, ma male, e tira fuori il cric dal portabagagli,

e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;

ma son tutti là, davanti a quella Porta.


Pier Paolo Pasolini. "Patmos" in “Trasumanar e organizzar” (1971) Pubblicato per la prima volta nel numero di ottobre/dicembre 1969 della rivista “Nuovi Argomenti”.

Le note alla poesia sono di Pasolini.


[1] Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell’anarchico Pinelli.
[2] Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
[3] Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
[4] Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.
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