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Una "Vita violenta" mobilita i pompieri, di Franco Calderoni, pubblicata su «TEMPO» 10 marzo 1962, n.10, pp.60-63.

  • 30 giu
  • Tempo di lettura: 6 min
Nenni saluta Serena Vergano, insieme a Pasolini e e Franco Citti in occasione della prima del film 'Una vita violenta' si tenne a Roma nello storico Cinema Quattro Fontane, 30 marzo 1962 © DUFOTO/Archivi Farabola/Tutti i diritti riservati
Nenni saluta Serena Vergano, insieme a Pasolini e e Franco Citti in occasione della prima del film 'Una vita violenta' si tenne a Roma nello storico Cinema Quattro Fontane, 30 marzo 1962 © DUFOTO/Archivi Farabola/Tutti i diritti riservati

Roma, marzo


«È meglio di Accattone» ha detto Pasolini dopo aver visto il montaggio dei primi due terzi di Una vita violenta. «Aveva accettato il nostro invito pieno di sfiducia e di prevenzioni racconta Brunello Rondi che ha diretto con Paolo Heusch la versione cinematografica del romanzo di Pasolini - ma alla fine era felice e infervorato, tanto che ha voluto sceneggiarci lui la scena dello sciopero al sanatorio che dovevamo ancora girare. E ogni giorno veniva a vederci lavorare».


«Forse temeva che gli aveste edulcorato il libro».«Forse era arrabbiato perchè non ci eravamo mai rivolti a lui. Ma noi avevamo paura che ci imponesse troppo forte la sua personalità non solo di autore ma anche di regista. Solo per questo non l'avevamo interpellato. Heusch ed io volevamo essere assolutamente liberi di seguire l'impostazione che avevamo deciso di dare al film. Sarebbe stato naturale se Pasolini, interpellato fin dall'inizio, ci avesse detto di abbandonare certe idee».


Per questa stessa ragione Rondi non ha ancora fatto vedere il film a Fellini, col quale ha lavorato come aiuto regista in molti film.


«Tu non vuoi i miei consigli — mi dice Federico —, vuoi fare vedere il film quando il mio parere non potrà più cambiare nulla.»


«È proprio così. I consigli di Fellini, come quelli di Pasolini, ci avrebbero forse evitato qualche errore, ma sarebbero state correzioni alla Fellini o alla Pasolini e non nostre. Così abbiamo preferito rischiare da soli.»


«Avete rimaneggiato molto il romanzo?»


«Assolutamente no — risponde Rondi —. Abbiamo tolto alcune cose che non c'entravano niente con l'evoluzione del personaggio di Tommasino e abbiamo calcato la mano su altre per renderle più attuali. Per esempio, le scene in cui i ragazzi delle borgate vengono affittati dai missini per inscenare una gazzarra contro la squadra di calcio cecoslovacca non sono più all'altezza del teppismo neofascista. Le abbiamo sostituite con quelle avvenute nel cinema Barberini, in cui la gazzarra ha lasciato il posto al vero teppismo delinquenziale. Pasolini stesso ci ha confortato in questa necessità di puntare molto sull'aspetto politico dell'evoluzione di Tommasino. La speranza prende qui il volto della conversione ideologica, mentre in Accattone è determinata dall'incontro con Stella. Per questo io dico che, se il film di Pasolini è un poema cinematografico, il nostro deve essere un romanzo che orienta il neorealismo verso la tragedia. Abbiamo evitato il picaresco e l'avventura, cioè i grandi trabocchetti che avrebbero potuto far scivolare il film nel cliché, e abbiamo puntato diritto sui tre elementi fondamentali della storia: il dolore, la rivolta e la morte. Anche l'ambientazione è completamente nuova: non più i villaggi periferici fatti di baracche squinternate, ma le borgate nuove, gelide, bianche e, apparentemente, igieniche dell'INA-Casa... Qui a Pietralata giriamo solo la scena dell'alluvione.»


La nostra conversazione si svolgeva al margine di una valletta appostata proprio sotto gli argini dell'Aniene. I pompieri stavano sistemando le idrovore che avrebbero di lì a qualche ora riversato circa trentamila litri d'acqua del fiume nella conca terrosa.


«Adesso l'allaghiamo, poi fra qualche giorno, quando si sarà formato il fango necessario, gireremo la scena così com'è descritta nel libro; faremo entrare altra acqua per ricreare esattamente quella che l'autore chiama "ira di Dio". Questa settantina di baracche che abbiamo ricostruito scompariranno.»


Franco Citti, il protagonista di Accattone che ora interpreta il personaggio di Tommaso, si aggirava nervoso fra la fanghiglia e le suppellettili misere destinate a navigare.


«È un attore straordinario, nuovo e insostituibile — dice Brunello Rondi —. Arriva per istinto a prevenire le spiegazioni necessariamente razionali che il regista vorrebbe dargli...»

«Ma pensa che sia limitato a queste parti, diciamo autobiografiche?»


«No, no, sono sicuro che può interpretare una vasta gamma di personaggi. Certo non può vestire i panni di un milord, ma, come faccia popolare, è quanto di meglio il cinema italiano abbia avuto finora. Heusch ed io gli faremo interpretare, subito dopo questo, un altro film, intitolato Campo undici, che racconterà la storia di un operaio giovane, anarchico e scapestrato che compie la sua evoluzione umana e drammatica vivendo a contatto con gli operai di un cantiere situato negli Appennini. Del resto — continua Rondi — le borgate sono una vera miniera di attori. Bisognerebbe che qualche talent scout si dedicasse alla loro scoperta...»


«Anche di attrici?»


«No, le ragazze non hanno quelle caratteristiche di unicità che hanno gli uomini... sono più standardizzate, tanto è vero che, per la parte di Irene, abbiamo dovuto far ricorso a un'attrice, diciamo, "normale", a Serena Vergano, che è addirittura milanese... In un primo tempo avevamo pensato a Susan Strasberg; anzi, le avevamo già fatto i provini e li avevamo approvati. Lei era felicissima... Ma non tutti erano d'accordo su quella scelta. Per esempio Pasolini non la vedeva come interprete di Irene. Così cercammo ancora e scegliemmo la Vergano che, se non è proprio esatta fisicamente, lo è psicologicamente.»


Le pompe continuavano a riversare acqua melmosa nella valletta. Trentamila litri ogni ora: tavole, sedie, cassetti, concoline, scarpe vecchie cominciavano a galleggiare.


«Lo spiazzale al centro dove giocava Tommasino da piccolo era un laghetto e, in mezzo, appozzati nell'acqua, c'erano i resti delle capanne. Qualcuna di queste capanne, di qua e di là, si reggeva mezza in piedi...»


Questo passo del libro era trascritto sulla pagina di sceneggiatura che Heusch e Rondi consultavano continuamente.


«Heusch ed io siamo legati da una naturale affinità», disse Rondi per spiegarmi come mai fossero sempre d'accordo su tutto, dalle posizioni che avrebbe dovuto occupare la macchina da presa fino ai dettagli della grande e impegnativa scena che stavano preparando.


«Il produttore Morris Ergas ha avuto naso a metterci insieme, anche se sulla carta potevamo apparire differenti e con pochi punti in comune al di fuori dell'educazione.»


Rondi infatti viene dalla critica del teatro, dalla poesia (parla volentieri della sua camaraderie poetica con Pasolini, che l'ha aiutato a pubblicare poesie su Botteghe Oscure e su Officina) ed è stato sceneggiatore e aiuto regista di Rossellini e Fellini.


Paolo Heusch, invece, ha già diretto qualche film in un periodo sbagliato: quello in cui i produttori non volevano saperne dei film coraggiosi e quindi non avevano molta fiducia nei giovani. Ma, non appena l'aria è cambiata, anche lui ha avuto la sua occasione, con questo film di basso costo e di alta qualità (almeno si spera), che da due anni aspettava la riduzione cinematografica.


Il primo a piombare su Una vita violenta come un falchetto fu il produttore Alfredo Bini. Poi passò ad altri finché approdò sul tavolo di Morris Ergas, che lo voleva affidare a Gillo Pontecorvo. Ma le cose non andarono lisce e l'interesse per questa storia, già sceneggiata e pronta per la realizzazione, scemò. Si pensava che non fosse più «attuale». Tanto che Ergas ne avrebbe volentieri ceduto i diritti a un collega, se questi non avesse commesso uno sbaglio psicologico.


Le cose si svolsero così. Il produttore ricevette una telefonata:


«Mi cedi Una vita violenta


«Sì.»


«Quanto vuoi?»


«Quello che mi è costato finora: diciotto milioni.»


«Va bene.»


Il giorno dopo infatti arrivò un assegno. Ma era di quindici anziché di diciotto milioni. Su quei tre milioni mancanti si impuntarono tutti e due. E così Ergas pensò di nuovo a realizzare il film affidandolo a due giovani.


La lavorazione è iniziata il 4 dicembre e il 15 marzo sarà già sugli schermi.


«I distributori se lo contendono», dice il produttore, che già subodora il grosso affare. «Bisogna fare i film con i giovani — aggiunge —: hanno pochi grilli per la testa e sono disposti a rischiare. Gli altri, quelli che fanno i film "normali", sono destinati a trovarsi sempre più in difficoltà. I film "normali" costano troppo. Conosco gente che ha speso recentemente cinquantadue milioni solo per preparare uno di questi film. Con questi soldi si sarebbe potuto far fare un film coraggioso a uno di quei giovani registi che hanno qualcosa da dire e non chiedono compensi da venti milioni in su, per dirla.»


Una "Vita violenta" mobilita i pompieri, intervista di Franco Calderoni a Brunello Rondi e Paolo Heusch, pubblicata su «TEMPO» 10 marzo 1962, n.10, pp.60-63.

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