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Una voce limpida, paziente e fiera. Indimenticabile. Dacia Maraini ricorda Natalia Ginburg (1991)


Natalia Ginzburg, 1990 © Leonardo Cendamo/Leemage - AFP/Riproduzione riservata

Cara Natalia,


ti ho appena vista, distesa sul tuo letto di morte, nel tuo vestituccio grigio da orfana, la solita aria schiva e gentile che hai, anche dopo morta, le calze nere sui piedi senza scarpe. Niente di deforme, di sgraziato. Si teme sempre che la morte maltratti il corpo delle persone amate, oltre a portarsi via il meglio di loro. E invece tu eri li. minuta come un uccellino, la piccola testa rigida sul cuscino, gli occhi chiusi, la bocca severa, quella posizione del collo che ti appartiene cosi decisamente ed esprime una ferma e irrimediabile fierezza.


Sono venuta a salutarti. Ho rivisto la casa in cui abbiamo pranzato tante volte, ti ricordi, quando era vivo tuo marito Gabriele Baldini, le discussioni che facevamo intorno alla tavola, le risate, i canti? La casa è sempre uguale: i tuoi libri, i tuoi oggetti, le tue fotografie. Non è cambiato niente. Eppure, manca qualcosa: il tuo sguardo profondo e attento, sorridente, la tua voce bassa e cantilenante.


Ho visto i tuoi figli che non vedevo da tanto, ormai adulti: Alessandra che porta il collo nello stesso modo in cui lo portavi tu e Carlo che ha preso da te la passione della scrittura e ci ha dato quei bei libri che tutti amiamo.


L'ultima volta che ti ho vista ti eri appena ripresa da quello che chiamavi «uno stupido errore dei medici», una ulcera presa per una lebbre allergica. Eri tanto smagrita che mi veniva voglia di sostenerti per strada. Invece comminavi spedita. Non avevi niente della malata. Eri piena di voglie, di fare, di raccontare. E questo era solo tre mesi fa.


Abbiamo parlato di Alberto e di quanto ci mancasse. Tu eri stata molto affettuosa. Insieme avevamo ricordato le tante volte che eravamo usciti a cena insieme, con Gabriele, con Cesare Garboli, con Gallo, con Parise. Ridevi del sonno che ti veniva verso sera. Perché tu ti alzavi prestissimo la mattina e dopo le dieci di sera gli occhi si chiudevano da soli. Ti sforzavi di restare sveglia, per continuare a parlare con noi, sorridevi cacciando con una mano le impazienze del tuo corpo. Ma il sonno era più forte di te e ti prendeva a tradimento, quando pensavi di essere nel pieno di un discorso chinavi delicatamente la testa da un lato e con gli occhi socchiusi, ti ritiravi per qualche attimo in un rapido e avvolgente sonno. Eri commovente in quei momenti, la tua faccia prendeva un'espressione di ragazza che chiede scusa ma nello stesso tempo si bea di una piccola proibita perdizione.


Ricordo che ti telefonavo qualche volta per chiederti un parere. O per invitarti da qualche parte ad un incontro letterario. Tu dicevi: ma io non so parlare. Avevi un'idea cosi austera del tuo mestiere che era difficile tirarti fuori dal guscio. Ma poi a volte venivi. E parlavi anche con quella tua voce che scandiva le parole con grande precisione e delicatezza quasi stessi sezionando un frutto. Sulla tua fronte passava la sorpresa per le notizie di un paese che ti era caro ma che ti sorprendeva dolorosamente per la violenza delle sue azioni. Non avevi mai paura di dire con chiarezza il tuo pensiero. Anche se questo era diverso e contrario da quello di tutti i presenti. Anzi, questo è certo, più sentivi che c'era ostilità intomo ad una tua presa di posizione, più ti incaponivi. Ascoltando le ragioni profonde della tua intelligenza die risultavano poi alla lunga le più reali e oneste.


Ricordo di averti chiesto come facevi a conciliare il lavoro al Parlamento con la scrittura e tu mi hai risposto con semplicità disarmante: «Mi sveglio alle cinque, sai, ho tanto tempo davanti a me nella giornata». Era quello il tuo modo di sottovalutare, ma senza affettazione, quello che facevi come cittadina, rubando magari le energie e il tempo alla scrittrice.


Ricordo anche di averti chiesto se stavi scrivendo un nuovo romanzo. E tu mi avevi risposto ron un sorriso reticente. Tanto che avevo pensato che non volessi parlarne, per scaramanzia, come succede a volte, per non congelare raccontando qualcosa che è ancora allo stato fluido.


E invece poi tua figlia mi ha detto che da ultimo mangiavi cosi poco che non avevi la forza di scrivere. Però ci tenevi a portare a termine la traduzione di Maupassant a cui stavi lavorando.


D'altronde tu hai sempre tradotto. Ricordo il tuo bellissimo Proust che ti era costato tante mattinate al tavolino. Ma ne valeva la pena no?


Ora per riascoltare la tua voce, bisogna prendere in mano un tuo romanzo, leggerlo con le orecchie tese. Ed ecco che l'incantesimo di una voce narrante chiara e morbida, si compie. E pare proprio di ascoltarti: «Abitavo con mio padre, mia madre e mio fratello in un piccolo alloggio al centro...». Natalia grazie per averci lasciato questa voce cosi limpida e cosi paziente che continua a raccontarci delle storie che non si possono non amare.


Dacia Maraini. "Natalia Ginzburg. Una voce limpida, paziente e fiera. Indimenticabile" in "L'Unità" 9 ottobre 1991, p.15
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