Vivono ma dovrebbero essere morti. Un saggio di Pier Paolo Pasolini su «ll Mondo», 22 maggio 1975.
- Città Pasolini

- 18 mag
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Ti faccio un piccolo elenco dei tipi di tuoi coetanei che ti descriverò in questa sezione della nostra «Pedagogia»: è un elenco incompleto (ma, se sarà necessario, lo aggiorneremo in qualsiasi momento ci sembri opportuno). Ti descriverò prima i ragazzi che si possono approssimativamente chiamare «obbedienti» (il fatto che qualche volta si atteggino a contestatori, ribelli, estremisti ecc. non ha alcuna importanza: come non hanno importanza i loro capelli lunghi, cristallizzati ormai nelle ridicole e un po' schifose acconciature di un'iniziazione totalmente conformista). Poi ti descriverò i ragazzi che si possono approssimativamente chiamare «disobbedienti», cioè i pochi veri estremisti sopravvissuti, i disadattati, i devianti e infine — questi rarissimi — i «colti».
L'elenco dei tipi del primo gruppo, da cui cominceremo, è pressappoco il seguente: i «destinati a esser morti», gli «sportivi», i «futuri executives», i «comunisti ortodossi», i «repressi non nevrotici», i «teppisti», i «fascisti», i «cattolici attivisti», e, infine, i «puri medi»: naturalmente, terrò sempre presenti, nel descriverli, le due varianti italiane ancora fondamentali: i ragazzi borghesi e i ragazzi operai, i ragazzi del Nord e i ragazzi del Sud.
Mi è molto difficile descriverti i primi tipi del primo gruppo, cioè i «destinati a esser morti». Per te si tratta di una categoria normale, che hai trovato, nascendo, già ben inserita nell'ordine sociale, nel grande teatro dell'esistenza. Quindi non li hai «realizzati», ossia oggettivati, staccati da te, contemplati. Quanto a me, essi mi appaiono invece come una categoria nuova, impensatamente comparsa in Italia da una dozzina d'anni: quindi l'ho realizzata, oggettivata ecc.; mi è però difficile descriverla appunto perché nessuno l'ha mai fatto, e io non ho dunque precedenti linguistici o meglio terminologici.
Chi sono questi «destinati a essere morti»? Sono coloro che fino appunto a una dozzina o a una ventina d'anni fa (in Italia, e soprattutto nel Sud e tra le classi povere) sarebbero morti nella primissima infanzia, in quel periodo che si chiama di «mortalità infantile». La scienza è intervenuta (ma a proposito della «medicina» leggiti almeno le prime pagine de La convivialità di Ivan Illich), e li ha salvati dalla morte fisica. Essi sono dunque dei sopravvissuti, e nella loro vita c'è qualcosa di artificiale, di «contro natura». Lo so bene che dico delle cose terribili, e anche apparentemente un po' reazionarie. Ma su questo punto ti ho raccomandato più volte caldamente di non meravigliarti, e tantomeno scandalizzarti (come faranno molti lettori delle nostre lezioni). Trovare qualcosa di «artificiale» o di «contro natura» in coloro che da bambini sono stati salvati dalla morte dalla tecnica medica avrebbe avuto qualcosa di atroce e di reazionario in un mondo dove uno dei valori fondamentali fosse realmente la conservazione della specie: e dove tale conservazione si concretasse, appunto, in una prevalenza delle nascite sulle morti. Ma in un universo come il nostro, in cui tale valore fondamentale si va rovesciando (bisogna evitare, perché l'umanità si salvi, l'eccessivo prevalere delle nascite sulle morti), non hanno più senso le gratificazioni morali di un tempo. Quindi non scandalizzarti: i figli che nascono oggi non sono più aprioristicamente «benedetti». Il giudizio tra benedizione e maledizione è sospeso. Sono però decisamente maledetti coloro che nascono «in più».
Quali sono coloro che nascono «in più»? Non si può evidentemente dirlo. Questo è certo: un bambino intuisce subito — solo dopo pochi giorni di vita — se la sua venuta al mondo è veramente desiderata o no. Se intuisce di non essere veramente desiderato o, peggio, se intuisce di essere indesiderato, si ammala. Le nevrosi che causano le «regressioni» più terribili e incurabili sono dovute proprio a questo sentimento primo, di non essere accolti nel mondo con amore. Ora, oggettivamente, nessun figlio è ormai più accolto nel mondo con l'amore di un tempo, quando egli era appunto per definizione «benedetto». Tutti sanno — anche se non ne sono coscienti — che la distruzione dell'umanità dipende dal suo aumento demografico. Se tutti i «figli», dunque, sentono questa mancanza di benedizione alla loro nascita — cosa che poi li rende così tristi e infelici per tutta l'infanzia e la giovinezza — coloro che per di più sono stati «strappati» alla morte innocente dell'infanzia sentono con ancora maggiore violenza la loro colpevolezza di essere al mondo, di pretendere di essere sfamati e curati.
C'è stata una certa illusione alcuni anni fa — una delle tante stupide illusioni di alcuni anni fa — che la «razza» umana, appunto attraverso la scienza medica e il miglior nutrimento, migliorasse: che i ragazzi fossero più forti, più alti ecc. Breve illusione. La nuova generazione è infinitamente più debole, brutta, triste, pallida, malata di tutte le precedenti generazioni che si ricordino. Le cause di ciò sono molte (e cercherò di analizzarle tutte nel corso delle nostre lezioni): una di queste cause è la presenza, tra i giovani, di coloro che avrebbero dovuto morire: che sono molti; in certi casi (Sud e classi povere) la percentuale è altissima. Tutti costoro o sono depressi o sono aggressivi: ma sempre in modo o penoso o sgradevole. Niente può cancellare l'ombra che un'anormalità sconosciuta getta sulla loro vita.
22 maggio 1975
P.P PASOLINI, Vivono ma dovrebbero essere morti, su «ll Mondo», 22 maggio 1975, ora in Lettere luterane, SPS, pp.587-589.


