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A Sergio Citti di cuore. Una lettera di Pier Paolo Pasolini.



Pier Paolo Pasolini insieme a Ninetto e Sergio Citti sul set del film 'Teorema'. Milano, Marzo (1968) © Mondadori Portfolio/Riproduzione riservata

La voce di Sergio Citti è sempre bassa e rauca, e le battute sono sempre dette tra parentesi, o in una clausola appena soffiata... Bisogna avere un orecchio esercitato per comprendere quelle battute sussurrate per ispirazione, tra la raucedine e un riso chiotto, verso quel personaggio d'aria che si trova alla nostra destra e un po' più basso della nostra spalla: a cui l'occhio nero di putto di Sergio si rivolge con folgorazione malandrina e crudele: testimonianze invarianti di un'aridità stoico-epicurea, curiosa della vita e priva di ogni illusione su di essa.


Sì: le massime dei filosofi cinici - poveri e senza identità personale e anagrafica come i cani - sono in Sergio «battute». Le «massime», sotto la variante di «battute», sono il modo di procedere metodologico dei moralisti: Godard parla a «battute»: non gli caverete mai dalla bocca un ragionamento filato e cartesiano. Anche altri registi parlano a «battute», ma non per moralismo, bensì per impotenza ed ignoranza. Dopo Godard, Sergio Citti è l'unico regista in cui la «battuta » sia un processo linguistico necessario: frutto diretto di uno sguardo filosofico su questo casuale insieme di fenomeni assurdamente coerenti che chiamiamo realtà.


Quanto a me, pongo Sergio tra Sandro Penna e Moravia. A Sandro Penna egli assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l'anarchia assolutamente priva di aggressività, così naturale da non opporsi in alcun modo allo stato di vita degli altri (tutti schiavi!) come alternativa: a Sergio non salterebbe mai in mente di pretendere di offrirsi come esempio o di fare l'apostolato (ch'è sempre terroristico) della sua anarchia. A Moravia egli assomiglia

per la rapidità dell'intelligenza e il pessimismo.


Credo che abbia fatto soltanto le prime tre classi delle medie, in un collegio (quei collegi che generalmente preparano i veri pericolosi delinquenti, con il pretesto di rieducarli: ossia insegnano loro la morale borghese, per sfruttarla o per fingerla). Sergio è rimasto intatto da tale rieducazione, naturalmente. Forse l'unica traccia negativa lasciata in lui da quell'aborto di istruzione è un certo acutizzarsi del sadismo, ch'è il suo limite, se si vuole…


Sergio detto il Mozzone, ha fatto per tutta la vita il pittore (è chiamato anche «Er Pittoretto de la Maranella »): ma la vita di Sergio è acqua passata. Egli ha da tempo raggiunto anche praticamente il suo scopo di non vivere ma di contemplare il vivere. Lo faceva da imbianchino e lo fa da regista.


Come si trascende la propria classe sociale, al di fuori della lotta di classe?


La coscienza di classe è in Sergio una coscienza anarchica: infatti egli non ha scelto un lavoro e non è determinato dal lavoro. Ha esorcizzato anche lo sfruttamento, nel tipico modo meridionale e sottoproletario, considerando cioè i padroni dei farlocchi, dei poveretti che non sanno nulla della verità della vita: ultraterreni e stronzi. Egli non è mai stato in realtà un «lavoratore sfruttato»: e la coscienza di tale stato non può dunque essere che un'ideologia anarchica. Ciò non toglie che anche per i problemi sociali, Sergio abbia tutta la curiosità che ha per le altre cose della vita.


Se Sergio Citti - ed è anche il caso di suo fratello Franco - venisse dal mondo operaio, egli sarebbe subito accettato dalla borghesia, attorniato da interesse, compreso, protetto. Ma Sergio dovrà, credo, invece, sperimentare lo stesso destino di Franco. La sua posizione originale dentro la classe operaia di Roma - per cui egli ha optato per l'ideologia naturale sottoproletaria - fa di lui uno «straniero». Egli esperimenterà l'odio di razza.


Non tutti i borghesi sono colpevoli di questo odio: ma tutti ne sono schiavi. Ci sono dei borghesi avanzati e buoni che vorrebbero avere dei giusti rapporti con un sottoproletario

ma non possono: o per timidezza o per incapacità a instaurare linguisticamente un dialogo.


Spero di essere un cattivo profeta. Ma il razzismo è una delle più potenti difese di classe. Solo all'altra estremità dello schieramento sociale, dove stanno gli intellettuali veramente avanzati ma non (o non ancora) arrivati, ci sarà una comprensione o almeno una tacita «corrispondenza di amorosi sensi»: qualche gesuita, qualche redattore di riviste di cinema d'avanguardia di sinistra, qualche giovane critico povero in canna dei Cahiers, e così via.


Pier Paolo Pasolini "A Sergio Citti di cuore" in "L'Unità" 21 settembre 2003, p. 22.
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