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Anatomia di un’istante, Pasolini al monte dei cocci nello sguardo di Paolo Di Paolo.

Aggiornamento: 18 giu 2023


Pier Paolo Pasolini al “monte dei cocci”, Roma, 1960. Foto Paolo Di Paolo © Archivio Paolo Di Paolo/Tutti i diritti riservati

Nel 1960 la rivista Tempo chiama Pier Paolo Pasolini per offrirgli di fare un servizio fotografico. Gli scatti del poeta a Roma avrebbero illustrato un'articolo di Franco Calderoni nel numero 50 del settimanale l'anno seguente. Pasolini, che non ama farsi fotografare, sente di dover affrontare un incubo, un tormento. Prima di Di Paolo si era già messo davanti alla macchina fotografica di autori come Herbert List o Cartier Bresson ma crede che con un fotografo a lui più vicino la cosa sarebbe meno traumatica. Decide quindi di telefonare Paolo Di Paolo. Il fotografo accetta, con una sincera disponibilità che per Pasolini è molto rassicurante. Si fida di lui, del suo modo di lavorare un modo di fare che ha già conosciuto nella Lunga strada di sabbia.


L’estate del 1959, tra giugno e agosto, Successo pubblica un reportage in tre puntate sugli italiani in vacanza. Gli inviati speciali scelti dal mensile sono Pier Paolo Pasolini e Paolo Di Paolo. Entrambi dovranno ripercorrere il perimetro costiero da Nord a Sud e poi de Sud a Nord per immortalare una società che sta cambiando molto in fretta, per raccontare un’Italia immersa nei giorni estivi, di mare, nello scenario del boom economico. La lunga strada di sabbia, è così che conosciamo questo lavoro a quattro mani, ha dunque una doppia natura, quella letteraria e quella fotografica. Mentre il fotografo Di Paolo intende immortalare l’Italia che guarda verso il futuro, Pasolini cerca di catturare qualcosa che gli sta sfuggendo di mano. Per il fotografo, Pasolini si comportò in un modo assai strano, non riuscì a capirlo. Impazzito, girava, vagava alla ricerca di qualcosa: Non intervistava nessuno. Nemmeno prendeva appunti. O, meglio: ne prendeva mentalmente. Osservava molto, e, come sempre, taceva.


Pasolini viveva fisicamente, con tutti i sensi al’allerta e questo stupiva i suoi compagni di viaggi. Così era anche stato nel suo primo viaggio in India, nell’inverno del 1960. Insieme a Moravia viaggiarono a questo Paese per partecipare a un convegno per la commemorazione del centenario della nascita di Tagore. Moravia fu inviato per conto del Corriere della sera, Pasolini del Il Giorno. Mentre Moravia si avvicinava all’India guidato da un'analisi razionalistica e conoscitiva, saranno i sensi a guidare Pasolini: Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so dominare la bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia. Entrambi scriveranno dello stesso luogo, eppure ne risulteranno due narrazioni molto diverse, per certi versi opposte, per dirla con le parole di Walter Siti con tanto emblematico antagonismo da sembrare speculari. Speculari furono gli sguardi di Pasolini e Di Paolo nella Lunga strada di sabbia.


Che Pasolini si rifiutasse de partecipare nel servizio fotografico di Tempo bensì con qualcuno della sua fiducia può sembrare paradossale. Il poeta è stato tra i personaggi più fotografati di tutto il Novecento. Tuttavia nei primi anni Sessanta l’autore dei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta, della raccolta Le ceneri di Gramsci è solo agli inizi dell’interesse della stampa. Dal momento in cui esordisce come regista con Accattone fotografi e giornalisti di tutto il mondo vogliono decifrare Pasolini, che ci siano o no riusciti è un’altra storia. Per proteggersi il poeta gestisce con scrupolo le sue interviste e ogni tipo di esposizione mediatica ma non solo con le fotografie. Le interviste, attività inerenti al suo lavoro, non gli piacevano affatto: anzi, per dir meglio, detestava di essere intervistato. Questo atteggiamento, l’essere presente ma allo stesso tempo in fuga, contraddittorio, è un segno del suo carattere: una salamandra costretta a correre per non scottarsi che direbbe Alfredo Bini.


Paolo Di Paolo accettò volentieri l’offerta fattagli da Pasolini. Fu il poeta a scegliere come scenario il monte dei cocci, nel quartiere Testaccio. Un monte che si levava nudo, senza una pianta, come una testa pelata, in mezzo alla città silenziosa, con una croce infissa sulla cima, simboleggiando il Golgota. Quel pomeriggio invernale, sotto un cielo plumbeo, caliginoso e allucinato, Di Paolo capisce che sta per fare una delle foto più belle della sua vita. Nella veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro, la scena è pronta per il prossimo passo:


Ho sentito anche che in un primo momento dovevo rimanere indifferente per non disturbare Pasolini e non allarmare il ragazzo. Pochi secondi per essere professionale, ho pensato, e poi ho elencato i dettagli tecnici che farebbero sembrare la foto una scena di un film. Ho calcolato che avrei dovuto mettere un obiettivo super grandangolare. Ne ho preso uno con 21 millimetri. Ho dovuto sottoesporre la pellicola per far risaltare il grigio della scena. Ho chiuso il diaframma di due stop e l’ho compensato con un tempo di esposizione più lungo. Ho impostato la messa a fuoco sull'infinito e, con la scusa di essere distratto, ho voltato le spalle alla scena sperando che da sola si sarebbe avverata. Quando sono tornato indietro, tutto quello che dovevo fare era premere il pulsante. Pasolini, seduto ai piedi della croce, seguì il ragazzo con lo sguardo, sorpreso dalla sua indifferenza. Il ragazzo, visibilmente imbarazzato, ha voluto lasciare la scena e in mezzo lo spettacolo muto di un ambiente tragicamente desolato.


Come descritto da Roland Barthes, Pasolini che si è sentito guardare dall’obiettivo si è messo in atteggiamento di posa, si è fabbricato istantaneamente un altro corpo, si è trasformato anticipatamente in immagine. Ma insomma, chi è questo Pasolini?


Città Pasolini. Anatomia di un’istante, Pasolini al monte dei cocci nello sguardo di Paolo Di Paolo, 16 giugno 2023. Tutti i diritti riservati
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