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Anna Magnani, mai stata Nannarella



Anna Magnani, Ettore Garofalo, Franco Citti e Pier Paolo Pasolini, 1962 © Rodrigo Pais/Riproduzione riservata

Bisognava invece dire che Anna (nessuno nella sua cerchia la chiamò mai Nannarella) ci mise dieci anni per ottenere i primi riconoscimenti sulle scene della rivista; e pur avendo sposato il famoso regista Goffredo Alessandrini fu considerata negativa per il cinema fino al ’41, quando De Sica le fece incarnare la sciantosa “Teresa Venerdi”.


Il resto lo sappiamo: alcune grandi prove in teatro fra le quali “Anna Christie” di O’Neill, un’infilata di riviste una più applaudita dell’altra e film popolarissimi a partire dai duetti con il non molto amato Aldo Fabrizi in “Campo dei fiori” e “L’ultima carrozzella”. Perse l’occasione d'interpretare “Ossessione” di Luchino Visconti perché incinta di Luca, il suo unico figlio. Ma si rifece prontamente incarnando la popolana ammazzata dai nazisti in “Roma Città aperta” (1945): quel personaggio scarmigliato e ribelle la impose in tutto il mondo come il simbolo della nuova Italia.


Il suo tempestoso amore con l’emergente genio del cinema Roberto Rossellini, che poi la tradì con Ingrid Bergman, riempì le cronache dei giornali, dopodiché Anna non volle più amori né legami fisici.


Fece altri film, altro teatro; e si lasciò ritrarre in un episodio di “Siamo donne” dal fedele Visconti (con lui interpretò anche “Bellissima”; un mezzo capolavoro), e infine approdò all’Oscar con il film americano “La rosa tatuata”.


Da quel momento benché sempre in attività, diventò troppo grande per un cinema troppo piccolo come quello italiano. Era difficile inserire la sua debordante personalità in un film qualsiasi e molti registi avevano paura del suo famigerato carattere. Non così Pasolini che ne fece una mater dolorosa di borgata in “Mamma Roma” girato tra Cecafumo e Casalbertone. E Fellini la volle a coronamento del suo omaggio a “Roma” quando tornando a casa la sera e apostrofata dal regista fuori campo e lei risponde “nun me fido” e gli chiude in faccia il portone di Palazzo Altieri.


Nonostante le furie e le impennate di un temperamento vulcanico, chi ha conosciuto al Magnani la rimpiange ogni giorno che Dio manda in terra per la sua affettuosità, il suo umorismo e la sua travolgente umanità. Nel pantheon dei grandi Anna resta come un’icona indistruttibile dello spettacolo italiano e di una città che ebbe in lei la più imponente delle moderne raffigurazioni.


Peccato solo che non sia esistito un autore capace di crearle un repertorio tale da eternare i suoi palpito in una drammaturgia romanesca destinata a sopravviverle, come è riuscito a fare il napoletano Eduardo con le proprie commedie.


Tullio Kezich Anna Magnani, mai stata Nannarella, Il Corriere della Sera, 24 dicembre 1999 p.49
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