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Dopo un anno di silenzio, Pasolini torna a scrivere sulla rubrica di «Vie Nuove» il 15 ottobre 1975. Il suo intervento si inserisce in un momento di forte tensione politica e sociale.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 5 min
Pier Paolo Pasolini sul set de Il Vangelo secondo Matteo, 1964 © Domenico Notarangelo/Tutti i diritti riservati
Pier Paolo Pasolini sul set de Il Vangelo secondo Matteo, 1964 © Domenico Notarangelo/Tutti i diritti riservati

DOPO UN ANNO


Riprendo questa pagina di corrispondenza dopo più di un anno, finito il lavoro troppo impegnativo, per fare qualcos'altro, del Vangelo secondo Matteo. Un anno non passa mai, per fortuna, inutilmente, e quindi né io né i miei interlocutori siamo più quelli di un anno fa. Non potrei assolutamente cominciare con un heri dicebam. Che cosa sia cambiato risulterà pian piano dal dialogo, dalle confessioni, dai contrasti ecc. Io, per ora, posso fare solo un'osservazione, che senz'altro può servire come discorso preliminare alla ripresa della corrispondenza: si tratta della sede, dell'atteggiamento, del tono con cui io scambierò le mie opinioni: ed è lì che, forse, qualcosa è cambiato.


Infatti: il rischio a cui non voglio neanche pensare — tanto è il disagio, quasi la vergogna che mi prende a pensarci — il rischio di questo mio parlare con degli ignoti lettori di «Vie Nuove», per lo più uomini semplici, che fanno della cultura non la loro specializzazione, ma il loro nutrimento, era quello di una certa «ufficialità». Arrossisco nel prospettare la cosa sia pure solo come eventualità. Non dico «ufficialità» con tutti i suoi crismi, questo no («per la contraddizion che no'l consente», e tale «contraddizioni» era nel mio animo, nel mio modo di essere): ma «ufficialità» in quanto autorità in qualche modo riconosciuta.


Non voglio avere autorità, sappiatelo. Se ce l'avrò, l'avrò di volta in volta, per l'eventuale forza dei miei argomenti di quel dato momento, di quella data circostanza: e soprattutto per la sincerità. Il mostruoso dell'uomo autorevole è di usufruire di una sincerità, di un impegno e di un rischio totale di tutto se stesso, attraverso cui ha potuto raggiungere l'autorità, e che, una volta raggiunta, si sono riprodotti meccanicamente e aprioristicamente.


Non voglio far parte della vostra mitologia, neanche per quel po' che quel po' di successo o di diffusione diffamatoria o celebratoria del mio nome potrebbero consentirmelo. Vi prego il massimo di democraticità, non tanto da parte vostra, quanto nella pretesa che ci sia da parte mia. È difficile conservare non goffamente la propria democraticità, quando in qualche modo si è in cattedra: io qui, titolare di una rubrica, proposto, esposto, interrogato sulle mie opinioni ecc. ecc., rischio appunto la cattedra. In altri momenti posso forse aver avuto l’inconscia debolezza di lasciarmi un po' trascinare nel gioco (forse per impegni più importanti che mi tenevano psicologicamente e moralmente occupato, forse per immaturità, forse perché era fatale che ciò avvenisse, era uno scotto che si doveva pagare); comunque ora mi vergognerei selvaggiamente se dovessi prendere in qualche modo atto del mio stato di influenza, del mio parlare con la protezione di meriti acquisiti nel campo della mia specializzazione.


CHI PUÒ SCANDALIZZARSI


È vero, noi abbiamo bisogno di «miti», di «autorità» e colui che, attraverso l'industria culturale o l'appoggio di una corrente di opinione o l'organizzazione di un partito o il caso, diventa un «mito», un'«autorità», acquisisce nuovi doveri verso se stesso e verso gli altri. Ormai il suo rapporto con gli altri è quello che è, non è più quello di un pari tra i pari. Guttuso che parla di pittura con gli operai è un mito; Levi che parla di questioni morali con dei contadini è un mito. Forse un po' anch'io ormai: ma lasciatemi ancora qualche anno di lavoro e di studio per imparare a farlo meglio, a trovare meglio il punto di coincidenza tra autorità e sincerità.


Non per nulla ho nominato Guttuso e Levi: che hanno saputo prendere atto con tanta serietà e tanto impegno e tanta incessante ansia di capire e di sapere della loro funzione pubblica di artista-guida. Ma guai se esistesse uno schema di artista-guida! Ognuno deve esserlo come sa e come può, come realmente lui è. Io, forse perché nel fondo della mia psicologia sono mitologico e un po' donchisciottesco, devo particolarmente difendermi, nel mio inconscio, da una simile posizione. Ecco forse il perché segreto delle mie resistenze, e di questo tipo di discorso preliminare alla ripresa della mia corrispondenza su un grande settimanale popolare.


Fortunatamente sono successe in questo anno delle cose che mi respingono con la forza dell'obiettività da ogni possibile posizione di certezza o ufficialità. Per esempio un film come Il Vangelo secondo Matteo, o, più ancora, un libro di versi come Poesia in forma di rosa (sono le cose che succedono a un autore!): in definitiva io sono protetto dalle mie contraddizioni. È da esse che viene assicurata la mia democraticità! E voi non potrete mai dibattere le questioni che ci stanno a cuore con me come con un'autorità, proprio per la presenza delle mie contraddizioni scandalose, e da cui per primo io sono messo in imbarazzo: perché c'è sempre una diacronia (complicata finché si vuole) tra il fare e il pensare di un autore.


Io le mie contraddizioni le vivo e ne prendo atto in due momenti idealmente diversi, anche se spesso materialmente simultanei. Vorrei dire subito, in limine, che queste contraddizioni sono spesso più clamorose che profonde, più drammatiche che sostanziali. Possono cioè scandalizzare più il conformismo che la ragione. Certo, può aver imbarazzato qualche comunista il fatto che io abbia fatto così il Vangelo: ma questo comunista allora è un conformista, un ansioso ecc. ecc.


I PROBLEMI SUL TAPPETO


Infine, in questo anno sono successe molte nuove cose nel mondo, tali da costringere qualsiasi cattedratico a scendere dalla sua cattedra e a rivedere le sue posizioni, a ritrovare la sincerità dei suoi giudizi. Il passaggio sempre più clamoroso del capitalismo, da capitalismo monopolistico a capitalismo tecnocratico (non so se uso una terminologia esatta ... ) con tutto quel che ne consegue, che non si sa. Effetto immediato e prevedibile (Lenin) del capitalismo monopolistico è stato l'imperialismo (dalla cui dialettica siamo stati coinvolti fino a ieri, fino a un momento fa): quale sarà l'effetto del capitalismo tecnocratico? Parrebbe la maggiore forza di corruzione sulle élites operaie- o almeno questo è il dato più appariscente del momento (il boom, la crisi di crescenza in direzione dell'industrializzazione e il centro-sinistra- almeno in Italia - il tutto in parte controbilanciato, almeno in Italia, dall'aumento progressivo e sempre più imponente dei voti ai comunisti). Un altro punto visibile e conoscibile è il mutamento del rapporto tra le grandi nazioni capitalistiche e il mondo sottosviluppato: (il passaggio dal colonialismo imperialista al neocolonialismo). Il mio pessimismo mi spinge a vedere un futuro nero, intollerabile a uno sguardo umanistico, dominato da un neo-imperialismo dalle forme in realtà imprevedibili. La seconda cosa importante di questo anno è la questione cinese. Anche questa costringe a rivedere molte posizioni: prima di tutto il generale semplicismo con cui si è preso atto e poi sistemata la fase storica dello stalinismo. L'ho già ripetuto mille volte nel primo anno di questa mia rubrica: dobbiamo capire meglio il fenomeno dello stalinismo. Non ponendoci delle domande di cui si sanno o si vogliono sapere già le risposte: ma ponendoci delle domande reali, e come tali profondamente rischiose. La terza cosa di grande interesse è il nuovo corso che si apre- prima con Papa Giovanni (che non è stato solo un buon papa: perché ciò che egli ha detto e fatto è irreversibile), e poi, ora, più faticosamente, con Paolo VI - nel mondo dei cattolici. Credo, per esempio, che nella nuovissima generazione dei futuri dirigenti cattolici sia in gran parte demistificato il mito anticomunista. E ciò è di un'importanza incalcolabile. D'altra parte si apre un

nuovo corso anche nel rapporto dei comunisti verso la Chiesa- se non ho letto male un importante passo del testamento di Togliatti. .. Ma su tutti questi argomenti avremo modo di parlare a lungo, per tutto l'anno di dibattiti epistolari che abbiamo davanti a noi. Coraggio!



P. P. PASOLINI, su «Vie Nuove», n. 42, 15 ottobre 1964, p.28, ora in Id., Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano, 1999, pp. 1024-1028.

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