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L'erotismo al cinema. Tra liberazione e consumo - Uno sfogo polemico di Pasolini (1973)

Bologna 16 dicembre 1973


L'erotismo del cinema è un segno della nostra salvezza o l'anticipo di una nuova controriforma? Il censore ci concederà quanto basta per liberarci o soltanto quanto serve per distrarci? Cade a proposito il convegno che si conclude oggi a Bologna, scandito sulle parole «erotismo, eversione, merce» e promosso dalla Mostra di Porretta in collaborazione con il Comune. Fra due gorni, mercoledì, la Corte Costituzionale discuterà sui Racconti di Canterbury di Pasolini dietro il sipario di un problema generale (se si debba conservare il sequestro di un film fino alla sentenza definitiva); un giorno dopo, il 20, la Cassazione s'occuperà della stessa pellicola e dell'Ultimo tango a Parigi di Bertolucci.


Pier Paolo Pasolini con Pietro Bonfiglioli durante il convegno a Bologna (1973) © Luciana Mulas/Cineteca di Bologna/Riproduzione riservata

Contro l'assoluzione del primo film c'è il ricorso del Pubblico Ministero, contro la condanna del secondo, giudicato osceno, l'appello della difesa. Intanto, esce in proiezione pubblica, dopo essere stata passata quasi incolume tra le forbici della censura La grande abbuffata di Ferreri, ritratto di un suicidio gastronomico che incoraggia, insieme con i consensi turbati, le polemiche dei facili moralisti.


Dunque, è un momento chiave, come si dice, per il cinema italiano meno arrendevole, un passaggio importante per la libertà d'espressione (che è un diritto dell'autore, ma soprattutto dello spettatore). A Bologna il convegno, pur sotto l'intitolazione un poco impervia e dottrinale, è l'occasione per misurare tutte le inquietudini contingenti.


Corre un vento gelato per le vie di Bologna; anche i critici, gli autori, i puristi si tengono stretti nel cappotto bordeggiando i portici, come le ragazze locali che lasciano uscire dai berretti capelli lisci e lunghi sguardi. In che epoca stiamo passeggiando? Questo marciapiede di via Galliera porta direttamente nella società permissiva e per essa in una società liberata? Oppure è il leggero gradino verso la repressione generale?


Lungo il tragitto che conduce al palazzo Montanari, sede del convegno, i pensieri del critico si attorcono curiosamente intorno alle parole che turbano i censori: erotismo, pornografia, osceno, comune sentimento del pudore, castigatezza. Le troviamo spesso sui giornali, le ascoltiamo nelle sentenze, le sentiamo ribadite nei salotti, con la convinzione che esse esistano veramente come concetti classificatori, come metri indiscutibili di giudizio. In realtà, appena il costume cambia e vacilla un modello culturale, esse ondeggiano e s'inabissano nella coscienza come una nave speronata. Neppure i magistrati possono definire in modo oggettivo (cioè non partecipe delle loro emozioni) i concetti che il Codice li obbliga ad usare. Lo ha detto un testimone insospettabile, Giuseppe Branca, ex presidente della Corte Costituzionale, invitato al convegno per dargli peso giuridico.


La relazione di Branca è stata tuttavia il contributo meno accademico che si possa immaginare: un «collage» di sentenze della Cassazione e di giudizi delle commissioni di censura trasformatosi durante la lettura in una imbarazzate esplorazione verbale punteggiata di stupori. Sono parole e motivazioni d'ieri, degli Anni Sessanta e Settanta; ma si può sorridere quando oggi siamo nel punto cruciale della congiuntura permissiva? Branca suggerisce ai magistrati di usare con larghezza il salvataggio dell'arte offerto dal Codice. Sarà considerato artistico e non punibile ogni film accusati di oscenità che abbia ottenuto il palese consenso della critica.


I critici recalcitrano giustamente di fronte a questa funzione di nuovi censori: di qui i bravi non punibili, di là i cattivi galeotti. La recensione del film ha da servire in tutte le sedi fuorché nelle aule giudiziarie.


Ma, allora, come è avvenuto il boom dell'erotismo al quale si attacca, per studiarlo, anche al convegno di Bologna? Tra una repressione e l'altra, non c'è dubbio che il cinema ha fatto compiere al costume italiano un lungo cammino. Le smagliature della censura, la permissività sono gli strumenti tattici di uno scontro appena iniziato e apparentemente violento, tanto che alcuni si chiedono (ecco il contrasto bolognese tra «eversione» e «merce» ) se lo spettatore non sia stato avviluppato in una finzia libertà.


Certo, è difficile giungere, attraverso il consumo soltanto, a quella semplicità e letizia del gesto erotico che ora anche i teologi rivalutano. Pasolini, che è stato il più deciso nell'infrangere la porta di alcuni tabù visivi, ha presentato al convegno una relazione composita e impetuosa, per metà analisi estetica e per metà sfogo. Dopo aver provocato «i ben pensanti e i critici» con le sue opere recenti, adesso vuole sconvolgere di nuovo i pigri e coloro che non lo conoscono con una confessione ricca di sdegni e di umori vendicativi.


Dice: «Mi pento dell'influenza liberatrice che i miei film eventualmente possono aver avuto nel costrutto sessuale della società italiana». Essi avrebbero contribuito loro malgrado «ad una falsa liberalizzazione voluta in realtà dal nuvo potere riformatore e permissivo». In che modo il sistema si è servito anche di Pasolini? «Venuti in possesso della libertà sessuale per concessione e non per essersela guadagnata, i giovani borghesi e soprattutto proletari e sottoproletari l'hanno ben presto e fatalmente trasformata in obbligo» con il pericolo concreto di diventare «miseri erotomani nevrotici eternamente insoddisfatti».


Nell'empito dell'insofferenza Pasolini aggiunge: «Se dovessi continuare con film come il Decameron non potrei farlo perché non troverei in Italia quella realtà fisica (il cui vessillo è il sesso con la gioia) che di quei film è il contenuto».


È vero che gli artisti hanno l'obbligo della sincerità e il privilegio di contraddirsi e di ricominciare sempre di nuovo, testimoni anche delle nostre debolezze; ma come tradurre questa confusione in discorso politico? In effetti proprio l'esame delle leggi e delle libertà concrete è partito ammaccato e controverso nel convegno. Gli autori chiedono nuove norme che li pongano al riparo di ogni repressione. Quali forse sono disposte ad appoggiarli? Anche nei parlamentari più progressisti l'erotismo sollecita inquiete reazioni del profondo e antico timore.


Per uno di quei paradossi che rendono singolari e lotte del cinema, la battaglia in difesa della rappresentazione erotica si configura come l'ultima eredità dell'illuminismo piuttosto che come l'ancella della rivoluzione. È un conflitto laico, legato fortemente alle libertà individuali; forse un grido contro la trasformazione dell'amore in merce, che pure incombe.


Che fare, allora? Mentre sorbole il costume nazionale, mentre la rivoluzione cerca vie diverse e più stringenti, mentre i giovani di Pasolini hanno perso crudamente la padronanza del proprio corpo, mentre i teorici rischiano l'utopia positiva di Marcuse, ci si appiglierà alle proposte pragmatiche suggerite da Branca. Usare la nobile arma dell'arte per salvare Pasolini, Bertolucci e tutti quanti altri siano minacciati. Fuori o dentro gli schemi idealistici del Bello, sono sempre gli autori e non i mercanti a creare utilmente gli scandali. Per adesso, invece che di definizioni giuridiche, bisogna accontentarsi di battute chiarificanti: «La pornografia - ha detto lo specialista Ado Kirou, durante il dibattito - è l'erotismo degli altri»


Stefano Reggiani. Convegno a Bologna. L'erotismo al cinema, La stampa, Lunedì 17 dicembre 1973, p.3.
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