I giovani, uno dei Dialoghi di Pasolini su «Vie Nuove», 7 gennaio 1961.
- Città Pasolini

- 7 gen
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Caro Pasolini, pensa lei, signor Pasolini, che per i giovani di oggi gli interessi della vita siano costituiti soltanto dall’esasperazione sessuale? Non ha mai trovato, nei giovani che vivono una «vita violenta», qualcosa che, al di là di un esasperato bisogno di esibizionismo, si colleghi alla fiducia, alla speranza? Vorrei proprio che mi rispondesse. Intanto abbia la mia simpatia.
G. B., Rieti
Vede, lei usa una parola, «giovani», che scientificamente non significa quasi nulla, eccetto che nel campo biologico. Mi sembra perciò illecito generalizzare parlando di «giovani»: mi sembra un residuo romantico, dolciastro e adulatorio. Ci sono dei giovani uomini e delle giovani donne: per parlare con una certa attendibilità di questi giovani uomini e di queste giovani donne, bisogna fare almeno le distinzioni essenziali che si fanno quando si parla di uomini e di donne.
Vogliamo fare, schematicamente, alcune di queste distinzioni? Ci sono dei giovani «lavoratori», ci sono dei giovani «borghesi» (ossia, generalmente, studenti), ci sono dei giovani «capitalisti» (o meglio, figli di capitalisti: simili al Dino de La noia di Moravia, per esempio) e, infine, ci sono dei giovani «sottoproletari» (molti, in Italia, da Roma in giù, sia nelle città che nelle campagne).
Ci sono, poi, i giovani del Nord e i giovani del Sud: la distinzione, badi, si sovrappone alle altre distinzioni già fatte, e le rende ancora più vive e concrete. Lei sa che tra Nord e Sud non c’è differenza di clima, o di moralità, o di religione: c’è differenza di storia, una differenza quindi oggettiva, che va tranquillamente e spassionatamente presa in esame.
Lei, nella sua domanda, tutto sommato, mi richiede una mozione di fiducia e di ottimismo: sono felice di dargliela. Sarei schematico e sciocco se non lo facessi. Quello che non posso fare è restare nella fiducia e nell’ottimismo generici. Le dirò anzitutto che, in generale, i giovani italiani sono estremamente simpatici, buoni, vivaci, intelligenti, ansiosi di affetto e di stima. Insomma, l’unica cosa che si può dire in generale di loro è che sono molto meglio dei grandi. Purtroppo poi, crescendo, peggiorano quasi sempre: accettano o adottano il mondo dei grandi, i loro compromessi, le loro ipocrisie, i loro conformismi, la loro aridità, la loro superficialità, ecc. ecc.
Ma ridiscendiamo alle distinzioni.
Dei giovani lavoratori sono indubbiamente positivi coloro che, resistendo agli inviti del neocapitalismo, hanno saputo restare fedeli, anzi dare maggior forza, alla coscienza dei propri diritti: cioè all’esigenza della democrazia, intanto, e di una vera giustizia sociale come meta di lotta. I ragazzi e i giovani di Genova o di Reggio dimostrano che questa categoria positiva esiste e si accinge ad avere un forte peso nella nazione.
Dei giovani borghesi, studenti, sono positivi coloro che sanno reagire al conformismo dell’educazione familiare e della scuola; o, se sono intellettualmente così deboli da accettarlo, lo accettano con un certo spirito laico di tolleranza ed evitano il puro e semplice qualunquismo.
Dei giovani capitalisti non le so dir nulla: sono casi troppo particolari, rari e isolati per poterne dare qui una media. In genere o si accingono a una vita di pescicani, o, traumatizzati dal complesso della ricchezza, abiurano la propria estrazione sociale, ma poi difficilmente combinano qualcosa.
Dei giovani sottoproletari si può dire che quasi sempre sono psicologicamente molto sani, in quanto sono vicini all’interezza naturale: la loro vitalità è perfettamente disponibile. Data la loro estrema insicurezza economica e la loro estrema insicurezza intellettuale (spesso sono analfabeti), essi possono prendere qualsiasi direzione (lei fa un accenno a Una vita violenta: proprio questo è il problema del romanzo); essi sono ideologicamente molto influenzabili e instabili. Comunque, essendo meno repressi degli altri dal falso moralismo dell’educazione borghese, spesso, individualmente, sono più limpidi degli altri.
Lei poi accenna al problema del sesso. Ma i giovani sono giovani, e se non sono sensuali a quell’età, quando vuole che lo siano? Il male non sta nel sesso: considerare il sesso come un male è la follia del moralismo cattolico, che ha trovato, nella guida sessuale, uno dei modi di repressione e di ricatto. Sa invece qual è uno dei veri pericoli della sessualità giovanile? Quello di farla coincidere col fascismo. Sì, il fascismo punta sul virilismo, sulla baldanza sessuale del giovane, per attirarlo a sé: vellica, per esempio, il suo narcisismo dandogli un narcisismo collettivo che chiama «Patria», ecc.
E sa qual è un altro pericolo? Quello della repressione dei propri istinti sessuali (che vanno dominati e regolati, ma non negati e odiati); repressione che avviene sempre per ragioni moralistico-religiose, si capisce, per cui la personalità subisce un trauma, e la patologia che ne consegue pesa poi sull’equilibrio sociale: perché i repressi quasi sempre diventano dei moralisti ipocriti e spietati, e servono così il conformismo nazionale.
P. P. PASOLINI, I giovani, su «Vie Nuove», n. 41, 7 gennaio 1961, p.6.



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