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Il 20 settembre 1975, nel programma "Settimo giorno", Pier Paolo Pasolini torna a parlare della sua esperienza con "Officina".

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Sono abituato a dire, generalmente, che non me ne importa più niente di questa rivista, o addirittura che me la sono dimenticata. Quindi, per me, parlare di Officina significa spiegare o precisare che cosa voglio dire con queste mie parole.


Eh, quanto al precisare, ecco: sì, l’ho dimenticata e non me ne importa più niente. Però la considero sempre un’esperienza viva, che sono contento di aver fatto, perché si tratta di una rivista che almeno io ho fatto più come poeta che come critico, come ideologo. È stata quindi un’esperienza ingenua, viva, che sono contento di aver fatto e che, nella mia intimità, ricordo molto volentieri. Però, dal punto di vista pubblico, dal punto di vista dell’operazione culturale più generale, ecco, l’ho dimenticata: non importa più niente.



Pier Paolo Pasolini. Settimo giorno, 20 settembre 1975 © Rai Teche/Tutti i diritti riservati


Perché? Perché fra il tempo in cui facevo Officina e oggi c’è stato un cambiamento radicale del mondo che mi circonda, sia a livello culturale ristretto, elitario, sia a livello umano, generale, per quel che riguarda la vita quotidiana, la vita di ogni giorno.


Per quel che riguarda il livello culturale ristretto, specialistico, voglio fare semplicemente due esempi. Il contesto, il mondo in cui lavoravamo quando facevamo Officina, era un mondo in cui gli intellettuali progressisti credevano, per esempio, che tutti i cittadini avessero diritto alla scuola almeno tre anni in più della quinta elementare. Oppure tutti gli intellettuali progressisti credevano pacificamente, tranquillamente, che ci dovesse essere un tipo di società tollerante.


Oggi, invece, è il contrario. Oggi un intellettuale progressista dovrebbe lottare per abolire i tre anni di scuola in più oltre la quinta elementare? Oppure dovrebbe lottare per abolire un certo tipo di tolleranza che, in realtà, è spaventosa, necrotizzante, alienante.


Questo per quel che riguarda, diciamo, il contesto specialistico nostro: di letterati, di uomini progressisti, di uomini di cultura. Per quel che riguarda invece il fondo sociale, il mondo umano in generale, direi che il quadro antropologico è completamente cambiato.Allora l’Italia era ancora l’Italia di Turiddu e di Camilla, era l’umile Italia eternamente rimasta uguale a se stessa nei secoli, nei millenni. Invece, in questi ultimi dieci anni, il quadro antropologico è completamente cambiato: è stato distrutto dalla civiltà dei consumi.


Le culture particolari e reali non esistono più. La cultura tipicamente italiana, o italiota, non c’è più. Quindi, mentre un tempo potevamo definirci, anzi con una certa lecita arroganza, italianisti o addirittura dialettologi, oggi questo non potremmo più farlo.


Ecco: questo cambiamento radicale del mondo, questa fine di un universo e l’inizio di un altro universo, fa sì che Officina sia un’esperienza lontana, che io ho quasi dimenticato.

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