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Il mio amico Pier Paolo Pasolini. Un testo di Ninetto Davoli


Ninetto Davoli, che è stato per dodici anni l'amico più caro di Pier Paolo Pasolini, racconta a Stampa Sera la sua vita con il poeta scomparso.


Ninetto Davoli e Pier Paolo Pasolini negli anni Settanta, fotografo sconosciuto. Riproduzione riservata

Quando, un anno fa, arrivai con le guardie sul piazzale dell'idroscalo, a Ostia, c'era una donna che gridava dalla finestra: «Ma chi è quer fijo de na mignotta che ha scaricato 'sta monnezza sotto casa mia?». La «monnezza», quel mucchio di stracci insanguinati, era l'amico mio, Pier Paolo Pasolini. Fu nel giorno dei morti, il 2 novembre 1975. D'improvviso, in un attimo, era finita la mia giovinezza. Finiti per sempre gli anni dello spasso, della follia, dei viaggi, era stato tutt'un divertimento.


Avevo conosciuto Pier Paolo quando avevo quindici anni. Mio fratello faceva l'ebanista per il cinema, stava lavorando a «La ricotta». Gli amici mi portarono sul set all'Acqua Santa e mi dissero: questo è Pasolini. «Piacere» dissi io. Lui mi fece una carezza sulla testa.


M’è piaciuto subito, dal primo momento. Era semplice, umano, sincero, una persona vera. Il giorno dopo m'ha telefonato, ci siamo visti. M'ha portato a cena in Trastevere, in un ristorante che mi pareva di sogno. Io ero un ragazzo di borgata, cresciuto in una baracca del Prenestino. Non ero mai stato in un posto così. Da quella volta ci vedemmo sempre. Se stavo un giorno senza telefonare era lui che mi chiamava, con nomignoli affettuosi: «A carogna, a infame, perché non ti fai vivo?».


La prima cosa che ho fatto con lui regista è stata una particina come pastore nel Vangelo secondo Matteo. Poi feci Uccellacci uccellini, con Totò. Pier Paolo voleva che io e Totò ci conoscessimo prima di cominciare il film. Così mi portò a casa del principe De Curtis. Per me Totò era il massimo, andavo al cinema solo per vedere lui, mi faceva impazzire. Trovarmelo davanti in carne e ossa nella sua casa ai Parioli e sbottargli a ridere in faccia fu tutt'uno. Pier Paolo, imbarazzato, tentava di richiamarmi all'ordine; ma Totò capì, «Lascialo divertire», diceva. Finimmo col metterci a ridere tutti e tre. Quello fu il periodo più bello, il tempo di Accattone, del Vangelo, di Uccellacci uccellini. La gente era diversa allora, il mondo non era ancora cambiato. Oggi, chi ti fa più 'na carineria? C'è solo egoismo, cattiveria, malignità.


Il primo viaggio che facemmo insieme, Pier Paolo mi portò a Venezia. Andammo a San Marco a dar da mangiare ai piccioni; poi, pranzo alla «Colomba», non avevo mai assaggiato tutte queste cose strane di pesce. Pier Paolo mi diceva: hai sentito questo? Ti piace quest'altro? Pareva un sogno, 'na favola. Dopo Venezia vennero gli altri viaggi: la Francia, l'Algeria, il Marocco, l'India. Negli ultimi tempi avevamo pensato di trasferirci in Marocco. Lui avrebbe portato la madre e la nipote, Graziella; io mia moglie, Patrizia, e i miei due bambini, Pier Paolo, di tre anni, e Guido Alberto, di uno e mezzo. Saremmo stati felici. Perché non l'abbiamo fatto? Lui era preoccupato per me. Diceva: «Io scrivo, mi arrangio, ma tu che fai in Africa?».


Certe volte durante questi viaggi c'era anche Moravia. Pier Paolo mi diceva: «Tu a Moravia l'intimidisci». «E me dispiace tanto», facevo io. «Che devo fa'?». «Non fare niente» diceva lui. Moravia, sarà un uomo di cultura ma non è un poeta. Certe volte non capiva proprio Pier Paolo. Lui, per esempio, gli descriveva un ragazzo. Gli diceva: «Sai, ci ha i riccetti così, ci ha due occhi bruni conte le more». Ma quello, sì, de coccio. Io tentavo di spiegarglielo a Pier Paolo: «Nun te po' capì, a quello je piacciono le donne». E non era solo per questo. Il fatto è che Moravia non è un poeta, è un romanziere. S'alza la mattina presto, fa colazione all'inglese, la marmellata, l'uovo alla coque. Durante il giorno va a spasso come un turista. La sera, cascasse il mondo, a quell'ora è a Ietto. Noi, invece, la notte, Bombay o Calcutta, Marrakesh o Casablanca, andavamo in giro per scoprire quello che il giorno non vedi mai. Così eravamo io e Pier Paolo, legati da qualcosa che non si può spiegare, uno pensava una cosa e l'altro apriva bocca per raccontarla. Ogni tanto mi rimproverava: «Sono dodici anni che stai con me, e ancora non hai imparato a leggere spedito». «E a che mi serve — gli dicevo io —, se tanto quello che tu scrivi me lo leggi lì per lì?». I suoi libri ce l'ho tutti ma non l'ho mai letti. L'unica cosa che rileggo ogni tanto è la poesia di quel cane che si vergogna a traversare via Prenestina.


Certe volte andavo durante il giorno a trovare Pier Paolo a casa sua. Se stava a scrivere a macchina, e io lo molestavo con le domande, chiamava la madre: «Mamma, portati un po' Ninetto di là, che ho da lavorare». Quant'era caruccia la madre. Pareva una donnina di busco, di quelle delle favole. Una volta, mentre stava a vedere la televisione entrarono i ladri in casa e portarono via un sacco di roba. Pier Paolo pareva divertito dell'accaduto. Io allora cercai di farlo ragionare. Gli dissi «Nun fa' il poeta», il mondo è cambiato. Devi far mettere le serrature a casa; devi prenderti un'arma. Se ti fanno uno sgarbo, una violenza, che fai? Lui rispose: quello che mi interessa non me lo possono rubare. Comprare una rivoltella, non lo farò mai. Sarebbe come dar ragione ai fascisti. Lui era così, era candido. Era un poeta, come Sandro Penna, come Elsa Morante. Si arrabbiava solo quando giocavamo al calcio e io dimenticavo di passargli la palla. Lui era mezz'ala e io terzino.


È passato un anno ma non passa giorno che non pensi a lui. Lo sogno spesso la notte. Gli dico: «Pier Paolo, hai visto che è successo Come ti hanno ridotto? Non ho più voglia di campare, senza dì te il mondo è diventato brutto». E lui mi dice: «Non è successo niente, Ninetto. La vita è bella, goditela. Devi essere felice di vivere. Di avere il sole, il mare, il verde dei prati, la giovinezza».


Ninetto Davoli Il mio amico Pier Paolo Pasolini (Come Ninetto Davoli ricorda il poeta), Numero 231 STAMPA SERA Lunedi 25 Ottobre 1976
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