Incontro con lo scrittore-regista. Intervista a Pasolini, pubblicata su «L'unità», gennaio 1975.
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La collaborazione per le edizioni italiane di « Trash » di Morrissey e di «Sweet Movie» di Makavejev Fra tre settimane il primo giro di manovella per la versione cinematografica delle «120 giornate di Sodoma» - Intanto sta completando un romanzo-fiume.
«È molto importante: i morti debbono essere “riciclati”, trasformati in cibo e quindi mangiati». Così sentenzia con tono grave l’eclettico regista Dušan Makavejev, di passaggio a Roma per presentare il suo più recente film Sweet Movie, visto nella primavera scorsa alla «Quinzaine des réalisateurs» del Festival di Cannes.
Il quarantatreenne cineasta di Belgrado, al suo quinto lungometraggio — ricordiamo L’uomo non è un uccello (1963), Un amour de cœur (1967), Verginità indifesa (1968) e W. R.: i misteri dell’organismo (1971) — ha incontrato i giornalisti romani a casa di Pier Paolo Pasolini, il quale ha curato, insieme con Dacia Maraini, l’adattamento italiano di Sweet Movie (letteralmente «Dolce film»).
In polemica con il suo paese e con il suo partito — sembra tuttavia che la riconciliazione sia cosa fatta, visto che l’autore di Sweet Movie intende girare il prossimo film in Jugoslavia e spera anche che le trattative con i responsabili della cinematografia di quella Repubblica socialista vadano in porto — Makavejev sostiene che Sweet Movie esprime una maggiore fiducia nella “rivoluzione”, o forse una maggiore speranza, rispetto ai film precedenti.
In realtà, quella di Makavejev è la rivoluzione sessuale e socialista che già conosciamo. In questo nuovo film-scandalo egli rinnega ogni tipo di ideologia in nome di principi biologici, animali, amorali e, quest’ultimo esasperato tentativo di contestazione globale (seppure «affettuosa», come egli stesso ama definirla) rischia di naufragare in un vacuo sberleffo.
Makavejev si è detto particolarmente soddisfatto dell’adattamento curato da Pier Paolo Pasolini e ha sottolineato l’opportunità dei lievi ritocchi apportati al «dolce film» dall’autore de Il fiore delle Mille e una notte. Non si tratta di un’esperienza nuova per Pasolini, il quale, dopo Trash di Paul Morrissey, sembra deciso a continuare un suo discorso anche attraverso le opere di altri cineasti.
In proposito, qualcuno pensa che questa attività di «traduttore» debba necessariamente comportare, da parte di Pasolini, un personale intervento “imposto” all’altrui prodotto finito. «Non è così — ribatte Pasolini — perché questo tipo di lavoro non implica un atto creativo, ma semmai può consentire un atto critico. Di mio c’è soltanto il gusto per la scelta delle voci e lo sforzo di capire il film in profondità, per poi realizzare in superficie un’operazione che chiunque avrebbe fatto superficialmente».
«La mia adesione a Trash e a Sweet Movie — prosegue Pasolini — può definirsi semplicemente un gesto di solidarietà nei confronti di autori o opere considerati, spesso a torto, “difficili”, e perciò presentati sotto una cattiva luce allo spettatore italiano, che deve invece poter trovare gli strumenti adeguati per prender contatto con essi. È persino “importante” quindi che Makavejev e Morrissey non mi somiglino: il primo è magmatico, fa del giornalismo cinematografico furente e la sua violenza espressionistica è il sintomo di una vitalità impressionante; il secondo è, secondo me, un inconfessato neorealista, e ho voluto accentuare questa sua “segreta” caratteristica nell’adattamento di Trash. Anche se ritrovare la miseria e l’emarginazione che noi conosciamo nelle immagini di Trash potrà risultare piuttosto arduo, ho cercato di fornire ai personaggi voci normali, di gente povera e abbandonata, dimenticando per un attimo quella inverosimiglianza che è propria del doppiaggio».
Secondo noi, però, Pasolini ha voluto verificare un fenomeno ben più vasto e complesso che gli sta a cuore con l’adattamento di Trash: come spesso accade, infatti, il meccanismo dell’identificazione finisce per mettersi in moto inconsciamente, a dispetto delle condizioni sociali e dei bagagli culturali, e allora si fanno strada i sintomi di quell’“omologazione” che lo scrittore-regista va denunciando come una vera e propria catastrofe ecologica. E, del resto, chi sono gli «americani a Roma» degli anni ’70, se non i goffi emuli dei beatniks che da alcuni anni proliferano come tragiche maschere di disadattati modello?
Intanto, con Il fiore delle Mille e una notte la trilogia pasoliniana si è conclusa e, a nostro avviso, ha raggiunto la sua vetta più alta, in quello stupefacente incontro tra naturalistico e fantastico che è tema eterno e fondamentale dell’autore.
«Il Fiore delle Mille e una notte — ci dice Pasolini — è stato senz’altro un traguardo importante e mi ha permesso di chiudere la trilogia sulla via di un ritorno alle origini. Lo considero l’episodio più riuscito, ma ricordo con amore soprattutto Il Decameron, e quell’entusiasmo delle prime cose, quando si comincia a fare qualcosa di completamente diverso, come ai tempi di Accattone».
Tra un capitolo e l’altro del suo nuovo romanzo-fluviale, un’opera davvero monumentale di quasi tremila pagine cui lo scrittore-regista sta lavorando, il poliedrico Pier Paolo Pasolini si accinge a tornare dietro la macchina da presa.
Non si tratta però della Vita di San Paolo, più volte annunciata e ora definitivamente accantonata. «Ho rinunciato per sempre a quell’idea — precisa il regista — perché ormai il progetto originale aveva subito troppe radicali trasformazioni e rischiavo di creare una confusione sgradevole. Pur con mille ambiguità, il mio San Paolo era in un primo tempo un eroe positivo. Oggi non potrei fare a meno di additarlo come nefasto fondatore della Chiesa».
Fra tre settimane Pasolini si ritroverà sul set di un film nato in poche decisive battute: Salò o le 120 giornate di Sodoma di Donatien Alphonse François de Sade, ambientato nella Repubblica di Salò. «Da tempo ero attratto da questa sacra rappresentazione carnale — afferma Pasolini — ma avevo bisogno di un movente. L’ho trovato, e le mie 120 giornate di Sodoma mi sembrano ora ideale veicolo per una metafora anomala e aberrante».
Con Sade, a Salò come a Marzabotto, protagonisti quattro mostri nazifascisti rievocano gli allucinanti riti di un sadismo razionale e organizzato. In una dimensione funereamente grottesca, l’opera dovrà mantenere un tetro fascino, affinché ogni atrocità possa essere vista con distacco.
A Salò e sull’Appennino emiliano Pasolini girerà gli esterni. Nel cast, improvvisato, non vi sarà traccia di attori professionisti, perché «il film non si deve riconoscere come tale».
Con la stessa troupe di queste 120 giornate di Sodoma – Salò, non appena le riprese saranno concluse, Sergio Citti potrà realizzare il suo nuovo film, ambientato a Roma tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’60: Due pezzi di pane (o forse Figli di M. ignota). «Si tratta di una delle migliori intuizioni di Sergio — aggiunge Pasolini — ma non voglio parlarne».
Una prudenza più che giustificata, dal momento che in passato Citti ha patito non poche ingiustizie per colpa del sempre più meschino star system di casa nostra. Ostia, per molti (si fa per dire), resterà «un film di Pier Paolo Pasolini», come dai cartelloni pubblicitari.
P.P PASOLINI, Incontro con lo scrittore-regista. Pasolini porta Sade a Salò tra i repubblichini La collaborazione per le edizioni italiane di «Trash» di Morrissey e di «Sweet Movie» di Makavejev Fra tre settimane il primo giro di manovella per la versione cinematografica delle «120 giornate di Sodoma» - Intanto sta completando un romanzo-fiume, pubblicata su «L'unità», 19 gennaio 1975, p.9.



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