Incontro con Pier Paolo Pasolini: una lotta sacra. Intervista di Jean Chabot per «Le Devoir», 1969.
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Il cineasta italiano Pier Paolo Pasolini era di passaggio a Montréal martedì scorso per la presentazione del suo ultimo film, Teorema, al cinema Verdi. La maggior parte del pubblico ricorda i suoi due film precedenti, presentati qui nel 1967, Il Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini. Ciascuno di questi due film si riallacciava alla tradizione nella sua forma più antica e, allo stesso tempo, la superava attraverso la più radicale modernità critica. Si trattava, in un certo senso, di una tradizione cristiana rivisitata dal marxismo. Sarebbe difficile dire in poche righe in che modo la sua nuova opera si colleghi ai tentativi precedenti e in che modo li oltrepassi.
Teorema non è, del resto, un film privo di paradossi. Incoronato, da un lato, dall’Office Catholique International du Cinéma al Festival di Venezia, è stato sequestrato dalla magistratura fin dalla sua uscita commerciale e deferito ai tribunali con l’accusa di oscenità. Il caso ha suscitato molto clamore e non è ancora stato risolto. A Montréal come a New York, Pasolini ha presentato la versione integrale di Teorema. Ora, coloro che si aspettavano un nuovo scandalo sono rimasti sorpresi. Lontano dal genere “sexy” di moda, si tratta di una rappresentazione puramente metaforica dei rapporti tra un ospite e una famiglia borghese, in cui la conoscenza erotica deve consentire a ciascuno la scoperta di Dio, o più semplicemente del sacro. Ognuno dei protagonisti si ritroverà alla fine completamente sconvolto, di fronte a una vita nuova, a sensi nuovi. Anche gli spettatori (per quanto mi è stato dato osservare) vengono colti di sorpresa, come quella cinese nel Deserto rosso.
In transito a Montréal, sull’aereo New York-Parigi, Pasolini ha gentilmente accettato di dedicare alcuni momenti alla presentazione del suo film e a rispondere alle nostre domande. Le sue dichiarazioni, pur generose (e purtroppo affrettate), possono tuttavia chiarire alcuni aspetti della sua filmografia e precisare taluni elementi della produzione cinematografica attuale, Pasolini essendo senza dubbio uno dei capofila del cinema moderno.
Pier Paolo Pasolini, perché fa cinema?
A causa del mio desiderio di riconsacrare la realtà che la borghesia ha desacralizzato. Perché, come dice Goldmann, la borghesia è soprattutto razionalista. Può sembrare banale dirlo, ma credo che la borghesia sia nella sua fase decadente, e mi sembra utile mostrarlo. La borghesia ha sempre cercato di demitizzare la realtà. È un atteggiamento che ha contaminato tutti, persino gli intellettuali marxisti di sinistra. Dunque, anche se mi rendo conto che la mia opera appartiene, da un lato, a questa tendenza razionalista, credo che abbia anche il suo versante irrazionale. E non è in quanto borghese, ma in quanto critico della borghesia, che posso portare avanti il mio compito di riconsacrazione della realtà.
Che cosa la attrae nel cinema?
Il cinema è una lingua. Non una tecnica, ma una vera e propria lingua, con le sue norme, le sue strutture, il suo sistema linguistico. La struttura fondamentale di questa lingua consiste nel fatto che il cinema esprime la realtà attraverso la realtà stessa. Gli oggetti della realtà sono i segni ironici e viventi della loro stessa esistenza. Se voglio esprimere ciò che lei è attraverso la letteratura, devo utilizzare un sistema di segni simbolici, cioè le parole. Ma se voglio esprimere ciò che lei è attraverso il cinema, lo faccio attraverso lei stesso: lei diventa il segno iconico e vivente di se stesso. Questo mi obbliga a restare sempre nella realtà, sia quando vivo (quando guardo la vita e la amo), sia quando voglio esprimerla.
Come è arrivato al cinema?
In modo del tutto naturale. Da giovane amavo molto il cinema, e registi come Fritz Lang, Murnau, Machatý, Renoir, René Clair, Chaplin hanno avuto su di me un’influenza pari a quella dei poeti che leggevo nello stesso periodo. Poi ci sono stati la guerra e il dopoguerra, e ho dimenticato il cinema per una quindicina d’anni. Successivamente sono arrivato a Roma e ho pubblicato un romanzo che ha conosciuto una certa notorietà in Italia; registi come Bolognini e Fellini mi hanno chiesto di scrivere delle sceneggiature. A quel punto ho avuto la possibilità di realizzare io stesso un film. Non avevo mai studiato in questa direzione, ma in un certo senso si è trattato di un approdo naturale.
Pensa che ci si possa servire del cinema come di un’arma?
Sì, credo che il cinema sia un’arma, cioè considero ciascuno dei miei film, per esempio, come un’azione politica. L’ideologia ha sempre una grande importanza nella scelta del soggetto. Ma non appartengo a coloro che credono che l’opera d’arte debba essere essenzialmente un’azione. Al contrario, sono in polemica con i registi che fanno retorica di questo genere.
Come considera il lavoro con gli attori?
In generale non amo lavorare con attori professionisti, salvo casi eccezionali come Totò e Silvana Mangano. Preferisco girare con non professionisti per la stessa ragione per cui preferisco il cinema alla letteratura: perché il cinema mi obbliga a vivere nella realtà, a esprimere la realtà con la realtà. E penso che l’attore non professionista sia più vicino alla realtà: è un frammento di realtà. L’attore professionista tende invece a trasformarsi abilmente, a tradire, a essere qualcosa di diverso dalla propria realtà.
Lei dice che la borghesia è nella sua fase decadente: che cosa le succederà come ordine sociale?
Non lo so. È impossibile prevedere il futuro. Ma esistono due correnti in questa scienza del futuro: la prima, di cui McLuhan è il più importante profeta, è ottimista e sostiene che la nuova epoca tecnologica sarà una sorta di età dell’oro dell’umanità; la seconda offre una visione apocalittica della stessa realtà. Io credo di appartenere a quest’ultima tendenza.

In Uccellacci e uccellini, facendo morire il corvo, lei proclama la morte delle ideologie. Che cosa succederà alle ideologie?
Il corvo dice prima di morire: “Naturalmente ci sarà qualcun altro che verrà a sostituirmi”. C’è ancora dell’ottimismo. Ma in Teorema questo ottimismo è finito. Le cose sono cambiate. Tutti tornano indietro. In America, Nixon rappresenta un passo indietro rispetto a Kennedy. Nell’Unione Sovietica si va sempre più a destra: si formano fascismi e totalitarismi. Anche in Europa. Il mondo si trova in un momento che non giustifica una visione ottimista.
E fare film risponde a questa angoscia?
Girare un film è una forma di ebbrezza, una specie di droga che assumo mentre giro. Ma dopo, quando vedo il film, quando è finito, l’ebbrezza diventa angoscia.
Lei fa film contro il sistema borghese. Non c’è contraddizione nel ricevere un premio per questo lavoro?
No. Il premio dell’OCIC non mi ha sorpreso. Sapevo di realizzare un film su un tema religioso, sul problema dei rapporti tra la borghesia e la religione; sapevo di essere in buona fede, e bisogna dire infine che la giuria era composta soprattutto da cattolici di sinistra. In ogni caso credo che la Chiesa e la religione siano contro la borghesia. Il messaggio del mio film è che la borghesia non è religiosa: fino a oggi ha utilizzato la Chiesa come una forma di potere per esercitare il potere; ora che è completamente industrializzata, credo che non ne abbia più bisogno, e dunque la Chiesa sarà abbandonata.
Su che cosa si fonda questa condanna della borghesia?
Anzitutto su ragioni psicologiche, che dipendono dal mio carattere, dalla mia formazione, dalla mia infanzia, ecc. È in effetti una situazione tipica di molti giovani, per esempio gli studenti, che formulano una condanna nei confronti della propria famiglia e del padre. È stato più o meno lo stesso per me quando ero giovane. In seguito è arrivata l’ideologizzazione di questa forma di odio, attraverso il marxismo.
In questa prospettiva, che cosa pensa dell’evoluzione ideologica di Godard, che arriva a tagliarsi completamente fuori dal sistema?
Amo molto Godard e il suo cinema, ma sono molto critico nei confronti della sua posizione ideologica. Per me egli non comprende: ha una forma di odio verso la cultura, ne è terrorizzato, soffre di una sorta di complesso di inferiorità. In Pierrot le fou, per esempio, la letteratura è vista come una specie di paradiso perduto o proibito. Questo complesso fa sì che la sua posizione politica sia sempre o moralistica o irrazionale, mai veramente ideologica e razionale, e lo conduce a dire cose che alla fine risultano retoriche.
E qual è la sua posizione?
Molto complicata, in realtà, ma anche equilibrata. Naturalmente sono un borghese, dunque ho ricevuto un’educazione laica e razionale, e sono approdato al marxismo con il mio laicismo e il mio razionalismo, con la mia abitudine alla critica e al rifiuto del dogma. Si tratta quindi di un marxismo critico, non solo contro il sistema borghese, ma anche contro le stesse istituzioni marxiste.
Crede nella democratizzazione del cinema?
No, nella democratizzazione della produzione. Per quanto riguarda la democratizzazione del cinema, credo che occorra essere molto aristocratici per democratizzare il cinema, perché solo se si è aristocratici si può evitare la massificazione dell’industria cinematografica, che è la cosa più antidemocratica che esista.
All’interno del sistema dei consumi, quale efficacia pensa che tutto ciò possa avere?
È come un libro, sa. Da un certo punto di vista si produce un oggetto di consumo, ma da un altro punto di vista è qualcosa di inconsumabile, inassimilabile: è poesia. Allo stesso modo, un film d’autore è un prodotto di consumo destinato a un certo pubblico, ma, da un altro punto di vista, è qualcosa di inconsumabile, fuori dalla storia e dal momento della produzione.
E che cosa fa adesso?
Sto terminando il montaggio di Porcile, la storia di un giovane che ama i maiali e che viene divorato alla fine dal padre e dalla madre. Sto preparando le riprese di Medea, per il mese di maggio, con Maria Callas, intorno al tema dei rapporti che possono esistere tra un giovane uomo che crede solo nel successo, Giasone, e una sacerdotessa…
P.P. PASOLINI, Incontro con Pier Paolo Pasolini: una lotta sacra, intervista di di J.CHABOT, su «Le Devoir», 5 aprile 1969, p.19. Traduzione all'italiano, Silvia Martín Gutiérrez.



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