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L'alba meridionale, una poesia di Pier Paolo Pasolini. Poesia in forma di rosa (1964)




Manca sempre qualcosa, c'è un vuoto in ogni mio intuire. Ed è volgare, questo non essere completo, è volgare, mai fui così volgare come in questa ansia,

questo «non avere Cristo» - una faccia che sia strumento di un lavoro non tutto

perduto nel puro intuire in solitudine, amore con se stessi senza altro interesse

che l'amore, lo stile, quello che confonde il sole, il sole vero, il sole ferocemente antico,

- sui dorsi d'elefante dei castelli barbarici,

sulle casupole del Meridione - col sole della pellicola, pastoso sgranato grigio, biancore da macero, e controtipato, controtipato,

- il sole sublime che sta nella memoria, con altrettanta fisicità che nell'ora in cui è alto, e va nel cielo, verso interminabili tramonti di paesi miseri...


Un biancore di calce viva, alto, - imbiancamento dopo una pestilenza che vuoi dir quindi salute, e gioiosi mattini, formicolanti meriggi - è il sole che mette pasta di luce sulla pasta

dell'ombra viva, alonando, in fili di bianchezza suprema, o coprendo di bianco ardente il bianco ardente d'una parete porosa come la pasta del pane

superficie di medioevo popolare - Bari Vecchia, un alto villaggio sul mare malato di troppa pace - un bianco ch'è privilegio e marchio di umili - eccoli, che, come miseri arabi,

abitanti di antiche ardenti Subtopie, empiono fondachi di figli, vicoli di nipoti,

interni di stracci, porte di calce viva, pertugi di tende di merletto, lastricati d'acqua odorosa di pesce e piscio - tutto è pronto per me - ma manca qualcosa.


L'idea di venir meno al mio dovere solo per aver oziato un'ora, o aver perso un giorno rimandando al mattino una partenza - per aver fatto tardi la notte (era già l'arancione dell'alba) nel Jolly sprofondato nell'incivile silenzio dell'ora dei Mercati Generali - è una veste, certo, di altra ossessione. Nacque sulle stesse sponde di questo mare - ma lassù, alle porte d'Italia, tra fonemi veneti e gelsi, e primule su prode di fossi inconcepibili qui - non classici, non classici, con l'asprezza di climi dal sapore di fuoco... Ed eccomi qui, nell'Italia vera, nazione a me così lontana. E la sua padronanza, il dominio che ne ho, così puro, viene angosciosamente contaminato da quell'idea di mancare al dovere - assurda, nata lassù, nei mondi quasi prenatali delle primule. Non ho trovato ancora Cafarnao, né Gadara, né le falde del Tabor - per aver vagato tutta la notte ecc. Era l'alba! Se l'amore fosse stato polvere e fango, ne avrei coperto l'innocente Jolly - e lo coprivo, lo coprivo nella scia del corpo

smagrito, delle vesti sporche che sconsacravano

l'ora in cui il cielo si tinge d'arancione...


Il film l'ho già girato - e con Cristo! L'ho trovato, Cristo, l'ho rappresentato! E ora il non trovarlo, il non rappresentarlo

non è che una torbida, ingenua guerra di sentimenti entrati nella mia anima da un mondo non mio - che quindi mi aliena.

Mi manca qualcosa, ma questa mancanza non mi da dolore.

L'altra mancanza, la mancanza reale, ha diversi fenomeni, di questa non ha

neanche apparenza. Sono pertanto esaurite

le panoramiche sui vicoli di calce pura e porosa, coi fili di sole ardente sui profili, e i vuoti d'ombra da grande Impressionista,

ronzante d'azzurro... E quelle quelle antiche montagne color di paglia, coi muri del medioevo come paglia più scura, nella schiuma secca che fa, della luce, il pancinor, con profili di visi masacceschi neri,

controluce, su fondali castamente ardenti...


Pier Paolo Pasolini da "L'alba meridionale" VI in "Poesia in forma di rosa", Garzanti, Milano (1964)
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