La censura e Pasolini. L'analisi del processo a Salò o le 120 giornate di Sodoma. Un testo di Paolo Ojetti per «L'Europeo», 28 novembre 1975.
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Con la bocciatura di «Salò» si ripropone ancora una volta il problema del significato di «osceno». Ma contro chi è rivolto l’intervento inammissibile dei censori?
ROMA, novembre. «Signori», esordisce il presidente della prima commissione di censura Carlo Di Maio, magistrato di Cassazione, «questa sera dobbiamo giudicare Salò di Pasolini. È una faccenda delicata, lo capite».
Sono le nove di sera di martedì 11 novembre. Nella sala cinema del ministero del Turismo e dello Spettacolo, oltre al presidente siedono altri quattro censori: il professore di diritto ecclesiastico Pio Fedele, il rappresentante delle industrie cinematografiche Giuseppe Del Buono, il regista Oscar Brazzi (fratello del più famoso Rossano), il giornalista Mario Cessari. Questi ultimi due non sono designati dal sindacato autori né da quello dei giornalisti cinematografici, che si sono sempre rifiutati di collaborare con l’istituto censorio: sono stati scelti direttamente dal ministro da un elenco speciale.
Questi cinque signori (c’è anche un funzionario del ministero con mansioni di segretario e senza diritto al voto) alternano per due ore le immagini e le parole di Salò, o le 120 giornate di Sodoma, in nome di tutto il popolo italiano. Sono essi che, grazie alle investiture di due ministri democristiani (quello dello Spettacolo e quello della Pubblica Istruzione) e del Consiglio superiore della magistratura, vengono trasformati nel reagente del comune senso del pudore dell’italiano medio maggiorenne; essi che, a nome e per conto di tutti, vedono, pensano, riflettono, si scandalizzano e decidono.
Allo stesso modo in cui il buon padre dell’Italietta e dell’Italia fascista sottraeva dalle mani dei figlioli Gamiani o L’amante di Lady Chatterley, questi cinque buoni papà decidono, quella sera, di cestinare Salò, inadatto al cittadino. Seppelliscono un film d’arte, senza sapere di offendere una comunità che magari si sposa, fa dei figli, ha un parente in galera, ha avuto un ladro o un suicida in famiglia, ha fatto una o due guerre, ha sepolto i suoi morti, firma cambiali, paga le tasse, legge i giornali, manda sul marciapiede la sorella, ha un amico omosessuale, ed è ancora capace di ridere sul fatto che un famoso gioielliere risulta nullatenente e che un mazzo di ministri si è fatto corrompere per alzare il prezzo della benzina.
Tutto questo non conta. Il censore preferisce non sapere. La sua Italia è incorrotta, è fatta di santi e navigatori, è, alla fine, ancora fascista e in piedi. Non va turbata, non deve essere libera di vedere questo film che è la disperata radiografia dell’anima di un uomo diverso.
La sentenza è unanime. Il dispositivo è breve:Il film, nonostante la tragica tematica, presenta una tale varietà di perversioni sessuali da renderlo osceno.
Una sentenza contraddittoria, in cui forzatamente viene etichettata come oscena la tragica tematica di un film, discutibile finché si vuole, ma d’arte. La contraddizione è avvertita dagli stessi censori. Ci ha detto Carlo Di Maio:«Ammetto che non siamo né grandi critici né grandi artisti, che siamo un organo burocratico vincolato dalla legge, ma la realtà artistica del film è sopraffatta dalla rappresentazione di tali deviazioni, le peggiori immaginabili, che starebbero meglio in un documentario di medicina psichiatrica».
Aggiunge Oscar Brazzi:«Non sono un puritano, ho salvato decine di film, la nostra commissione è sempre stata la più aperta, è la commissione che tutti i produttori vorrebbero avere, ma in Salò depravazione e cattiveria sono senza riserve. Due di noi sono usciti dalla sala; io ho abbassato spesso gli occhi pensando che quelle immagini erano una finzione, che c’erano l’operatore, gli elettricisti, i macchinisti… Personalmente sono contro la censura di Stato e spero che, alla fine, Salò esca liberamente: almeno la gente andrà a vedere fino a che punto si può arrivare».
Tutto questo non conta. Il censore preferisce non sapere. La sua Italia è incorrotta, è fatta di santi e navigatori, è, alla fine, ancora fascista e in piedi. Non va turbata, non deve essere libera di vedere questo film che è la disperata radiografia dell’anima di un uomo diverso.
La sentenza è unanime. Il dispositivo è breve:Il film, nonostante la tragica tematica, presenta una tale varietà di perversioni sessuali da renderlo osceno.

Una sentenza contraddittoria, in cui forzatamente viene etichettata come oscena la tragica tematica di un film, discutibile finché si vuole, ma d’arte. La contraddizione è avvertita dagli stessi censori. Ci ha detto Carlo Di Maio:«Ammetto che non siamo né grandi critici né grandi artisti, che siamo un organo burocratico vincolato dalla legge, ma la realtà artistica del film è sopraffatta dalla rappresentazione di tali deviazioni, le peggiori immaginabili, che starebbero meglio in un documentario di medicina psichiatrica».
Aggiunge Oscar Brazzi:«Non sono un puritano, ho salvato decine di film, la nostra commissione è sempre stata la più aperta, è la commissione che tutti i produttori vorrebbero avere, ma in Salò depravazione e cattiveria sono senza riserve. Due di noi sono usciti dalla sala; io ho abbassato spesso gli occhi pensando che quelle immagini erano una finzione, che c’erano l’operatore, gli elettricisti, i macchinisti… Personalmente sono contro la censura di Stato e spero che, alla fine, Salò esca liberamente: almeno la gente andrà a vedere fino a che punto si può arrivare».
Pirro: «La DC è pornografica»
La censura di regime è sopravvissuta, come molte altre cose, al ventennio fascista. È disciplinata dalla legge dell’aprile 1962, n. 161, e da un regolamento di esecuzione del novembre 1963, n. 2029. Le commissioni censorie sono sempre state otto (anche se il numero è lasciato a piacere del ministro), rinnovate ogni biennio, composte di sette membri: un magistrato, presidente, designato dal Consiglio superiore della magistratura; tre professori (materie penali, psicologia e pedagogia) designati dal ministro della Pubblica Istruzione; un delegato delle industrie cinematografiche; un regista e un giornalista (scelti dal ministro in mancanza di designazioni dei sindacati autori e giornalisti).
A scorrere l’elenco dei membri delle commissioni ci si stupisce del fatto che si tratti di personaggi sconosciuti, che con il cinema hanno veramente poco a che fare. Ed è logico che sia così: dal momento che il cinema non ha mai ammesso una censura preventiva di Stato, i Torquemada del trentennio democristiano sono gli scarti, la serie B, i volenterosi interpreti di una morale reazionaria, codina e parrocchiale.
Dice Elio Petri (autore di La classe operaia va in paradiso, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, eccetera):«Paternalisti, autoritari, viscidi. L’autore viene chiamato a difendere la sua opera in questo sotterraneo del ministero, davanti a questa santa inquisizione che non a caso lavora nelle viscere di un edificio del potere, come in una fogna. Un’esperienza umiliante».
Il mondo del cinema è in blocco contro la censura. È fin troppo facile raccogliere dichiarazioni di biasimo o ironiche condanne. Del caso di Salò abbiamo parlato con Petri, Rosi, Loy, Pirro. È stato un coro: la censura va abolita. De Biase, direttore generale dello spettacolo, è d’accordo: aboliamola. Il ministro democristiano in carica, Adolfo Sarti, ha spedito a Moro un suo progetto di abolizione. Non se ne sa ancora molto: si parla di restringere la competenza dei casi di sequestro del film alle sedi delle corti d’appello; non si sa nulla del regime finanziario e fiscale dei film vietati ai minori; non si accenna alla riforma del sistema di distribuzione e di esercizio delle sale cinematografiche. L’Unità ha invitato Sarti a mettere le carte in tavola e a confrontare il suo con gli altri progetti che giacciono alle Camere. Per ora, comunque, si tratta di un carteggio privato fra ministri.

Ma, a parte le mostruose gaffe, come questa di Salò, che sono salutari per accelerarne la fine, a che serve la censura ministeriale? A poco o niente. In questi ultimi cinque anni le commissioni hanno bocciato definitivamente solo tre film italiani (Il rapporto, Quattro volte quella notte, Justine) e diciannove stranieri (fra cui una decina di pornofilm scandinavi). In compenso sono dilagati sugli schermi film idioti, violenti, pornografici, tutti però con un merito: sono commerciali, fanno cassetta.
«È vero», dice Pirro, «passano in censura i film che la distribuzione e l’esercente vogliono, i film che faranno quattrini. Ed è attraverso gli esercizi, che sono legati al sottopotere democristiano, che la DC esercita la sua politica censoria: circolano i film che sappiamo e restano esclusi dai circuiti commerciali quelli a contenuto politico, relegati nei circuiti alternativi, nei cinema d’essai. Osceno non è il film di Pasolini, ma il monopolio democristiano sulle sale cinematografiche. È la DC che è pornografica. Ma cos’è più osceno», aggiunge Petri, «far vedere due che fanno all’amore o derubare la collettività per trent’anni?».
Rosi: «Un dialogo amichevole al ministero»
Le vicissitudini di un film non si fermano alla commissione di censura, né alle scelte della distribuzione o dell’esercente. Passano anche attraverso i tribunali, in caso di sequestro su iniziativa di un solerte magistrato o su querela di un potere costituito che si senta vilipeso, o, infine, per lo scandalizzarsi di un qualsiasi cittadino. Poiché la competenza del giudizio è affidata al tribunale del luogo di prima uscita del film, i produttori hanno praticamente delle mappe di tribunali buoni e cattivi.
A Catanzaro, per esempio, non c’è mai una prima. Probabilmente il destino di Salò, se fosse uscito indenne dai sotterranei del ministero, sarebbe stato quello di essere immediatamente sequestrato. Il discorso sulla giustezza del sequestro di un’opera cinematografica ci porterebbe troppo lontano. Ci porterebbe al nocciolo del problema, dice Nanni Loy: la soppressione delle norme dei codici fascisti.
Aggiunge Ugo Pirro:«Bisogna afferrare quest’occasione di Salò per spostare la lotta verso i veri bersagli: le norme del codice, i reati di vilipendio. Tra l’altro l’osceno, nella definizione suggerita dalle leggi, se rapportato allo “stato” della società non significa assolutamente nulla. Io personalmente ritengo che ogni volta che un censore o un giudice giudica osceno un manufatto del pensiero dovrebbe prima sottoporsi a una lunga confessione nella chiesa più vicina e subito dopo a una terapia psicanalitica».
L’avvocato Giovanni Massaro (che ha trattato l’ottanta per cento delle cause di censura e sequestro) precisa:«C’è una contraddizione costituzionale. L’articolo 21 prevede il limite alla libertà di manifestazione del pensiero nel “buon costume”, mentre il 33 stabilisce che l’arte e la scienza sono libere. A parte questo, cos’è osceno? Cos’è che definisce il “comune senso del pudore”? Pochi anni fa, in un’aula di tribunale, il magistrato mi impedì di leggere il capo d’imputazione perché c’era scritto “masturbazione”. Un film fu definito osceno perché c’era una scena in cui una ragazza cercava il sapone caduto nella vasca da bagno piena d’acqua, solo che nella vasca c’era un uomo. Dovemmo tagliarla. Per restare a Pasolini, Accattone ebbe noie in censura appena otto anni fa. Ora è stato programmato in televisione, dove si sa che si passano solo spettacoli adatti “ai minori di quattordici anni”. Piuttosto, visto che il magistrato continuerà a intervenire, è necessario stabilire chiaramente le competenze, accelerare i procedimenti, impedire che dopo la pronuncia il blocco del film continui».
Una volta abolita la censura amministrativa — il caso di Salò è l’ultimo scossone, dice Mino Argentieri — resta il problema del controllo. L’esempio più prossimo è quello francese. Finita la censura, resta una commissione che decide il divieto ai minori e la qualifica di film pornografico. Per questi film si escludono le detassazioni e i premi governativi. Un sistema che presenta gravi pericoli: chi potrebbe impedire al governo di etichettare come pornografico un film semplicemente scomodo? Chi potrebbe contestare un divieto ai minori imposto per strangolare finanziariamente un’opera?
Il quale Stato passa Giovannona coscialunga e boccia Pasolini. Non tollera Ultimo tango a Parigi, ma manda in provincia Che bei giochini fanno le ragazze dei villini; distruggerebbe Il portiere di notte, ma non batte ciglio se in borgata vanno a vedere Storie proibite di cinque lolite.
Il destino della censura di Stato sembra comunque segnato. Ma i nodi veri restano: un codice penale da buttare, una magistratura provinciale, un moralismo patologico e la mercificazione spudorata del prodotto cinematografico.
E certamente il merito postumo di Pasolini è quello di aver diradato i fumi di questa battaglia che stavano diventando così spessi da averci fatto perdere ogni orientamento.
U. OJETTI, La censura e Pasolini. L'analisi del processo a Salò o le 120 giornate di Sodoma, su «L'Europeo», 28 novembre 1975, pp. 48-51.