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Laura Betti parla di Pier Paolo Pasolini per l'uscita del romanzo Petrolio


Laura Betti, Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci. Gideon Bachmann (1975) © Bachmann-Cinemazero /Riproduzione riservata

Pier Paolo Pasolini avrebbe compiuto settantanni giovedì scorso, il 5 marzo: e immaginarlo vecchio sembra quasi impossibile, così come pare quasi incredibile il fenomeno che ha accompagnato la sua figura, la sua opera e la sua fama nei diciassette anni seguiti alla sua morte feroce. Pasolini è oggi l'autore italiano più rivisitato e ricordato nel mondo: nessun interesse paragonabile, niente di simile è mai accaduto non soltanto per scrittori contemporanei come Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Italo Calvino o Primo Levi, ma neppure per Alessandro Manzoni. Edizioni delle opere (complete a esempio in Germania, presso Wagenbach), manifestazioni, rassegne di film, tesi di laurea, pubblicazioni analitico-saggistiche, seminari, mostre di fotografie o dei suoi disegni, acquerelli, pastelli e tempere, recital di poesia, convegni, antologie di testi poco noti o inediti e studi critici si moltiplicano: più raramente in Italia, più spesso all'estero. L'attenzione intorno a lui non s'allenta. Al contrario. Se ogni tanto risorgono dal buio della cronaca interrogativi e dilemmi intorno alla sua morte, è soprattutto intorno all'opera e alla vita che la curiosità e l'interesse paiono costanti, inesauriti, acuiti adesso dalla annunciata pubblicazione di Petrolio, il romanzo rimasto inedito e definito «terribile»: all'ultima Buchmesse di Francoforte le trattative dell'editore Einaudi per la cessione dell'opera a editori stranieri hanno rappresentato una testimonianza in più della vitalità pasoliniana.


Parliamo del fenomeno così fuori del comune con Laura Betti, l'attrice amica speciale di Pasolini, creatrice e dirigente del Fondo Pasolini che è all'origine di molte iniziative internazionali, curatrice insieme con Michele Gulinucci de Le regole, di un'illusione, il grosso libro da poco uscito dedicato al «modo di Pasolini di vedere e vivere il cinema e la vita», interprete sino a ieri sera a Roma d'un recital di poesia pasoliniana bene intitolato Una disperata vitalità, custode attiva d'una memoria incancellata.


Proviamo a fare un bilancio dell'ultimo anno del fenomeno Pasolini: dove, come?


A Roma, al Palazzo delle Esposizioni, la retrospettiva completa dei film di Pasolini, accompagnata dalla riproposta delle sue interviste audiovisive, dalla mostra «Figuratività e Figurazione», dal mio recital di poesia e da una tavola rotonda, è cominciata il 27 febbraio e si concluderà il 23 marzo. Subito dopo verrà trasferita a Istanbul. Poi a Cracovia dove, nell'ambito d'un mese della cultura europea, diversi spettacoli saranno dedicati al teatro di Pasolini. Prima che a Roma, la retrospettiva con i suoi complementi era stata presentata a Stoccolma. E a Oslo. A Los Angeles le manifestazioni sono durate tre mesi, in due sedi differenti: all'Università, la Ucla, un ciclo di film, tre seminari internazionali di discussione, un corso trimestrale sulla poesia e sul cinema di Pasolini; e una mostra, la proiezione di video, nell'edificio della Motion Picture Academy, la vecchia sede della cerimonia d'assegnazione degli Oscar che oggi ospita gli archivi, depositari dello starsystem. Prima ancora, a Parigi, la retrospettiva dei film di Pasolini aveva inaugurato il nuovo Louvre, e dato occasione a un convegno internazionale di gran livello sul rapporto tra cinema e pittura.


Al centro di tutto, quindi, stanno i ventidue film (o parti di film, o appunti per film) realizzati da Pasolini: l'ampiezza e la persistenza dell'attenzione intorno al poeta e allo scrittore è dovuta al suo cinema?


Anche. Il suo cinema andava comunque resuscitato, rimesso insieme, salvato. Costretta dagli eventi, ho capito che questa era la cosa essenziale da fare: la maggior parte dei film era distrutta o semidistrutta, le copie venivano tenute in diversi laboratori anche non attrezzati per la conservazione. E' stata una gran fatica: la persona che ha mostrato di capirla e apprezzarla di più è Martin Scorsese. Enzo Ocone ha fatto il progetto di recupero, restauro e ristampa dei negativi. L'Ente Gestione Cinema, organismo del cinema pubblico, ha fatto da tramite amministrativo con il ministero del Turismo e Spettacolo, che ha finanziato l'impresa. Il Fondo Pasolini (cioè per lo più io) s'è incaricato della ricerca delle copie, delle indagini sui diritti di proprietà dei singoli film, di realizzare una sottotitolazione non commerciale, anzi anticommerciale. William Weaver ha curato i sottotitoli in inglese. Di quelli in francese si sono occupati diversi scrittori, a seconda del linguaggio classico o moderno dei film: Jacqueline Risset, a esempio, ha curato i sottotitoli di Medea.


Ci sono film che è stato impossibile recuperare?


I più diffìcili da salvare sono risultati quelli in bianco e nero; Il Vangelo secondo Matteo ha imposto fatiche durissime; Uccellacci e uccellini era così malridotto che un recupero al cento per cento è stato impossibile; pure Teorema era molto malconcio. I direttori della fotografia dei film di Pasolini, Tonino Delli Colli, Giuseppe Rotunno, Giuseppe Ruzzolini eccetera, sono stati stanati per aiutare il restauro, l'hanno fatto con grande generosità, non hanno voluto essere pagati: per ringraziarli ho regalato loro prosciutti, con profondo sconcerto della Corte dei conti che ricusava una spesa culturale in prosciutti. Il lavoro è cominciato nel 1987. Nel 1989 era finito: siamo andati coi film alla Mostra di Venezia, e poi per il mondo. Attraverso il ministero degli Esteri abbiamo dato informazione della disponibilità dei film: apriti cielo, richieste infinite. Per un'istituzione culturale una simile rassegna è un regalo, un'occasione importante.


Anche per le istituzioni culturali americane?


Quando abbiamo portato i film di Pasolini a New York, al Museum of Modem Art, pensavo: «Se a vederli vengono soltanto tre gatti, mi ammazzo» e avevo paura. Quelli del MoMA avevano più paura di me. Ci dicevamo: «Sarà una catastrofe». Invece: la prima pagina del New York Times, file immense, al recital di poesia in un teatro di milleduecento posti la gente faceva a cazzotti per entrare e s'è dovuto mandarla via. Secondo lei, da cosa nasce un successo internazionale tanto persistente? Il cinema di Pasolini non invecchia perché è un cinema di poesia e l'ambigua poesia è senza tempo: molto dipende da questo, credo. Molto dipende dal fatto che Pasolini viene visto ovunque come un ragazzo, e insieme come un valore certo: e quando tutto appare precario, insicuro, i giovani hanno bisogno di valori certi. Intorno a Pasolini sono assai diminuiti l'adorazione e i fanatismi della comunità omosessuale internazionale. Oltre l'opera, negli altri Paesi il fascino della sua persona, della sua vita e della sua morte resta molto suggestivo. In Italia invece i guasti denunciati da Pasolini e il Palazzo non sono spariti, sono semmai peggiorati: il suo personaggio e la sua presenza rimangono incombenti. Per questo forse in Italia s'è fatto ancora poco, mentre all'estero Pasolini è del tutto accettato. Certo, è successo che a Stoccolma la proiezione del suo ultimo terribile film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, abbia provocato tafferugli d'insofferenza, e che in Inghilterra (non in Scozia, dove è stato accolto stupendamente) sia stato a lungo vietato: ma il rifiuto, credo, deriva dall'incomprensione. Oggi i film che all'estero suscitano il maggiore interesse sono Teorema, per la religiosità che include un discorso politico; e Porcile, per il nodo famigliare spezzato e forse anche per via dell'Aids: se l'epidemia di Aids non ha voluto dire anche essere mangiati dai maiali...


Lei convive con l'opera di Pasolini ogni giorno, da quasi vent'anni. E' stanca?


Sono un po' confusa. Mi sento impoverita, perché troppo spesso rinuncio a me, al lavoro di attrice che per me conta molto, alle tante facce che io sono. Ma mi sento arricchita: ho capito e letto meglio Pasolini, e la compagnia della sua opera non getta alcuna ombra tetra o luttuosa sulla mia vita. Mi dà anzi una carica enorme di vitalità.


Con quale sentimento aspetta l'uscita del romanzo inedito «Petrolio»?


Era intitolato anche Vas: non so cosa voglia dire, e pure del titolo Petrolio ignoro il significato. Io non l'ho mai letto, so soltanto quanto Pasolini me ne diceva. Diceva «è apocalittico», diceva che era un libro terribile, terribile, che c'era un'idea della società da Inferno dantesco e una messa a nudo della sua sessualità. Diceva: «Vedrai come ne uscirai tu, sarai tremenda, tremenda». Figuriamoci, lui voleva pure che in un film io facessi la parte di Eichmann. Probabilmente invece nel libro non ci sarò: Pasolini pensava a duemila pagine, credo che le cartelle completate siano soltanto un centinaio, più molti foglietti sparsi. Sull'opera di Pasolini la mia battaglia stava nel ritenere necessaria la pubblicazione di tutta la poesia: della enorme produzione in versi di Pasolini neanche metà è stata edita, e adesso uscirà finalmente pubblicata da Garzanti. A proposito di Petrolio, non ho condiviso le polemiche che rimproveravano all'erede di Pasolini, la nipote Graziella Chiarcossi, le esitazioni e i rinvìi nel pubblicarlo. Mi sono chiesta: ma se lo avessi io questo libro, e se lo dovessi considerare pericoloso perché mette a nudo la sessualità di Pasolini? Dopo tutte le persecuzioni sessuofobiche da lui subite in vita, perché dovrebbe essere dovere dell'erede pubblicare il libro, e diritto dei cittadini leggerlo? Adesso l'erede ha trovato il coraggio di pubblicarlo e fa benissimo: penso sia la versione integrale, se no... Io l'ho rimosso molto, questo libro. Mi rende inquieta. Non ho più voglia di soffrire, mi sono stufata, ho patito troppo. Adesso ho trovato un assestamento, un mio modo di stare con Pasolini: non ho più voglia di traumi. E' molto possibile che io non legga Petrolio. Almeno, non subito. E' possibile che ci metta molto, molto tempo.


Teme intorno a «Petrolio» una curiosità bassa, volgare?


Da parte di alcuni studiosi meravigliosi, no. Ma io temo l'altra Italia: e quella c'è, c'è.

Lietta Tornabuoni Pasolini, il primo nel mondo. Laura Betti parla del poeta che oggi avrebbe 70 anni, mentre si attende «Petrolio» romanzo postumo «terribile» © La Stampa, 9 marzo 1992
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