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Le lettere che spiegano Pasolini, un testo di Nico Naldini


Nico Naldini con Pier Paolo Pasolini a Gleris (1947) © Archivio Giovannetti/Effigie/Riproduzione riservata


La prima difficoltà per un raccoglitore di epistolari è datare le lettere che non hanno data né timbro postale perché si sono perdute le buste. Questi fogli fluttuano in un passato ignoto, anche se prossimo, creando miraggi contrastanti. La difficoltà aumenta se l’autore delle lettere è un giovanissimo letterato che si guarda nella sua vita interiore e si proietta in quella esteriore per cogliere alcuni fenomeno senza tempo come il corso di un fiume, una partita di calcio, un temporale, il suono delle campane. Quando ho cominciato a raccogliere le lettere di Pasolini (saranno pubblicate prossimamente da Einaudi) avevo supposto che alcune di queste difficoltà mi sarebbero state risparmiate, potendo contare su un piccolo tesoro di ricordi che avrebbero ricondotto quelle lettere nell’atmosfera intima, con date e personaggi memorabili, di una famiglia alla quale io appartengo.


Avevo undici anni quando Pasolini ha scritto le prime lettere oggi raccolte, e, come se il destino avesse già compiuto in me il suo disegno, me ne stavo perfettamente deliziato a osservarlo per delle ore mentre scriveva. Più tardi si sarebbe andati a fare il bagno al Tagliamento; si arrivava nelle sue arie profumate e al greto arroventato dopo una corsa in bicicletta di cinque chilometri. I profumi erano quelli delle resine dei cespugli, dei fiori delle acacie, dell’acqua e del vento che conservavano la freschezza delle montagne. Perché questi profumi oggi non ci siano più, non saprei dire, né come l’acqua sia scomparsa dal letto del fiume, trasformato in un monotono terreno vago.


L’anno seguente ero diventato proprietario di un piccolo allevamento di oche e anatre. Per mettere ordine tra questi uccelli famelici si lancia un richiamo: per le oche “viri, viri”, per le anatre “buti, buti”. Oche, anatre, i loro richiami e i bagni del Tagliamento sono descritti in alcune lettere e nelle prime poesie di Pasolini. Ecco cosa intendevo per piccolo tesoro di ricordi.


La nostra famiglia materna appartiene a un antico clan contadino del Friuli occidentale, i Colùs. Le diverse famiglie per distinguersi hanno i sopranomi: i Cheba, i Soccolari, i Brovat, i Grata, noi siamo i Batistòn. Anche molti fatti di questa famiglia sono finiti nelle lettere, nelle poesie e più recente in alcune immagini cinematografiche. L’orto di Casarsa, ad esempio, è stato ricomposto con tutta la sua fragranza in alcuni scenari del “Decameron” e del “Fiore delle mille e una notte”; e Laura Betti in “Teorema” è una serva contadina, ha raccolto dentro di sé le povere contadine friulane di un tempo, che se non verdeggiavano come Milarepa, avevano lo stesso sentimento sacro naturale.


Un grande epistolario si espande sul sentimento dell’amicizia e dell’altruismo, che è forse il solo sentimento che sa raccontare la vita. La maggior parte delle lettere di questa prima parte dell’epistolario di Pasolini che va dal 1940-1955 è indirizzata ad amici e amiche e l’averli conosciuti personalmente offre altro aiuto al curatore: i cari amici bolognesi, i giovani friulani, alcune donne intrepide che hanno consumato dentro di se stesse la passione amorosa che le aveva legate a Pier Paolo.


Si vorrebbe possedere una certezza in più per rispondere alla domanda a cosa servono gli epistolari, questo genere di scritti occasionali non pensati per la pubblicazione. Una possibilità di risposta, che credo si datti a questo epistolario e forse non ad altri, è contenuta nella lettura stessa delle lettere. I loro vari gruppi, aggregati a periodi diversi, formano delle sintesi biografiche che per la complessità dei toni e degli argomenti espressi nel momento del loro farsi, possiedono un valore autonomo e allo stesso tempo si ramificano inestricabilmente nell’opera di Pasolini. Creano queste lettere intersecati e simultanei la cui verità, capace di destare l’interesse del lettore, sta nel montaggio finale delle varie voci. Per ottenere questo montaggio di voci, di ambienti, di climi, di situazioni alcune espresse altre taciute ma intraviste, di echi che in qualche caso sono chiari più a che legge che a chi scrive, la raccolta doveva essere il più possibile completa, variata e senza privilegio di destinatari.


In questo epistolario ci sono almeno quattro grandi sintesi cronologiche. La prima, all’inizio degli anni Quaranta a Bologna. Gli amici con cui Pasolini corrisponde sono tutti giovanissimi poeti.


Con le lettere viaggiano anche le loro «opera omnia» in versi imbottendone le buste, con commenti e postille, lodi e richiami, tanto il loro lavoro cresce in comune. Nell’estate del ’41 le lettere che partono da Casarsa recano le prime poesie in friulano di Pasolini e chi già le conosce ha il piacere di coglierne la gemma appena fiorita.


La seconda fase di questa cronologia epistolare è il Friuli dal 1942 in poi, quando i Pasolini vanno a risiedervi stabilmente. Sovrasta questo periodo il mito del «mistero contadino». Il narcisismo del giovane poeta si concentra sugli incantesimi di un mondo primitivo e sulle sonorità antiche della lingua friulana. La chiesa cattolica è fisicamente la chiesa di Casarsa, che lo attrae con le sue funzioni serali, i crocefissi illuminati dalle candele, i giovani che cantano nel coro; l’incenso che si mescola a quel canto, è quando di mistico penetra nell’eros.


Nell’imminenza della caduta del fascismo, stampa un ciclostato da mandare «ai parroci e ai podestà» con un appello perché riuniscano i loro sforzi contro il fascismo morente, cominciando a rigenerare la loro Patria friulana.


La morte del fratello Guido nella guerra partigiana, la sua eccezionale conoscenza e esperienza del mondo contadino e le rivolte dei contadini più poveri, sono gli avvenimenti significativi che, accompagnati dalla lettura di Gramsci, lo avvicinano al marxismo formando la terza sequenza cronologica.


Come militante comunista Pasolini era un congegno estremamente fragile anche se efficiente e coraggioso e per quest l’organizzazione regionale del partito lo aveva subito assunto come intellettuale di punta. La sua vita privata goduta con estrema libertà, la sua vita culturale sempre pronta ad arrivare a un punto critico, erano accettate, strumentalizzate e sempre guardate con sospetto. Era però accaduto un fatto eccezionale: una piccola base popolare era già tutta dalla sua parte. Comporta di giovani contadini operai che con la concretezza delle loro esistenze, coi loro volti segnati ma limpidi, con la miserie delle loro case e l’umiltà dei loro divertimenti, mantenevano vivo assieme a lui il sogno della «meglio gioventù».


L’ultima fase dell’epistolario è la più nota: lo scandalo di Casarsa, la fuga a Roma. I suoi avversari politici non avevano perduto tempo a raccogliere ogni sospetto per poter agire contro di lui con avvertimenti ricattatori. Lo scandalo (una denuncia per corruzione di minorenni da cui uscirà assolto dopo varie vicissitudini), nato per proprio conto, venne sbandierato assieme alla sua rovina politica. Il PCI lo espulse con una pubblica condanna, senza voler capire che quel delicato congegno aveva ordinato il proprio impegno politico sulle libertà delle sue esperienze esistenziali e che l’impegno era la conseguenza di quella libertà. Fu un’offesa rapidamente introiettata senza strascini apparenti.


Più tardi, la scoperta delle borgate sottoproletarie romane sarà, per così dire, la sua poetica vendetta contro lo schematismo comunista e allo stesso tempo una nuova chiara esperienza di se stesso: «con quell’amore dell’umile, e vorrei dire competenza in umiltà» che gli riconosce Contini e che mi sembra veder apparire anche in queste due lettere indirizzate al poeta Carlo Betocchi il 26 ottobre e il 17 novembre 1954, nell’imminenza della pubblicazioni di “Ragazzi di vita” e “Le ceneri di Gramsci”:


«Spero non mi abbiate preso per un cripto-comunista…O per un marxista, comunque (magari lo fossi!). La mia posizione è di chi vive un dramma. Sento in me svuotate le ragioni borghesi, e ridotto a puro irrazionale e amore cristiano. Questa è una constatazione, non una tesi. D’altra parte nulla sostituisce quegli schemi: non c’è altro, chiamiamolo rozzamente così, ideale su cui far leva per la purezza della mia vita interiore. Perciò guardo con curiosità e trepidazione all’ideale marxista. E questa è un’altra constatazione. Non so, non voglio, non posso scegliere. Ma, non scegliendo non vivo interamente: mi lascio andare a un puro e semplice amore sensuale per il mondo, a una pietà vagamente cristiana. D’altra parte come non accorgersi che il mondo borghese (e io vi appartengo per nascita, educazione, fino alle più profonde radici) è al di là del suo limite storico, vivente di pura instituzionalità, non più di storia? Veda la corruzione, l’ipocrisia, la convenzionalità, l’inerzia, la crudeltà, l’egoismo che ci regnano intorno, in questa provincia italiana del mondo borghese... Veda come i valori cristiani, siano fissati in una «Chiesa», a cui lei crede, ma a proposito di cui non può essere così cieco da non condannare, non dico, no, i parroci lisiani, ma i capi vaticani – e da non sentirne l’orrendo sapore reazionario che ne pervade tutto il corpo dall’altro San Pietro alle più umili pievi appenniniche... Credo che tanto lei e Luzi siamo «per il popolo»: è vero? Ora io vedo che dal popolo moderno è nato un partito, e con questo un’ideologia, e quindi, in potenza: una cultura. Una cultura, in quanto tale, ripristina necessariamente il concetto di realtà. È stato veramente chiaro lei con se stesso quando nella sua lettera ha scritto: «Non credo che la cultura marxista interpreti pienamente la realtà, e si sa che ciò dipende dal fatto che bisogna prima intendersi su cosa sia la realtà»?

Non è stato chiaro, poiché è ovvio che, se lei stabilisce prima che una cosa sia la realtà, compie un’operazione culturale: in un ambito culturale che è quello prima del marxismo, cioè quello borghese e cattolico: e quindi la sua istanza è un puro «flatus vocis», in quanto alla domanda «Che cos’è la realtà?» la sua cultura borghese e cristiana ha già pronta la risposta. E su tale base l’eventuale interpretazione marxista non può essere che rifiutata. Ora io invidio lei e quelli della sua generazione che hanno già pronta quella risposta: e invidio coloro che credono nella risposta ancora potenziale della filosofia della società marxista. Io mi trovo nel vuoto, né qua (benché ancora qua per la violenza della memoria, per la coazione dell’infanzia e di una educazione) né là (benché già nell’aspirazione, nella simpatia per una vita che si rinnovi, e proponga una fede se non altro nel suo essere in atto). Tutto ciò è scandaloso: prima perché implica un tradimento della mia classe e quindi di molti di coloro (come lei) che sono gli unici con cui ho un dialogo d’amore; secondo, perché è senza soluzione, perché manca del coraggio di una definitiva e virile scelta per l’altra classe e il suo partito. Ma sempre una posizione sincera è scandalosa, questo è uno dei concetti assoluti del marxismo, non è vero? Io non manco di coraggio, sento solo che un questo momento una scelta sarebbe un atto disperato: un atto irrazionale, richiedente una forma di misticismo, se decidessi per il «là», un atto rinunciatario, pericolosamente viziato, se mi assestassi definitivamente – a godere estasi cattoliche e squisitezze borghesi – di «qua».»


«Non c’è niente in cui creda di più che in quello che lei scrive nella sua lettera: la libertà dell’io in direzione basso-alto, ch’è una direzione metastorica. Ed è questo che mi fa non essere comunista. Ma questo in fondo riguarda me stesso, la mia salvezza personale: si ricorda, per caso, quello che scrivevo nel mio poemetto su Picasso? (Se una società è designata a perdersi è fatale ch’essa si perda: una persona mai)... Ora, bisognava che ci intendessimo (è sempre così) sui termini: io per «cultura» intendevo la storia nel suo manifestarsi attuale: quindi qualsiasi atto – in fondo anche il più meramente pratico – è un atto culturale. Operata questa identificazione cultura-storia è chiaro che è su questo piano che vivono i nostri simili – il prossimo – e che è su questo piano che noi dobbiamo esternare e far conoscere l’amore metastorico di Cristo. Badi che Cristo, facendosi uomo, ha accettato la storia: non la storia archeologica, ma la storia che si evolve e perciò vive; Cristo non sarebbe universale se non fosse diverso per ogni diversa fase storica. Per me, in questo momento le parole di Cristo: «Ama il prossimo tuo come te stesso» significano: «Fa delle riforme di struttura». Ê più importante l’anima degli altri che la nostra. Ed è per ciò che io sono convinto che esista il dramma di una scelta: si tratta di scegliere qual ‘è la via perché la società si faccia più civile e economicamente meglio organizzata: è il primo passo, ma è essenziale. Credo che non ci sia modo migliore per spendere quel soldino d’amore che possediamo...»


Nico Naldini. Lettere che sipegano Pasolini in Il Corriere della Sera 7 ottobre 1986, p.3.
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