P.P.. PASOLINI, Lettera dalla Cappadocia, pubblicata per la prima volta nella rubrica Il Caos, su «Tempo», n. 25, 21 giugno 1969.
- 1 giu 2022
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Pier Paolo Pasolini a Göreme (Cappadocia), durante le riprese del film "Medea", giugno 1969 © Mario Tursi/Tutti i diritti riservati
Caro lettore, sono molto lontano dall’Italia (a Nevsheir, una città della Cappadocia, nel centro dell’Anatolia); già da alcuni giorni non vedo un giornale italiano, non so cosa fanno i politici al governo e all’opposizione; non so chi ha vinto il Giro d’Italia; non so quali siano gli ultimi colpi di scena del «caso Lavorini» ecc. Se dicessi queste cose a casa mia, mi si accuserebbe di essere una persona «fuori dal mondo» invece sono semplicemente «fuori dall’Italia». Degli interessi che là mi parevano vivi e sinceri sono di colpo caduti: si è fatto il vuoto là dove prima c’era… il caos. Si tratta certamente di un momento di disorientamento e di eccesso di distrazione, ma mi sembra di essere strappato del tutto dal mio terreno, di aver perso le radici: con la conseguente piacevole sensazione di galleggiare (nel mondo).
L’Italia è dunque un gran vuoto: coi suoi problemi seri ma vuoti. Un mucchio di cenere, per chi vede altri fuochi. Potrei benissimo non tornare mai più: non mi stupirebbe e non mi addolorerebbe. Mi lascerebbe indifferente, perché – penserei – l’Italia non c’è. O, se c’è, è irrilevante e irrisoria. Proprio in questi giorni anche in Turchia si è avuta la festa della Repubblica, e in tutte le città imbandierate sono sfilati reparti dell’esercito, si son pronunciati discorsi di amore e fedeltà alla Nazione ecc. Tutta questa «realtà» turca ha il potere di mettere in forse l’analoga «realtà» italiana. Se la Nazione è questa, essa è una totalità che non può lasciar posto ad altre totalità: il «sentimento della nazione» non può per sua natura essere oggettivo: esso è esclusivo. Tutto ciò che è al di fuori di esso è un puro e semplice «altrove» irreale. Io, rispetto all’Italia, mi trovo in questo «altrove». Ci si sta benissimo. Non faccio dell’antinazionalismo. Sto raccontando o meglio descrivendo un sogno.
Dovevo avere un elicottero, per le riprese del mio film. Me l’avrebbe dovuto procurare l’esercito. La Turchia è una Repubblica laica fondata sull’esercito. Ma alcuni giorni fa stava per passare al Senato una Legge, già passata al Parlamento, per cui si sarebbero restituiti i diritti civili a determinati condannati politici. Ma l’esercito ha minacciato rappresaglie nel caso che tale Legge fosse passata: si è avuta cosi una crisi, risolta, poi, rimandando la votazione sulla Legge a dopo le elezioni, che non sono lontane. La tensione politica tuttavia continua. Passi per l’elicottero: otterrò, male, lo stesso effetto con lo zoom, dalla cima di qualche torrione – scalata più, scalata meno… -. Ciò che è curioso in questa faccenda dell’esercito, è che pare che a impuntarsi e a minacciare non siano state le altissime gerarchie, ma le medie, cioè a dire i colonnelli.
Saltando dal nazionalismo turco a quello italiano, anche in Italia, prima che io partissi, si parlava molto di colpo di Stato militare. È vero che da noi si parlava di «generali»: ma forse era la forza dell’abitudine. In realtà, mi sembra che siano le gerarchie medie degli eserciti a essere inquiete. La violenza è sempre segno di debolezza o di incertezza. Vuol dire che in Turchia, in Italia, in Argentina, in Grecia ecc. i colonnelli si sentono deboli e incerti (almeno, o in parte, inconsciamente), e perciò tendono alla violenza. In genere si è deboli e incerti quando si è perduto qualcosa: di materiale, ma anche di non materiale. La perdita disorienta.
Un mondo in distruzione
A Nevsheir il meccanismo dei miei pensieri, nel mio «rapporto con la realtà» – anche quella priva della fortuna di essere turca – è lo stesso di sempre. Non ho bisogno dell’Italia per pensare.
Non sto facendo del vecchio anti-nazionalismo, ripeto. L’antinazionalismo prevedeva una nazione, per negarla. A me in realtà interessa relativamente negare l’Italia (è un interesse sopravvissuto o, meglio, ritardato). Infatti, ora che l’Italia (come in sogno) mi è fisicamente negata, i problemi che mi occupano sono gli stessi: è un puro caso che, nella fattispecie, siano una variante turca dei problemi italiani. Essi sono i problemi del mondo moderno, che, per esempio, sta sostituendo il mondo precedente distruggendolo. Vedere distruggere i vecchi villaggi cavernicoli della Cappadocia e veder distruggere i Sassi di Matera mi dà lo stesso dolore.
P.P.. PASOLINI, Lettera dalla Cappadocia, pubblicata per la prima volta nella rubrica Il Caos, su «Tempo», n. 25, 21 giugno 1969, ora SPS, pp.1219-1222.


