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Lettera aperta di Alfredo Bini a Pier Paolo Pasolini


Capitolo primo: I primi passi del regista Pasolini


Pasolini e Alfredo Bini en el aeropuerto de Fiumicino (Roma) © Archivio Luce Cinecittà

Cristo, Pier Paolo, ti hanno ammazzato, hai visto? In fondo ero preparato... Ero preparato... Però quando poi succede... Dal '59 al '66. Sette anni per dieci e anche venti ore al giorno: sopralluoghi, discussioni, riprese, doppiaggi; festival, cene, pranzi... Beh, lo sai che a ogni fine di giornata mi dicevo: "Mah, chissà se domani mattina questo qui torna o si fa spaccare la testa da qualche parte?" Ti ricordi che rottura venirti dietro la notte con Boschi, i Citti, quando dovevi cominciare a lavorare alle cinque di mattina. E dire che lavoravi sul serio: un motorino sempre al massimo di giri. Come ce la facevi non si capisce!

Io, che eri morto, l'ho saputo nel primo pomeriggio di domenica, in macchina, sull'autostrada di Milano. Accendo per sentire il giornale radio: prendo una frase a metà: "ammazzato lo scrittore Pier Paolo Pasolini...". Sembrava uno scherzo, sai, magari una di quelle trasmissioni che sfottono... Ho aspettato mezz'ora. Ho cambiato canale per sentire il notiziario dall'altra parte: era proprio vero. Mi sono fermato. Sono uscito a un casello prima di Bologna. Ho pensato: "Torno indietro". Ho pagato, ho fatto il giro e sono rientrato. Mi sono fermato a fare il pieno. Ma che vado a fare ormai? Ma che vado a dire? Mi metto in posa vicino alla madre e dichiaro che io ho perso un amico, ma la cultura italiana ha perso un valore insostituibile, o roba del genere. Sai cosa ve ne fate, tu e tua madre, di una frase come questa in più! No, non ci vado. Mando subito un telegramma alla madre e alla cugina. Dico dove mi possono trovare, se posso essere utile a qualche cosa. Tanto loro mi conoscono e lo sanno che non lo dico così tanto per dire.

Faccio il giro e rientro sulla corsia per Milano.

Mi viene in mente tutto. Certo che è un bel fenomeno: uno crede di esserci dimenticato qualcosa in tanti anni, e invece no, ci si ricorda tutto e tutto insieme, tutto infilato per bene nel tempo e tutto contemporaneamente.

Certo che ne abbiamo fatte di cose. A raccontare poi sembra uno che debba aver vissuto duecento anni, per farcele stare tutte. Eppure mi sono ripassate in mente in pochi minuti. Poi a Milano ho cominciato a comprare i giornali e i settimanali man mano che uscivano. Mi ha dato un po' di fastidio come tutto era impreciso, ammonticchiato, o interpretato a cavolo o peggio strumentalizzato per tutti gli usi. Non che ora questo sia importante, però mi davano fastidio anche le piccole cose.

Per esempio, l'amico Kezich dice: "Mi ricordo che nel 1960 ho visto il provino per "Accattone", insieme a Fellini e Frascassi per la Rizzoli. Io per fortuna, non sono stato esplicitamente negativo, però certo...", e lo ricorda onestamente, "Quelle immagini così traballanti, quel raccontare così incerto, non incoraggiavano davvero a dare un parere positivo". Punto. Poi però, siccome il film è stato fatto, sembra che questi signori siano stati loro a fartelo fare. Eh no! Doveva continuare a dire: "... E così fu deciso" (pensa poi se Frascassi poteva mai prendersi la responsabilità di dire di fare qualcosa!), "Fu deciso di non fare il film; si stracciarono i contratti e Pasolini fu mandato via".

Tu eri proprio disperato. E sai chi è stato a dirmelo? Bolognini! Non mi pare di avertelo mai detto. "Guarda che Pasolini sta andando su e giù par la salita di san sebastianello, è disperato, secondo me si butta dalle scale".

Non ci eravamo più visti dalla sceneggiatura del "Bell'Antonio". Ti ho chiamato e abbiamo visionato insieme il materiale che avevi girato. Era proprio brutto, diciamo la verità. Una cosa scombinata, girata da un dilettante domenicale. Però si capiva che tu avevi qualcosa da dire, e che volevi dirla sinceramente.

Non sapevi usare la macchina da presa come avresti voluto, ma avresti imparato presto. Bastava metterti vicino le persone giuste, avere un po' di pazienza, lasciarti fare le cose buone e impedirti di fare quelle inutili. Ti ricordi la carrellata su Accattone dietro alla moglie che non voleva parlare? 'Sta carrellata che tu volevi fare di 120 metri: non si sapeva come fare e poi abbiamo risolto sgonfiando le ruote a quel cassone americano, piano piano; c'è voluta pazienza, ma tutto è andato bene.

E i tuoi scoramenti dopo la visione dei primi montaggi? Sempre lunghi come quaresime! Il primo montaggio di "Accattone", il primo montaggio di "Mamma Roma", il primo del "Vangelo". Eri sempre drammatico. Nottate di dubbi. Cosa rifacciamo, cosa tagliamo, cosa raddoppiamo. E poi in pochi giorni, andava tutto a posto. C'è voluta fatica e pazienza, ma i film venivano fuori.


Sergio Citti, Ettore Garofalo, Luisa Orioli, Franco Citti, Pier Paolo Pasolini, Anna Magnani e Alfredo Bin. "Mamma Roma" Venezia, 1962 © Getty

Ora mi diverto molto meno a fare i film. Tutta roba stereotipata, inscatolata, deodorata: insomma, pretenziosi cadaverini presuntuosamente incartati in coraggiosissimi conformismi. Morti, insomma. Morti molto di più e molto prima di te.

Senti, mettiamoli un po' in fila i film che abbiamo fatto: "Accattone", "Mamma Roma", "Comizi d'amore", "La ricotta", "Il Vangelo secondo Matteo", "Uccellacci e uccellini", "Edipo re".

"Comizi d'amore", il film "civetta". Facevamo finta di fare un film facendo le interviste. In giro per l'Italia, sui problemi sessuali e invece, con questa scusa, abbiamo fatto tutti i sopralluoghi, ti ricordi? (Matera, Crotone, tutta la calabria, le Puglie), per trovare posti dove girare "Il Vangelo".

Due anni d'insistenza e di polemiche per poter cominciare a girare "il vangelo". Banche, ministerio, distribuitori mi dicevano che ero matto di voler fare un film commerciale tratto dal Vangelo, e per di più diretto da Pasolini, appena condannato a quattro mesi per vilipendio alla religione. Ora tutti dicono che sei religioso. Strano. Quando hai fatto "La ricotta" e "Il Vangelo" non se n'era accorto nessuno. Nemmeno quando organizzai la proiezione del film per i padri conciliari: avevo ottenuto il permesso per avere l'Auditorium di via della Conciliazione, ma la mattina alle 10 tutti quei cardinali, bianchi, gialli, neri, con i loro berrettini e i mantelli rossi si accalcavano davanti alla porta sbarrata su cui c'era scritto "Lavori in corso". Una bella idea dettata dalla paura notturna.

Ma la proiezione l'abbiamo fatta lo stesso. Mille cardinali portati con trenta taxi che facevano la spola tra San Pietro e Piazza Cavour, al cinema Ariston. Venti minuti esatti di applausi hanno fatto, quando è apparsa la dedica a Giovanni XXIII. A Parigi, la proiezione dentro la cattedrale di Notre-Dame, è andata ancora meglio: niente lavori improvvisi.

A proposito di religiosità, voglio ritrovare le lettere che tu hai scritto a don Giovanni Rossi, a me e a i gesuiti, prima dei sopralluoghi in Palestina. Lì tutto è chiaro, così dovranno smettere di fare interpretazioni di comodo.

E ora il ministro Sarti che compunto e prudente ti commemora alla TV, con Moravia, Volponi e gli altri. Meglio che niente, no? A proposito di quelle trasmissioni, si vedeva che Moravia e Volponi ti erano amici; erano confusi, imbarazzati, si torcevano le mani. Loro, sempre precisi e logici. Etano veramente addolorati e si sentivano impotenti.

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