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Pasolini. Lettera aperta al presidente della repubblica, settembre 1975.


Pier Paolo Pasolini 1975 © Centro Apice, Milano.Fondo fotografico del quotidiano La Notte /Tutti i diritti riservati


Signor presidente, ho letto con molta emozione il resoconto sia pur frammentario e divagante delle sue conversazioni di Ferragosto. Lei vi si esprimeva con l'ansia e il senso d'impotenza di un qualsiasi cittadino italiano, la cui visione delle cose non può essere che parziale. Ciò dava nobiltà "democratica" alle sue parole. La rendeva "uno di noi". Ed è questa la ragione per cui le scrivo questa lettera.


"Non posso esistere paesi di serie A e paesi di serie B", lei dice. È vero, non possono, anzi, non dovrebbero esistere. L'Italia è ben peggio che un paese di serie B. L'espressione calcistica non è che un eufemismo. L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: "contaminazioni" tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano immagini della frenesia più insolente, ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato de "raptus": era difficile non considerarli spregevoli o comunque consapevolmente incoscienti.


Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) del modo di produzione, ha distrutto tutti i loro precedenti lavori "particolari" e "reali", cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del "benessere" hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano "nuova", e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua.


Il secondo punto riguarda la Sua frase "occorre delineare una immagine del nostro avvenire, perché su di essa si attesti la fiducia del nostro Paese".


Lei crede che la Democrazia Cristiana sia in grado, politicamente di fare una simile previsione, al di fuori del puro pragmatismo (cattolico e quindi cinico) a cui si è finora unicamente affidata? Lo crede veramente?


Ed eccoci al terzo punto. Lei fa dell'Italia, sia pur eufemisticamente (miracolo del linguaggio dei politici!) un quadro apocalittico: nulla secondo le sue parole, vi funziona, non solo praticamente, ma nemmeno, come dire, spiritualmente.


Andranno dunque ragionevolmente ricercate le cause di quell'effetto che è la disperata e degradante situazione del nostro Paese, che Lei così giustamente descrive e lamenta.


Quali sono tale cause?


C'è una prima causa che in realtà riassume tutte le altre cause possibili: ed è l'assoluta, totale mancanza di ogni ideologia che non sta di carattere morale, spirituale, religioso - e cioè verbale - del Suo partito, la Democrazia Cristiana.


Provo una grande pena (sorella del disprezzo) quando qualche uomo politico democristiano (magari, perché no? rispettabile: l'ultimo è stato Zaccagnini), tenta di fare come Anteo che recuperava le forze cadendo sulla terra, e cioè si rifà alla tradizione ideologica (?) democristiana, rispolverando con venerazione De Gasperi. Ma De Gasperi politicamente non era nessuno.


Priva di ogni ombra di pensiero politico, la Democrazia Cristian ha governato secondo i modelli pragmatici - e quindi ovviamente mimetici, generici e inerti - del capitalismo occidentale: mescolando diabolicamente tali modelli con quelli spirituali della Chiesa. E ciò per i primi venti anni del Regime.


Negli ultimi dieci anni, il "nuovo modo di produzione" ha distrutto nel Pese intorno alla Democrazia Cristiana il quadro antropologico clerico-fascista, creandone uno (falsamente) laico e (falsamente) tollerante.


Priva di ogni ombra di pensiero politico, la democrazia Cristiana non se è nemmeno accorta, e ha continuato a governare come se il modo di produzione fosse ancora quello dei tempi di Giolitti o Mussolini. È ciò che ha provocato l'attuale disastro.


I beni superflui possono essere permessi, e consessi, assumendo a contesto, diciamo spirituale, l'Edone, il Piacere, colo a patto che siano assicurati i beni necessari: case, scuole, ospedali, e tutti gli altri servizi pubblici (cose, queste,che altri Paesi de serie A hanno previsto durante la prima rivoluzione industriale, in modo preparati, alla seconda, assai più "millenaristicamente", importante).


Ma la Democrazia Cristiana non è un segno astratto, non è il destino.


Più di ogni altro partito - appunto causa del suo mero pragmatismo o, se si vuole, anche del suo mero moralismo - la Democrazia Cristiana "è" i suoi uomini.


Se chi governa, governa bene, è giusto che sua rimeritato con quelle gioie (e io giungerei al punto di dire che se chi governa, governa bene, con pazienza se si concede anche qualche piccola gioia materiale, cioè si ruba). Ma se chi governa, governa male, egli deve saper affrontare o accettar di affrontare le responsabilità che si è assunto.


Se poi il suo governare male giunge al limite del reato - come è accaduto con Nixon, e, a un livello brado a Papadopoulos - mi sembra giusto che una vera democrazia debba giungere alle estreme conseguenze sia pur formali, cioè al processo. Concetto questo, che ho già ripetuto più volte "Il Mondo" del 28.8.1975 e il "Corriere della sera" del 24.8.1975.


Signor Presidente, dalle sue conversazioni di Ferragosto, risulta estremamente chiaro che, sul piano dei fatti (e Lei stesso pare di alluderlo) l'Italia del 1975 e molto simile all'Italia del 1945. è distrutta, e quindi va riscotruita. Poiché in politica non ci sono effetti senza cause, i colpevoli di allora sono andati incontro tragicamente alla loro sorte; hanno pagato tragicamente la loro responsabilità. E, come dice Panagulis, commentando il processo di Atene, ciò è accaduto al momento giusto, guai se fosse accaduto più tardi. Ora io non chiedo tragedie, e non mi importano le punizioni. Ma mi sembra che non si possa delineare una coscienza politica dell'immagine del nostro avvenire se non si consolida una coscienza politica, scandalosa e fuori da ogni conformismo, di ciò che è stato il recente passato. È solo attraverso il processo dei responsabili che l'Italia può fare il processo a se stessa, e riconoscersi.


Pasolini. Lettera aperta al presidente della repubblica su Il Corriere della sera. Informazione, attualità. Giovedì 4 settembre 1975, p.3.
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