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Pasolini non vuole firmare "La rabbia". Un intervista di Andrea Barbato su «Il Giorno», 1963.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 21 ore fa
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Pasolini durante il montaggio del film La rabbia, 1963 © Mario Dondero/Archivio Dondero/Tutti i diritti riservati
Pasolini durante il montaggio del film La rabbia, 1963 © Mario Dondero/Archivio Dondero/Tutti i diritti riservati

«Ho già dato incarico al mio avvocato», dice Pier Paolo Pasolini, «di ritirare la mia firma dal film. Non so se riusciremo, e non so neppure quale utilità potrà avere questo gesto. Ma qualcosa devo fare, per protestare».


Il film di cui parliamo è quel documentario di repertorio a due voci, La rabbia, di cui si è scritto molto nei mesi scorsi per l’originalità della sua formula: gli avvenimenti di questi anni, l’angoscia del nostro tempo, visti per metà da un autore di destra e per metà da un autore di sinistra. Il film, come è noto, è stato concepito in questo modo dopo che Pasolini aveva completato il montaggio di un intero lungometraggio. Spaventato all’idea che non superasse la censura, il produttore propose di «equilibrare» il lavoro del poeta con quello di un autore di idee opposte.


«Avemmo molti dubbi sul nome da scegliere», dice oggi Pasolini, «perché scrittori veramente di destra non ce ne sono. Pensammo a un giornalista come Montanelli o Barzini, a un anticomunista come Fabbri o Vigorelli. Ma nessuno di questi andava bene. Quando uscì il nome di Guareschi, io recalcitrai. Non avevo letto nulla di lui, se non certe vignette antifasciste sul Bertoldo d’anteguerra. Poi mi convinsero che poteva fare al caso nostro, e io mi rassegnai, anche perché non potevo fare altro».


Così Guareschi si mise al lavoro, con l’impegno di non vedere la metà già completata da Pasolini. I due lavorarono per settimane senza incontrarsi e il film, finito, uscirà domani in quasi tutta Italia.


P.P. PASOLINI, Pasolini non vuole  firmare  «La rabbia», intervista di A. BARBATO, su «Il Giorno», 13 aprile, 1963.

Il fatto nuovo è che oggi Pasolini ha visto il lavoro di Guareschi. Ne è uscito sconvolto e indignato.


«Non è», dice, «un film solo qualunquista, o conservatore, o reazionario. È peggio. C’è l’odio contro gli americani, e il processo di Norimberga viene definito “una vendetta”. Si parla di John Kennedy mostrando solo sua moglie, come se lui non esistesse. C’è odio contro i neri, e manca solo che si dica che bisogna metterli tutti al muro. C’è una ragazza bianca che dà un fiore a un nero e subito dopo lo speaker la copre d’insulti per questo. Si dice che, siccome gli italiani sono stati costretti ad abbandonare le colonie, si è rotto l’equilibrio in Africa. C’è un inno ai “paras” esaltati come truppe magnifiche. C’è un anticomunismo che non è neppure missino, è da anni Trenta. C’è tutto: il razzismo, il pericolo giallo e il tipico procedimento degli oratori fascisti, l’accumulo di dati di fatto indimostrabili».


Pasolini ha passato molte ore a cercare di convincere il produttore a collocare la sua metà almeno al secondo posto, affinché non sembri che sia Guareschi a trarre le conclusioni. Ma pare che ciò sia impossibile per ragioni tecniche e perché, in caso contrario, la censura dovrebbe rivedere il film.


«Il produttore», dice Pasolini, «non crede che si tratti semplicemente di due film diversi giustapposti meccanicamente. In realtà la questione è più sottile: si tratta di credere di avere un interlocutore con cui fosse possibile almeno il dissenso, e non qualcuno che si colloca addirittura in una fase prelogica. Almeno formalmente, e cioè ritirando la firma, voglio cercare di non contribuire al successo eventuale di un film realizzato anche da Guareschi. Non voglio collaborare neppure come antagonista alla diffusione di queste idee mostruose tra i giovani, che sono indifesi di fronte a una simile demagogia».


P.P. PASOLINI, Pasolini non vuole firmare «La rabbia», intervista di A. BARBATO, su «Il Giorno», 13 aprile, 1963.

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