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Pasolini parla di politica, letteratura, teatro, società. Tutto ciò in una lunga intervista del 1968

Aggiornato il: 27 dic 2019

Pasolini e il suo rapporto con il mondo


Pier Paolo Pasolini durante la conferenza stampa per Teorema a Parigi. 3 febbraio 1968 © Wirephoto/Tutti i diritti riservati

Domanda - Perché protesta sempre, signor Pasolini?

Risposta - Protestare è una funzione dei letterati.


D - Allora protesterebbe anche se non ci fosse nulla da protestare?

R - La genesi di uno scrittore è codificata da leggi biologiche. Da bambini gli scrittori si assomigliano tra di loro, come i pazzi. Hanno in comune il senso della esclusione dal mondo.


D - Lei si sente escluso dal mondo?

R - No, io sto benissimo nel mondo, lo trovo meraviglioso, mi sento attrezzato alla vita, come un gatto.


D - Allora, perché protesta?

R - È la società borghese che non mi piace. È la degenerazione della vira del mondo. Hitler è stato il tipico prodotto della piccola borghesia.


D - E Stalin?

R - Anche Stalin è un prodotto piccolo borghese.


D - E Attila?

R - Attila era una forza scatenata della natura. La sua atrocità non si ammantava di giustizia, di ordine.


D - Che cosa pensa del Che Guevara?

R - Assomiglia troppo a Hemingway per i miei gusti.


D - Che cosa non le piace di Hemingway?

R - Il borghese che scambia la sua inquietudine, per quanto nobile, per una palingenesi, il suo moralismo piccolo borghese per moralità rivoluzionaria. Questa è anche ciò che mi offende in Che Guevara, il suo atteggiamento arbitrario e precostituito rispetto alla rivoluzione.


D - L'ha conosciuto?

R - No, ho letto quello che scrivono di lui i giornali. Ma sento che è così.


D - Come vorrebbe che fosse il mondo per piacerle?

R - Il mondo mi piace così com'è, una volta avrei detto che mi piacerebbe una società socialista. Ma ora sono deluso.


D - C'è un uomo, una società al mondo che la soddisfi?

R - Indicherei Fidel Castro e Cuba.


D - Conosce bene Fidel Castro e Cuba?

R - No.


D - Perché non va a conoscerli?

R - Non ho tempo, devo lavorare.


D - Le sue opinioni politiche, data la sua celebrità, hanno una vasta risonanza. Non si sente responsabile dell'effetto che possono avere?

R - Ignoro di essere una persona di rappresentanza e mi voglio riservare il diritto di sbagliare. Se andassi in Cuba e mi accorgessi di avere sbagliato, lo direi.


D - Crede in una morale?

R - Io sono per la morale contro il moralismo borghese. Qual è la differenza? Glie la spiego: il moralista dice no agli altri, l'uomo morale lo dice solo a se stesso.


D - Le dice no a se stesso? Quando?

R - Sono domande da salotto.


D - Preferisce allora parlare delle vacanze? Allora dove andrà in vacanza?

R - Non vado in vacanza. Non ci vado mai.


D - È un no che dice a se stesso?

R - Non ho tempo per le vacanze. Ho molto da lavorare. Il lavoro è una ossessione, non riesco a strapparmici.


D - Forse è un'evasione?

R - Diciamo piuttosto una droga?


D - Perché si droga?

R - Glie l'ho detto. Il mio rapporto con la società storica in cui mi trovo è un rapporto infelice.


D - Ma lei ha detto che al mondo si trova bene.

R - Ho un rapporto meraviglioso col mondo: la natura, l'amore, le persone concrete. Anche con i piccoli borghesi. I miei migliori amici e i più solido sono nella borghesia.


D - Non è in contraddizione?

R - La borghesia, anche nei momenti più orrendi, ha dato cose stupende. Devo riconoscere che anche ai giorni nostro l'umanità fa bellissimi quadri, romanzi, film, grandi progressi nel sapere. È l'ideologia del consumismo che io nego. Quello che la società contemporanea dà ancora di buono e di bello, viene dalle sue radici umanistiche da un mondo antico, povero e religioso. Ma la società consumistica è irreligiosa, e quindi arida.


D - Lei non è ateo?

R - Sì, io sono ateo. Ma i miei rapporti con le cose sono pieni di mistero e di sacro. Per me niente è naturale, nemmeno la natura.


D - Le sue risposte mi sembrano piuttosto astratte.

R - Come le sue domande.


D - Parliamo di lei. È un timido?

R - Sì. Io sono un timido. Anzi, per meglio dire, un ingenuo. Ma nessuno mi crede. È doloroso vivere nel fraintendimento. Per anni hanno creduto che io abbia rapinato un benzinaio puntandogli la pistola. È angoscioso vivere così. Adesso mi accusano di avere scritto una poesia contro gli studenti. La scrissi in un momento d'impulso per una rivista che pochi leggono. Acconsentii poi a che un settimanale ne pubblicasse qualche brano in occasione di un dibattito con dei giovani. Invece l'hanno pubblicata per intero. Quando l'ho vista sul settimanale, ero già pentito di averla scritta. Io sono dalla parte dei giovani, anche se non approvo il loro mettersi a sinistra del comunismo. È un atteggiamento velleitario. Nei paesi dove esistono forti partiti marxisti, non si può prescindere da essi senza rischio di estremismo che finiscono con l'essere autolesivi, come purtroppo è accaduto in Francia.


D - Perché ha presentato il suo Teorema al Premio Strega, se poi l'ha ritirato? Si dice che l'abbia ritirato perché aveva ottenuto pochi voti, Cosa risponde?

R - Non esiste scrittore che non presenti la sua opera a qualche premio, per farla conoscere, per vincere, per guadagno. Le cose gravi le ho sapute dopo. Qual che avviene al Premio Strega non è più una piccola lotta elettorale, come una volta. È un gioco in grande, che diventa pericoloso.


D - Lei ha scritto una sceneggiatura per un film, poi ne ha fatto un'opera di narrativa per il Premio strega. Corre voce che l'abbia anche ridotta in opera teatrale per concorrere a un altro premio, il Pirandello. Non le sembra uno sfruttamento intensivo di una idea?

R - Io sono un letterato e la mia sceneggiatura è già opere di narrativa. Non è vero che concorra al Premio Pirandello.


D - Crede sia bene abolire d'ora in poi tutti premi?

R - No, i premi sono necessari per far conoscere le opere al pubblico. Con Moravia ne abbiamo fondato uno in un piccolo paese che si chiama Zafferano. Ciò che è urgente, è far sì che i premi sfuggano all'industria culturale.


D - Moravia, Pasolini, sempre gli stessi. Non è anche questa una forma di monopolio culturale? Come mai in vent'anni nessuno ha preso il vostro posto? Non nascono più scrittori degni di sostituirvi?

R - Se fosse vivo Ludovico Ariosto, si sentirebbe di escluderlo dalle giurie? Una certa forma di potere dovuta al prestigio di uno scrittore, è naturale. Del resto, Moravia sta dimostrando di non essere un sorpassato, di avere ancora molte cose da dire. Se altri non lo sostituiscono al vertice, è perché la società italiana è morta. Una piccola società analfabeta produce una letteratura mediocre. Del resto, i giovani non sono interessati alla letteratura come dimostra il movimento studentesco. Io ho cominciato a scrivere all'età di sette anni. I ragazzi di oggi sono attratti da altre vocazioni, politiche, tecniche... Con questo non voglio dire che siano meno valide.


D - C'è una domanda che le piacerebbe io le avessi posto?

R - Mi piacerebbe che ci si occupasse delle cose serie che io faccio. Ho pubblicato un manifesto sul teatro in Nuovi Argomenti, che mi sembra cosa nuova e importante, ma è caduto nel vuoto.


D - Forse ci si attende la lei, invece di un nuovo manifesto, un nuovo teatro.

R - Ho sei drammi pronti, sei tragedie in versi, Sembra che lo Stabile di Torino stia per darmi la possibilità di rappresentarne una. Ma adesso ho da fare, sto montando teorema. Addio, signora Bergagna. Mi faccia legger l'intervista prima di pubblicarla.


D - Addio, signor Pasolini. Mi faccia vedere il suo film prima che sia rappresentato.


Un testo di Laura Bergagna. "Intervista sincera con Pasolini sul mondo, l'arte, il marxismo" 12.07.1968 © La Stampa
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