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Pasolini ricomincia, un'intervista del 1975


Pier Paolo Pasolini immortalato da Gideon Bachmann (1975) © Bachmann-Cinemazero /Riproduzione riservata

Pier Paolo Pasolini ha appena rivisto il suo primo film, Accattone, in una sala torinese stipata di gente. Spiega che l'effetto è stato, per lui, traumatizzante, come davanti a un film dimezzato. In Accattone, che è del 1961, risulta oggi appannato lo stile comico a vantaggio di quello tragico: perche il dialetto romanesco in cui si esprimono i personaggi, la sua inventi vita, non esistono più. sono scomparsi insieme con il sottoproletariato delle borgate. Era un mondo degradato e atroce, ma conservava un suo codice di vita e di lingua al quale nulla si è sostituito. Oggi i ragazzi delle borgate vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno più parlare, sogghignano appena. E' il problema di tutto il mondo contadino, almeno nel Centro-Sud. Sicché nel film, quello che a suo tempo apparve come denuncia si muta ora in interrogativo storico.


La parola denuncia fa montare la tempesta, la sala si trasforma a poco a poco in una specie di forno ideologico e inquisitoriale. Una parte del pubblico, giovani soprattutto, lo incalzano con il tu proletario, gli chiedono ragione del suo marxismo, contestano il valore civile di Accattone per l'assenza di un chiaro antagonismo tra sfruttati e sfruttatori. Qualcuno lo insulta gridandogli «cattolico» o «decadente», chiama in causa con pesante moralismo i suoi profitti.


San Pasolini martire se ne sta inchiodato alla sedia, dopo i1 primo disorientamento sembra accettare con grande naturalezze la situazione. Concede, chiarisce, rintuzza. Certo, è un marxista confuso, ma un artista quando crea deve liberarsi da ogni precettistica o conformismo. E' vero, i personaggi del Decameron, di Chaucer, delle Mille e una notte sono i fantasmi di Accattone, la proiezione di un'inguaribile simpatia e nostalgia; ma egli s'illude di non essere evasivo, fuggiasco; si oppone al presente mercificato buttandogli in faccia quell'implacabile vitalismo. Difende la legittimità delle sue esperienze e suscita sguaiate illarità ricordando d'essere diventato antifascista, da giovane, leggendo Rimbaud. Si prende la rivincita spiegando ai rozzi contenutisti il valore della forma, rivelando ai saccenti che il sottoproletariato non è quello di Roma città aperta. E mentre la gente se ne va, deve ancora affrontare grappoli di persone, l'ultima flagellazione e l'ultima esaltazione.


Adesso, a quattr'occhi, Pasolini continua a parlare quieto con la sua voce educata, dalle inflessioni suasive, si direbbe, soprattutto nei confronti di se stesso: come a custodire e placare un fuoco segreto. Sta passando un periodo di grande fervore creativo, di innamoramento letterario, in cui entrano anche certi significativi recuperi. Einaudi, il suo nuovo editore, pubblicherà presto Divina Mimesis:


«E' un'idea che risale al 1965, ma finora non sono riuscito a trovare la chiave giusta. Volevo fare qualcosa di ribollente e magmatico, ne è uscito qualcosa di poetico come Le ceneri di Gramsci, anche se in prosa. Per questo, pubblico appena i primi due canti: a un Inferno medioevale con le vecchie pene si contrappone un Inferno neocapitalistico. Ma siamo, per il momento, al mezzo del cammin di nostra vita, all'incontro con le tre fiere, eccetera».


E' un lavoro di cui si parla in certi versi di Poesia in forma di rosa: « ...opera, se mai ve ne fu, / da farsi, e, per mio strazio, così verde, / così verde, del verde d'una vo'ta, della mi joventud, / nel mondacelo ingiallito della mia anima... ».


Anche questa poesia è del 1963, l'anno della grande crisi ideologica ed esistenziale, al limite della nevrosi, e il recupero sembra voler colmare un vuoto, riattaccarsi ad antiche ragioni, a sopite stagioni di giovinezza. «Mi joventud», appunto, e il dialetto friulano. Pasolini ha già pronto un libro in cui appariranno riscritte, con innesto di temi contemporanei, le poesie di La meglio gioventù; un'altra sezione del libro, «Tetri entusiasmi», tutta nuova, è fatta di poesie politiche metà in friulano e metà in italiano. Che significa questo ritorno alla Casarsa dell'adolescenza?


«Riscoprii il friulano scrivendo, quasi su ordinazione, la poesia per gli studenti greci comparsa sulla Stampa del dicembre 1973. Il ricorso al dialetto mi venne istintivo. Forse influirono occasionali motivi giornalistici, le voci di recessione suscitarono anche in me l'idea di un ritorno».


Ma questo radicamento nel dialetto non rischia di prestarsi a suggestioni «reazionarie»?


«Dipende. Nel 1943 Primato non pubblicò la recensione di Contini ai miei versi friulani perché allora il dialetto appariva rivoluzionario. A Bologna, dove studiavo, sentii rovesciarsi sopra di me una specie di minaccia, quando si seppe che scrivevo poesie in dialetto. Oggi il dialetto è un mezzo per opporsi all'acculturazione. Sarà, come sempre, una battaglia perduta».


Altri scritti pubblicherà presto Pasolini, a testimonianza della sua musa inquieta e sciupona: la sceneggiatura di un San Paolo e quella di Padre selvaggio, il mancato film africano. Ma l'idea che più lo riscalda è quella del romanzo che sta scrivendo, seicento pagine abbozzate sulle duemila definitive. II protagonista è un torinese, perfino sui fondali di piazza San Carlo, ma «molto sfasato», nel senso che gli toccano esperienze proprie piuttosto di un milanese o di un genovese. E, almeno finora, non c'è connotazione dialettale, «il dialogo è indiretto, tutto viene riferito da me».


Discorre con trepidazione, si schermisce a richieste più precise:


«Contiene tutto quello che so, sarà la mia ultima opera, mi diverte moltissimo avere questo segreto, perché vuole privarmene?».


Non ha rinunciato, con questo, al cinema. Dopo il trittico favoloso, di fiaba sanguigna e stracciona, a metà febbraio comincerà a girare un film diverso, che ha anch'esso valore di ripresa e di scarto. S'intitolerà Salò e si svolgerà nei luoghi dell'infausta repubblica, tra cui Marzabotto.


«L'idea ini è venuta da Le centoventi giornate di Sodoma, questa specie di sacra rappresentazione mostruosa, al limite delta leggibilità. Mi sono accorto tra l'altro che Sade, scrivendo, pensava sicuramente a Dante. Così ho cominciato a ristrutturare il libro in tre bolge dantesche. Ma l'idea di sacra rappresentazione peccava di estetismo, occorreva riempirla di altre immagini e contenuti. Quattro nazifascisti fanno dei rastrellamenti; il castello di Sade, dove portano i prigionieri, è un piccolo campione di Lager. Mi interessa vedere come agisce il potere dissociandosi dall'umanità e trasformandola in oggetto».


Ristagnano ancora, nell'aria, il dibattito tumultuoso, le cose taciute e stravolte, le accuse di cristianesimo recidivo. La risposta non può fare a meno, un'altra volta, della mediazione della letteratura:


«Nel libro che scrivo, il cristianesimo fa parte di tutte le cose che si è disposti a buttare a mare. Optando per una sorta di filosofia stoico-epicurea».


Si accomiata nella notte, apparentemente non provato, fragile e insieme leggero come di primo mattino.


Lorenzo Mondo Poesie, prose e un nuovo film in cantiere. Pasolini ricomincia © La Stampa Venerdì 10 gennaio 1975, p.3.
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