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Pasolini sulla tolleranza. "Gennariello" in "Lettere luterane", un testo dal 1975.


Pier Paolo Pasolini in uno scatto dell'agenzia DUFOTO negli anni settanta © Archivi Farabola/Tutti i diritti riservati

Vorrei aggiungere ancora qualcosa a ciò che ti ho detto nell'altro paragrafo intitolato «Come devi immaginarmi». Sul sesso ci soffermeremo a lungo, sarà uno dei più importanti argomenti del nostro discorso, e non perderò certo occasioni di dirti, in proposito, delle verità, sia pure semplici che tuttavia scandalizzeranno molto, al solito, i lettori italiani, sempre cosi pronti a togliere il saluto e a voltare le spalle al reprobo.


Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato». La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni». La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata. Infatti al «tollerato» - mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio - si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguite la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua «diversità» - o meglio la sua «colpa di essere diverso» - resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L'avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi — certo — il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori - certo - dal «ghetto» fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato. Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un «ghetto mentale», e guai se uscirà da li. Egli può uscire da li solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza. Nessun suo, sentimento nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere «tinta» dall'esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un'esperienza normale, cioè maggioritaria. Poiché siamo partiti dal nostro rapporto pedagogico (cioè, in particolare, da «ciò che sono io per tè»), esemplificherò quanto ti ho detto un po' aforisticamente, attraverso un caso concreto che mi riguarda. In queste ultime settimane ho avuto modo di pronunciarmi pubblicamente su due argomenti: sull'aborto,' e sull'irresponsabilità politica degli uomini al potere.


Chi è a favore dell'aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell'aborto. Il problema non è di essere a favore o contro l'aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione. Ebbene io mi sono pronunciato contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione. Naturalmente, essendo contro l'aborto, non posso essere per una legalizzazione indiscriminata, totale, fanatica, retorica. Quasi che legalizzare l'aborto fosse un vittoria allegra e rappacificante. Sono per una legalizzazione prudente e dolorosa. Cioè, in termini di pratica politica, condivido, stavolta, piuttosto la posizione dei comunisti che quella dei radicali, Perché io sento con particolare angoscia la colpevolezza dell'aborto? L'ho detto anche questo chiaramente. Perché l'aborto è un problema dell'enorme maggioranza, che considera la sua causa, cioè il coito, in modo cosi ontologico, da renderlo meccanico, banale, irrilevante per eccesso di naturalezza. In ciò c'è qualcosa che oscuramente mi offende. Mi mette davanti a una realtà terrorizzante (io son nato e vissuto in un mondo repressivo, clerico-fascista). Tutto ciò ha dato al mio discorso, sull'aborto una certa «tinta»: «tinta» che proviene da una mia esperienza particolare e diversa della vita, e della vita sessuale. Come cani rabbiosi, tutti si sono gettati su di me non a causa di quello che dicevo (che naturalmente era del tutto ragionevole) ma a causa di quella «tinta». Cani rabbiosi, stupidi, ciechi. Tanto più rabbiosi, stupidi, ciechi, quanto più (era evidente) io chiedevo la loro solidarietà e la loro comprensione. Perché non parlo di fascisti. Parlo di «illuminati», di «progressisti». Parlo di persone «tolleranti». Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il «diverso» vive la sua «diversità» in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di «diverso», oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole «tinte» dal sentimento della sua esperienza di «diverso» si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clericofascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico l'incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna. Ebbene, caro Gennariello, alla gazzarra nata sulla questione dell'aborto ha fatto riscontro il più assoluto silenzio sulla questione degli uomini di potere democristiani. E, in proposito (sia ben chiaro), non ho fatto certo un discorso di comune amministrazione, cioè di costume... Ma, su questo punto, parleremo nel prossimo paragrafo, il cui tema sarà il linguaggio.


20 marzo 1975


Pier Paolo Pasolini. "Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo" da "Gennariello" in "Lettere Luterane", 1976, Garzanti.
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