Pier Paolo Pasolini: L’erotismo non è un peccato, intervista di D. TARANTO su «Manchete», Rio di Janeiro, 1972
- Città Pasolini

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—Pier Paolo Pasolini: per il regista degli scandali, il borghese-proletario… Questa reputazione non la infastidisce?
— Solo i mediocri possono sentirsi diminuiti da affermazioni tanto futili. Io ho sempre suscitato scandali. La società capitalistica italiana non sa parlare se non con il suo libretto degli assegni. Dal punto di vista intellettuale è un fallimento totale, un grande vuoto oscuro, la più completa ignoranza. I giudizi del “bravo popolo italiano”, d’altra parte, sono sempre subculturali e invariabilmente privi di qualsiasi interesse. Chi passi una notte davanti a un televisore, in Italia, si accorgerà subito fino a che punto sia primario il livello intellettuale di questi bravi italiani!… E il muro del pianto! Lo stesso accade con tutta la cultura occidentale. Non si può pronunciare una parola di buon senso, affrontare i problemi politici, sessuali o artistici di un paese, senza essere immediatamente accusati di delitto di lesa maestà. È così che si diventa facilmente provocatori di scandali… Qualsiasi cosa scuote il castello di carte culturale degli italiani. Che tristezza!
— Mi permetta di dirle che lei scandalizza anche il francese medio.
— In tutto il mondo il piccolo borghese è lo stesso! Tuttavia considero la società francese molto più evoluta della nostra. E ciò è certamente avvenuto grazie alla Rivoluzione francese del 1789, che obbligò la borghesia francese a modellare una cultura originale. Si pensi alle grandi realizzazioni francesi che ci ha lasciato il XIX secolo. Basta ricordarne una: il Codice Civile del 1804, messo in vigore da Napoleone Bonaparte e tuttora vigente. Al contrario, la borghesia italiana è sempre stata inattiva. Non ha mai fatto una rivoluzione. Nacque dall’inerzia, con l’arrivo di Bonaparte in Italia. Più tardi, in questo paese, la nascita dell’industrializzazione, l’apertura delle prime fabbriche, i primi scontri tra operai e padroni, l’apparizione dei burocrati: tutto ciò contribuì a separare il popolo dai primi borghesi. Qui la cultura si riduce a poche cose: mediocrità e provincialismo d’occasione!
— In sintesi: lei condanna l’Italia e le dà fuoco! Perché allora continua a viverci?
— Per motivi bassamente… commerciali! Sono legato a un sistema. Ho contratti con i miei produttori. Devo onorarli. Dopodiché confesso che mi esilierei volentieri, mettendomi al riparo da ogni inquinamento fisico o morale, in uno di quei paesi africani ancora non insozzati dalla società dei consumi. Lì il bisogno di essere liberi prevale ancora sulle seduzioni del guadagno. E si può persino voltare la testa da una parte e dall’altra senza temere di urtarla contro l’angolo di un grattacielo.
— Lei sogna un ritorno alle fonti classiche italiane. È per questo che ha girato il Decameron e il suo seguito?
— Medea, Teorema o Porcile appartengono a un mondo oggi superato. La trilogia del Decameron dividerà la mia opera cinematografica in due epoche distinte. Grazie a questo ritorno al passato ho capito che il mondo popolare italiano aveva una reale importanza per le civiltà di un tempo. Un tempo questo mondo popolare si opponeva nettamente alla borghesia. Ma negli ultimi anni la separazione tra popolo e borghesia è stata completamente livellata, in modo deplorevole, a vantaggio della società dei consumi. Oggi l’operaio è ridotto ad abbassare la testa quando non lucida le scarpe del capitalista occidentale. È una situazione falsa. Ho deciso di riabilitare l’uomo attraverso il Decameron e I racconti di Canterbury, ancora inedito.
— Quest’ultimo film, premiato al recente Festival di Berlino, è borghese o proletario?
— Completamente proletario!
— Forse è per questo che piacerà molto ai borghesi…
— Spero che piaccia al pubblico in generale. Come è accaduto con il Decameron, scandalizzerà anche questo. Avrà i suoi sostenitori e, allo stesso modo, i suoi detrattori. Io non ho inventato nulla…
— Che cosa rappresentano per lei I racconti di Canterbury?
— Il secondo tomo di una trilogia iniziata con il Decameron e che sarà completata con Le mille e una notte. Secondo il mio piano originario, questi tre film avrebbero dovuto essere uno solo. Ma, per motivi puramente materialistici, il mio produttore mi ha obbligato a suddividere quest’opera in tre film, ciascuno di due ore. Stavo per girare Medea, con Maria Callas, quando mi sono chiesto: “Perché non fare subito dopo un film popolare, allegro, traboccante di truculenza e vitalità?”
Cominciai allora a cercare un’idea originale. Il film progettato doveva essere una successione di episodi. Ma, in tal caso, cosa potevo fare di meglio? Adattare racconti che… erano già stati scritti. Pensai innanzitutto a Giovanni Boccaccio, il cui stile letterario è oggi molto imitato dalla borghesia europea. E realizzai il Decameron. Ora ho terminato I racconti di Canterbury, dall’opera di Geoffrey Chaucer, in parte ispirata ad autori italiani. Mi resta ora da fare un adattamento de Le mille e una notte all’italiana… Perderò tre anni della mia vita per realizzare questo affresco cinematografico imposto dal mio produttore.
— Come nel Decameron o ne I racconti di Canterbury, anche questa sua versione de Le mille e una notte presenterà più situazioni reali che fittizie, o accadrà il contrario?
— Le situazioni dei miei film sono sempre reali. Non sono un mago. Per fare I racconti di Canterbury ho girato l’Inghilterra per trovare i veri personaggi, con le loro autentiche espressioni fisionomiche. I venditori ambulanti e i mendicanti vivono i propri ruoli invece di limitarsi a interpretarli. Quando deciderò di fare un film sui piccoli borghesi, non cercherò attori professionisti per rappresentarli.
— Il compositore greco Mikis Theodorakis afferma che ogni produzione artistica deve necessariamente essere politicamente impegnata. Condivide questa opinione?
— Ogni opera, anche non artistica, come il semplice giornalismo, ha sempre un fondo politico. Pochi ci pensano quando guardano film puramente commerciali, come quelli della serie James Bond, l’Agente 007. Questi film sono in realtà pura propaganda di destra, e molto potente. Mentre le opere di pura poesia non sono che caricature dei film di sinistra. Si mente sempre e ovunque. Ora, l’artista deve lottare per aprire gli occhi al pubblico, per mostrargli i veri volti nelle situazioni reali.
— I suoi film sono dunque sempre necessariamente impegnati?
— Sempre. Se non altro attraverso le immagini scioccanti che contengono. La sessualità è un problema. E produce i suoi effetti. Io li mostro. Tra i borghesi come tra i mercanti di pornografia. Pubblicazioni e film pornografici sono il riflesso di una società politicamente decadente.
— Poco tempo fa Marcello Mastroianni diceva che l’erotismo è un fenomeno, come lo yo-yo, che diventa una mania quando si hanno dieci anni…
— Era solo una battuta! L’erotismo non è un peccato. È un fenomeno straordinario, che non va temuto, né ignorato, né condannato.
— Crede che il suo cinema possa contribuire a costruire una nuova civiltà?
— Non ho mai avuto questo proposito.
— L’Italia è in fermento in questo momento. Che cosa pensa di queste manifestazioni e di queste violenze?
— Ho appena terminato un’inchiesta filmata, una pellicola composta interamente di interviste, che racconta nei dettagli i fatti di Milano, i processi noti con i nomi di Pietro Valpreda e di Giuseppe Pinelli, eccetera. La repressione poliziesca proviene tanto dalla polizia quanto dagli industriali del Nord Italia: è cosa ben nota. La magistratura ha seguito tutte le piste che portavano a Valpreda, ma non quelle che conducevano ai veri responsabili: i fascisti. Tutte le personalità coinvolte in questo processo compaiono nel mio film, il cui titolo è 12 dicembre 1971, data in cui ho concluso questo reportage. Dubito molto che questo film venga proiettato in questo momento. Non c’è soltanto il regime a opporsi, ma anche il gusto del pubblico italiano, preoccupato soprattutto del proprio televisore e della partita di calcio. Così stanno le cose. Chi ha il diritto di giudicare? Io nego questo diritto a chiunque, anche quando si tratta di giudicare i tossicodipendenti, chi fuma o non fuma marijuana. È così che intendo la libertà. Ma in termini così assoluti essa, oggi, non esiste. E questo rappresenta per me una sofferenza intollerabile.
P.P. PASOLINI, L’erotismo non è un peccato, intervista di D. TARANTO su «Manchete», Rio di Janeiro, n. 1075, 25 novembre 1972, pp.128-130. traduzione, Silvia Martín Gutiérrez.


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