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Teorema di Pier Paolo Pasolini nelle parole di Laura Betti


Pier Paolo Pasolini e Laura Betti a Milano per le riprese di Teorema (1968) © Ugo Mulas/ Riproduzione riservata

Ho fatto circa cinquantacinque film e mi pare di aver capito, solo ora, per quanto io abbia ben nascosto la parte di me che sono io, evitando eccessive confusioni con il mio doppio programmato mica male proprio da me, Pier Paolo riusciva a capirmi (spesso non me ne accorgevo e no negavo beffardamente) meglio di chiunque altro.


Una delle prime cose che aveva capito è che - pur amando il cinema, per il quale avevo abbandonato tutto, canzone e teatro di prosa - non ho mai voluto realmente fare nessun film. La mia prima pulsione è sempre stata quella di creare ostacoli estremamente fantasiosi pur di non trovarmi di fronte a quel mostro impietoso della macchina da presa. Ho sempre saputo che lei mi avrebbe violata, mi avrebbe strappato, estratto tutto quello che avevo dentro, ben nascosto. si sa che la vittima ama in realtà il proprio carnefice: «mi farà male, molto male, dunque prendi...vieni...». Ma prima di arrivare a queste vette sofisticate tentavo di squagliarmela.


Teorema non lo volevo fare. disperatamente non volevo essere Emilia. non volevo nulla di quanto voleva Pier Paolo, da me, in Teorema. Fu uno scontro duro e ne ho sofferto molto. Pier Paolo era pronto a non fare il film e ad attribuirmene tutta la responsabilità, non ho mai potuto sopportare di fare a meno di ciò che vive dietro ad una faccia, di ciò che si è nel profondo.


Io lo amavo, lo amo molto. Quindi mi rassegnai. E mi sa che devo proprio usare questo verbo. Ero inquieta, mi sentivo braccata. Era un segno premonitore ed ora lo so, con molta chiarezza.


Poi incominciò la preparazione del film e la mia progressiva trasformazione. Ed ecco che Pier Paolo mi coccolava e mi proteggeva con dolcezza. Sapeva di dover portarmi per mano verso la terra spalancata che mi aspettava per sotterrarmi.


Naturalmente non c'erano soldi. Per i costumi, qui pochi se ne andarono giustamente per i vestiti di Silvana, che Danilo Donati scelse da Capucci. Per Emilia non c'era una lira. Pier Paolo era il mio costumista e voleva assolutamente un golfettino nero ormai completamente fuori moda, un po' campagnuolo e di poche lire. Finalmente lo trovammo da una merciaia ai Castelli e fu un giorno fi feste. Poi il problema della mia faccia, la mia fronte alta e spaziosa. la fronte proprio no, bisognava umiliarla, dimezzarla. Ma anch'io ricordavo che le contadine delle mie parti, in Emilia, chissà perché hanno fronti basse, cocciute. E così venne il momento della parrucca. Era castana, molto crespa, con delle onde strette a buon mercato, fatte con il ferro rovente. La calammo a metà fronte tanto che dalla mia nr rimaneva un po' meno della metà... ed ecco che Pier Paolo cominciava a vedere Emilia, la sua Emilia. E anch'io cominciai a sentirmi Emilia: torva, immersa in una biblica apocalissi, pronta ad incontrare Dio e a riconoscerlo con antica, umile rassegnazione.


Secondo Pier Paolo «Laura è capace di maledizioni potenti come di travolgenti benedizioni». Anche questo c'era in Emilia.


È stato detto e scritto che ero molto brava in Teorema. Il fatto è che, se ho recitato ( e non credo), non me ne sono accorta. Mi vestivo, mettevo la parrucca e andavo da Pier Paolo, il mio «visitatore». Andavo cioè davanti alla macchina da presa e vivevo una lunga giornata di set. Proprio come voleva lei e come voleva lui.


Ho naturalmente creduto al mio suicidio, al mio andare sottoterra tenuta, quasi per mano, dalla mamma di Pier Paolo.


Ma poi si sa, il cinema è imprevedibile e la capacità di demistificazione è forte e sana...


Ricordo che, al momento della levitazione, come al solito mancavano i soldi per la piccola folla di comparse che dovevano assistere al miracolo della santa. Franco Rossellini, il produttore, non si perse d'animo e fece irruzione in un ospizio di vecchietti nel furgoncino e cominciò subito a far circolare un po' di fiaschi di vino e imsomma i vecchietti, disposti sotto il tetto da dove io me ne partivo in volo, credevano sul serio. Arrivati all'ultimo ciak, mentre i tecnici tentavano di farmi scendere, franco si mise a urlare la megafono: «Correte! Correte! Ci sta la santa che scende e si vede tutta la...».

Ecco. Il cinema è anche questo.


Laura Betti "Teorema" in "Pier Paolo Pasolini. Le regole di un'illusione", a cura di Laura Betti e Michele Gulinucci (1991), pp.184-185.


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