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Un mio sogno. Racconto di Pier Paolo Pasolini (1946)


Pier Paolo Pasolini in una foto della sua giovinezza, archivio di famiglia/Riproduzione riservata

Dopo un primo assopimento cieco e frammentario, mi trovai sopra uno di quei piccoli ponti che si vedono, negli estremi sobborghi delle città, sopra qualche torrentello...Parallelo ad esso un cavalcavia rosseggiava contro alcune colline cosparse di case. Davanti ai miei occhi, nella luce semispenta del crepuscolo, si stendevano gli immensi sobborghi di una città; tutto era deserto e silenzioso. Un vento inanimato aleggiava dai campi, ma più che investire il corpo, lo colpiva leggermente, come l'urto furtivo di un gomito che solleciti a osservare qualcosa di raccapricciante. Ma poi continuava ad alitare, trastullandosi qua e là con le foglie e la polvere, distratto, impassibile. Quando, improvvisamente, il colpo di un'imposta mi allarmò.

Volsi il capo: ma fra le cento imposte che mi attorniavano dalle fredde facciate degli edifici, mi fu del tutto impossibile individuare quella che aveva battuto. In tutte c'era il medesimo senso di fissa e impertubabile eternità. Mi tornai a voltare, ed ecco che quella imposta si mise a cigolare di nuovo, come un canto strano, nel silenzio del sobborgo. Allora cominciai ad abbandonarmi ad una sviscerata attenzione per ciò che mi era intorno; non che vi trovassi qualcosa di assurdo e innaturale. Tutto era anzi consueto: la strada asfaltata che s'incupiva nella curva tra le case enormi...il verde di alcuni alberelli intorno al giallo limone di una edicola...prati umidi che si infossavano, più lontano, cosparsi di pietre e di immondizie...Nulla di strano infine; ma c'era quell'assoluto abbandono, quell'ossessione di eterno. Allora feci qualche passo; ma i passi risuonarono nudi nell'indifferente e mortale silenzio. Agghiacciai; e per vincere l'orrore mi sedetti sulla spalletta del ponte. Dietro al sobborgo si stendeva la città, rossa e muta nella luce del tardo meriggio. Non un rumore, non una voce. Un silenzio perfetto, come in una camera abbandonata. Cominciai un poco alla volta a voler cercare la ragione del mio terrore, con tanta più crudeltà quanto meno avrei desiderato addentrarmi in quell'esame. Non che fosse per se stesso orribile l'aspetto roseo e raccolto delle case, o il verde dei polverosi alberelli, o il vuoto delle aree erbose; anzi, ripeto, tutto era assai famigliare. Ma appunto in questa disanimata normalità un demone dentro di me andava a ricercare le più macabre e paurose allusioni...Ormai ai miei occhi quei muri, quell'asfalto, quelle macerie, apparivano deformi, squallidi, in una putrefatta solitudine. Ed ecco che immaginai - e subito il sospetto mi parve assolutamente attendibile - che quelle case non erano altro che abitazioni di morti; se mai avessi osato aprire una di quelle imposte li avrei veduti, gelidi, sui pavimenti lustri, tra i mobili odorosi di vernice.

Allora distolsi lo sguardo da quella città, e mi chinai sul torrentello. Subito un pensiero trafisse il mio essere. Mi parve di capire ( o ricordare? ) <<qualcosa>>. Le rive del fosso erano sporche, cosparse di cocci e di immondizia; ne esalava un odore nauseante e acuto. Ma l'acqua al contrario aveva alcunché di limpido, tenero e azzurrino... Non c'era altro, lì sotto. Per quanto guardassi, quel lampo, quella gioia illimitata non si ripeté, essendosi dissolta, e quasi rifugiata in una dimensione della mia memoria che mi faceva assolutamente impossibile riesplorare. Ma volli sforzarmi, e ricostruendo ogni sensazione, ogni nesso, ogni minimo legame, cercai di tornare a quell'attimo di luce che mi aveva così emozionato. La fatica era estenuante, quasi insopportabile; tuttavia, dopo un disumano lavoro, fatto più per disperazione che per speranza, riuscii a provare un altro simile istante di chiarore, un po' più scialbo del primo, ma ora ne ritenni impressa nei sensi l'origine. Questa era una specie di inesprimibile rapporto tra i cocci, l'odore nauseante e l'azzurrino dell'acqua... Così, scoperta la causa della mia emozione, la potei provocare più volte, e analizzarla. La chiarezza della scoperta, la gioia, l'importanza estrema del ricordo mi sfuggivano ancora; tuttavia ormai non disperavo di impadronirmene. Infatti quando meno me l'aspettavo, ricordai che in un periodo antichissimo, per tutto il resto ignoto, della mia vita, mi ero trovato in quel luogo con mio padre. Allora provai un illogico spaventevole batticuore; balzai in piedi, e tornai a guardare la città: rossa, immensa, deserta. Ero preso come da un capogiro, e nel tempo stesso, da un'enorme tranquillità. La vista mi si era oscurata, e tutto mi si presentava con quel misto di straordinario nitore e di confusione con cui gli oggetti appaiono a chi abbia appena appreso la notizia di una sventura irreparabile. E allora capii d'essere morto; capii che quel ponte, quelle case, quella città, io non le vedevo con gli occhi, ma che era una musica, una musica dolorosa e altissima, a suggerirmene le immagini.

Pier Paolo Pasolini. Un mio sogno (1946) in Un paese di temporali e di primule, pp.126-128
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