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Lettera aperta di Alfredo Bini a Pier Paolo Pasolini. Capitolo IV


Capitolo IV. Due lacrime per i Masai



Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini circondati dai ragazzi africani nel set di Appunti per un'Orestiade africana (1968) © Reporters Associati & Archivi/ Mondadori Portfolio/ Riproduzione riservata

C'era in mezzo anche qualche amico, qualche persona di valore, ma in generale snob in visita al giardino zoologico, pseudointelletuali, pseudo impegnati. Questi continui gruppetti cinguettanti mentre si lavorava mi davano molto fastidio. Ma queste sono cose epidermiche che si sarebbero superate. La cosa più importante era che le ultime cose che mi proponevi non mi convincevano.


Forse ho sbagliato. Comunque a me il Porcile e anche Teorema, sì, capisco quello che volevi, ma secondo me erano inutili, involuti. Un passo indietro, insomma. Dopo Il Vangelo, questo Gesù fatto da Girotti ingegnere dell'EUR, mi sembrava un po' l'Amleto moderno con l'ombrello. e poi, c'era stata anche la questione economica, quando hanno cominciato a offrirti cinquanta milioni a film. Ti servivano molte cose: la casa, la macchina e il castello diroccato sulla strada di Viterbo. E poi, anche se ero io più giovane di te, avevi per me l'insofferenza che un ragazzo ha per un padre, anche se il padre ha ragione, anzi. "Sei prepotente", mi dicevi. "Anche se spesso hai odiosamente ragione!".


Comunque ti pregai di prendere tempo. Smettiamo con il cinema per due anni e facciamo una serie delle dodici più belle opere di teatro di tutti i tempi, dai Greci alla Secchia rapita. Il progetto ti è piaciuto, ne abbiamo parlato in televisione. Riassunti preventivi, schemi di produzioni. Figurati. Qualche colloquio con i funzionari, così, tanto per non dire di no subito. Eppure sarebbe stato un affare conveniente per loro e non solo dal punto di vista culturale. Costo inferiore a mezza puntata di Canzonissima. Ma va'! Non se ne fece nulla.


Così, piano piano ci siamo visti sempre più di rado.


Poi mi telefonavi più che altro per raccomandarmi qualcuno. Un soggetto, un attore. Lo hai sempre fatto. Da Bertolucci, che mi hai portato al bar di piazza Ungheria per Accattone: "A cosa ti serve?", dicevo io. "No, non mi serve, però è un amico, sono amico di suo padre; ha delle possibilità, è intelligente, se segue il film, forse impara". " E va be', prendiamolo: imparerete in due", alla telefonata da Parma per Elsa De Giorgi: "È tanto noiosa, poverina, ma è buona e ha fatto un film che non riesce a far uscire!".


Poi un paio di mesi fa ti ho proposto L'inferno. Mi hai detto che ci avresti pensato, ma non ne avevi tanta voglia. prima volevi fare una storia con Eduardo sulla ideologia. Io ti ho detto: "Ma l'abbiamo già fatta" Uccellacci e uccellini non è una storia sulla crisi dell'ideologia?". "No, ma questa è un'altra cosa...". Insomma, ci saremmo rivisti, ne avremmo riparlato...


Comunque sei morto presto Pasolini, perché di cose ne hai fatte tante, ma ne avresti fate tante ancora, senz'altro.


Poi adesso, hai visto, cominciano a dire che in fondo non hai inventato niente. E che dovevi inventare? Un nuovo tipo di cavatappi? Dal punto di vista intellettuale, della speculazione umana, cosa c'è più da inventare? Se uno si legge quattro cinesi, tre o quattro medio-orientali, cinque greci e cinque latini, e si mette al corrente di qualche aggiustatina di tiro avvenuta dal 100 al 1700 in Europa, vede che tutto è stato già detto e buonanotte!


L'evoluzione fisica e mentale dell'uomo è finita da vari millenni. Ora ci possono essere le applicazioni: un nuovo cavatappi, appunto, il transistor, la parte tecnologica, insomma. Il problema è di essere nel proprio tempo, non seguire le cose per conformismo, non chiudersi nel proprio fortino e nello stesso tempo non fare velleitari salti dalla finestra. Insomma, ti ricordi il disegnetto che ti ho fatto delle cinghie di trasmissione? Le tre pulegge che collegano tra ruote? Il tentativo di collegare la massa della gente da una parte con il potere politico e gli intellettuali, in anticipo o in ritardo, dall'altra. La cinghia di trasmissione mi sembra ancora per te il paragone adatto. Oppure ti si può definire una potente iniezione di richiamo, come si fa per la poliomielite o l'antirabbica.


Ma era chiaro che una povera cinghia di trasmissione doveva spezzarsi presto. E tu ti sei spezzato. Avevi voglia di girare vorticosamente. Neanche ercole può smuovere questa situazione dove la classe politica e la finanziaria applica la stessa morale e la stessa logica per ottenere immediati risultati di potere, di denaro e di piacere, di quella applicata dai peggiori teppisti e criminali.


Come è sempre successo neo periodi di sgretolamento e di transizione. In questi periodi, avere e ostentare ideali comuni è una vergogna e così restano validi solo ideali di realizzazione individuale. È fatale, quindi, che l'uomo solo, per raggiungere i suoi scopi, si comporti come ha fatto, e farebbe, uno Stato nazista. Ammazza, ruba, invade territori altrui, stermina, fabbrica moneta falsa o svalutata. Povero Pasolini! Ci vuol altro che il doloroso rimpianto per la famiglia contadina disintegrata! Solo un evento di natura biblica, che spazzi via tutto, potrà convincere chi rimane a pensare e agire in termini sociali.


Ma ormai tu sei morto e tutto questo per te ha le stesse proporzioni di un pulviscolo nell'universo.


Mi ha fatto impressione che tu sia morto così, al buio. Il buio di Accattone, ricordi? Che quando sogna di essere morto chiede luce, un po`' di luce. Tu avevi paura del buio e nello stesso tempo non ne potevi fare a meno. Come per i rumori. Era un'ossessione: coperte alle finestre, striscette di carta per togliere ogni spiraglio di luce, e poi questi tappi... Dove lo avevi trovati quei tappi ermetici, proprio a tenuta stagna! Ti ricordi a Kartum alla Croce del Sud, mi pare. "Partiamo domani alle quattro, appena fa luce". " Sì, sì, chiamami", mi dici. "Non mettere i tappi". "No, no, a domani". All'alba vengo su, comincio a bussare la porta, niente. Pugni, calci, urlacci che mi ero anche rotto le scatole. Oh, sono usciti tutti in mutande: beduini, negri, bianchi, gialli: tutti in corridoio. Pensavano che io volessi incasinare la porta per ammazzarti. Per poco mi arrestano.


Per te ogni notte era come se morissi: buio assoluto, silenzio assoluto, inumano.


Be', adesso basta. Voglio solo ricordarti delle due volti che ti ho visto piangere.


Due lacrimuccie, intendiamoci. Roba appena percettibile, ma che non sei riuscito a mandare indietro.


Lungo la pista verso I Masai, con quei negri che lavoravano a spaccare le pietre, tu hai detto: "Ecco, vedi, vedi, sono uomini come noi e guarda come sono ridotti, come bestie: vedi perché uno vorrebbe che la gente vivesse in un modo diverso?".Certo era una visione infernale: dai cinque agli ottanta anni, tutti nudi, pieni di polvere che sembravano infarinati, a spaccare le pietre per sistemare un argine franato, sotto un sole a picco da schiattare la testa.


E poi, un bel paio di lacrimuccie ti sono venute quando padre Calovini ci ha fatto sentire i suoi negri che tutti nudi con i tamburi fra le gambe accompagnavano la messa. Ti ricordi padre Calovini? Il suo sogno era una "pompa Pellizzari", che poi io gli ho mandato." qui sotto c'è acquia di sicuro, ma non si sa come tirarla fuori. Potrei fare un orto, mettere due piante di limone. Per lo scorbuto". Be' lui se lo ricorda di sicuro. Lui può essere testimone di queste tue lacrimucce alla "Missa Luba" che ti è piaciuta tanto che poi l'hai messa sul Vangelo.


Io sono sicuro, se ci fosse qualcuno a cui devi rendere conto, che queste quattro lacrimuccie varranno certamente molto di più di tutte le cose che hai fatto.


Alfredo Bini. "I primi passi del regista Pasolini" Capitolo IV, 28.11.1975 "L'Europeo"

Capitolo primo: I primi passi del regista Pasolini

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Capitolo II. Il padre selvaggio

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Capitolo III: Le notti di Matera

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Capitolo IV. Due lacrime per i Masai

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