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Pasolini: anche il consumismo è un lager. Intervista, 22 ottobre 1975 su l'Avanti.


Pier Paolo Pasolini alla Torre di Chia, Viterbo, 1974 © Deborah Imogen Beer/Cinemazero/Tutti i diritti riservati

Una intervista che lo scrittore ha rilasciato dieci giorni prima della sua tragica morte- Il significato di «Salò» - Nelle borgate romane i vecchi valori popolari sono stati irreparabilmente distrutti - Il genocidio delle culture - Le radici della violenza di questi anni.


- Pasolini,mi parli brevemente dei suo ultimi film. Diciamo dal Decameron a Salò.

- Sono film che appaiono come opere erotiche e sessuali ma che lo sono in verità solo in parte. Perché il sesso non è altro chel’acme, il momento estremo a cui può giungere la rappresentazione del corpo. E infatti questi film sono rappresentazioni di corpi. Corpi che in quasi tutta l’Italia, e cioè in un mondo consumistico, non esistono più e che ho dovuto andare a ripescare a Napoli e nei paesi del Terzo mondo.


- Ma sono film anche del rimpianto.

- Del rimpianto e della nostalgia. Però non sono un rimpianto e una nostalgia crepuscolari e fini a se stessi, bensì che si pongono come contestazione del presente. Cioè io opponendo al presente automatico, atrofizzato, sclerotico, falsamente edonistico, conformistico,un mondo ingenuo e popolare, che non c'è più, contestavo il presente.


- Eppure diversi critici si ostinano a pensare che invece di andare avanti lei preferisce guardare indietro.

- Sono critiche superficiali. È effettivamente scandaloso, perché chi dice questo in Italia suppone che il tipo di civiltà e la qualità di vita raggiunti adesso siano migliori a quelli del passato e invece no. Ma non lo dico per rimpianto ma perché mi sembra una contestazione storico-oggettiva. Proprio personalmente io non posso rimpiangere l'Italia. Perché quella Italia lì, che secondo loro io rimpiango mi ha processato quindici volte. Mi ha tormentato e mi ha perseguitato. Non potevo andare ad una edicola senza aprire un giornale che dicesse delle cose orrende su di me. Come posso rimpiangere quei tempi? Però oggettivamente, gli italiani del popolo di allora erano, come io posso giudicarlo - come possa giudicarli un marziano non so - migliori di come sono diventati adesso attraverso la degradazione della civiltà dei consumi. Quindi questi critici compiono secondo me un errore in ogni modo. Perché effettivamente è vero che quell'Italia sarebbe da rimpiangere, se un rimpianto fosse possibile e fosse produttivo e costruttivo. In parte lo è solo in parte. Eta come dire: noi abbiamo trasformato la civiltà in questo modo; e, come diceva Marx, questa trasformazione è stata un genocidio. Abbiamo distrutto delle culture. Per esempio Napoli pe una cultura autonoma particolaristica, che da del pluralismo culturale di una realtà italiana che il fascismo non è riuscito a distruggere mentre il consumismo sì.


- Ed è ancora l'Italia di oggi ad averle ispirato Salò?

- Salò è stato ispirato non tanto dal ricordo dei tempi fascisti quanto dai tempi presenti. Questa violenza che il potere fa sui corpi è in realtà come rappresentata da quella di Hitler e di Mussolini su corpi disgraziati dei loro concittadini. Cioè sono i corpi presi, portati in un lager e distrutti dopo torture atroci. Ma se io avessi voluto rappresentare solo questo avrei fatto un film datato e avrei condannato un determinato fascismo. In realtà il film è stato ispirato dalla violenza che oggi si fa su i corpi. Ce non è quella del film ma di cui il film può essere una metafora.


- Nei suoi numerosi interventi, lei accusa l'italiano di aver perso la sua tradizione.

- Di aver perso la sua realtà. Tradizione detta in un certo senso è una parola sciocca e antipatica. Ma in un certo modo la tradizione è semplicemente la vita. Faccio ora l'esempio delle borgate romane dove per secoli durante tutto il dominio papalino si è sempre ripetuto un certo tipo di civiltà e di cultura con il pregio di rinnovarsi. I figli ripetevano i padri però erano sempre vitali e presenti e sovreccitati. Mentre ogni generazione aveva le sue invenzioni. La spia di questo dinamismo era il dialetto che si arricchiva continuamente.





- Mentre ora?

- Adesso è finito tutto. È finito. Non hanno più la cultura e non hanno ancora raggiunto la cultura piccolo-borghese che viene loro imposta perché non hanno la possibilità economica di raggiungerla. E quindi sono smarriti e sono in uno stato di disorientamento per cui, e mi ripeto in maniera ossessiva, se in Italia venisse il nazismo troverebbe il terreno adeguato. Perché queste masse fluttuanti di gente che ha perduto i suoi valori morali e non ha acquistato i valori morali nuovi pe una massa amorfa, disorientata, imponderabile e che è infatti crudele. E la malavita è diventata spaventosamente crudele perché è al di fuori di ogni scala di valori.


- Cambiamo un attimo argomento. In questi ultimi tempi lei ha viaggiato parecchio all'estero. In un posto nuovo cosa la tocca per primo?

- Viaggiando io scopro le stesse gioie. Negli altri paesi io tendo a riconoscere e a non vedere le cose che io conosco. Siccome i paese nei quali io ho viaggiato sono paese del Terzo mondo, vi ho sempre riconosciuto il mondo contadino della mia infanzia e cioè mia nonna, il mondo del Friuli... E sempre ho riconosciuto il momento bello e gioioso.


Pier Paolo Pasolini intervistato da Paolo Ceratto. "Anche il consumismo è un lager". Intervista, 22 ottobre 1975 pubblicata il 9 novembre 1975 su l'Avanti, supplemento della domenica, p.6.


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