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Pasolini intervistato da Marco Blaser nella Radiotelevisione svizzera (1969)

Aggiornato il: apr 18



- Pier Paolo Pasolini, grazie di essere intervenuto a Lavori in corso. Dal momento che, troppo spesso, si è parlato di lei esclusivamente per quanto riguarda la sua attività cinematografica, noi vorremmo rimettere l’accento, per una volta, su Pasolini scrittore. E chiedere perciò a che cosa sta lavorando.


- Mah, vorrei esordire dicendo che questa distinzione tra Pasolini regista e Pasolini scrittore ha un’aria leggermente schizoide. E allora sono reticente ad accettarle. Dal resto, ho scritto a lunghi saggi in cui dimostro proprio che il cinema, che la sceneggiatura che diventa film è una struttura che diventa altra struttura, è un processo. E un processo no ha soluzioni di continuità, quindi non c’è soluzione tra me che scrivo una sceneggiatura come scrittore e me che poi la giro come regista. Quindi, se vuole può fare questa distinzione, però facciamola con questa premessa.


- Come scrittore non sto lavorando a qualcosa di organico, perché non faccio nessun romanzo. E l’unico lavoro che si può dichiarare programmato e costruttivo è un romanzo. Scrivo delle poesie quando capita, ne ho scritte due l’altro giorno in aeroporto tornando dall’Africa, ma molto raramente e poi non le pubblico. Ciò che di letterario mi tiene molto impegnato è qualcosa che non è strettamente letterario, sono delle opere di teatro. Sto lavorando da tre anni, contemporaneamente, in contemporanea gestione a cinque, a sei tragedie. Di cui due sono completate, le altre sto finendole. Ora questo mio teatro verrà sì rappresentato e quindi interessa agli uomini di teatro o gli amatori di teatro. Pero ciò che più conta sarà pubblicato come volume e quindi lo considero un’opera letteraria.


- Impegnato sui tanti diversi fronti, cinema, teatro, pubblicistica, che senso attribuisce ancora al mestiere dello scrittore? Cioè, che scopi e che limiti?


- Mah, senso nessuno. Diciamo, è una cosa completamente priva di senso. Io continuo a essere scrittore per forza d’inerzia, per abitudine. Ho cominciato a scrivere poesie a sette anni e mezzo e non mi sono chiesto perché lo facessi. Ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia, tutta l’adolescenza ed eccomi qui a scrivere ancora. Quindi l'unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine di esprimersi, così come c’è l’abitudine di mangiare o di dormire. I limiti sono quelli linguistici. Cioè io come scrittore italiano sono molto limitato, preferirei essere uno scrittore in lingua swahili che è la dodicesima lingua del mondo ed è parlata in Kenya, in Tanzania, nel Congo ecc. E poi, l’altra domanda qual’era?


- Gli scopi.


- Ah, gli scopi. Mah, ci sono due categorie di scopi. La prima categoria tiene all’assoluto non senso dell’essere scrittore. E quindi sono degli scopi, li chiami edonistici o li chiami metastorici o metafisici, o assursi, come vuole. E sono, direi che avvengono, si adempiano sotto il segno della grazia, sono carismatici. C’è un’altra categoria di scopi che sono quelli che uno si pone come cittadino, più che come scrittore. E allora qui rientrano i pesanti concetti di impegno ecc ecc. Tra le due, diciamo così, categorie di scopi, in questo momento sono molto incerto. Credo che in realtà si compenetrino.


- E per concludere, potrebbe tentare un parallelo, comunque un esame dei possibili reciproci rapporti fra due temi che l’anno già vista polemicamente impegnata, cioè contestazione studentesca e avanguardia letteraria.


- Prima di tutto farei un’inversione, direi avanguardia letteraria e contestazione studentesca, cioè un’altra specie di cronologia. Sono stato in polemica violentissima contro l’avanguardia. In questo momento sono vincitore, l’avanguardia è scomparsa dall’orizzonte e parlare in questo momento di avanguardia sembra di parlare di una cosa di vent’anni fa, completamente ingiallita. Quindi no farò il maramaldo. Vorrei dire soltanto, così, una nozione molto semplice, cioè che la neoavanguardia esercitando delle infrazioni estreme al codice linguistico fa nascere un rimpianto del codice, in conclusione. E quindi ottiene uno scopo completamente contrario a quello che si propone. Questo mi sembra il punto essenziale del lavoro negativo della neoavanguardia. Ora, tutti coloro che in questi ultimi anni sono stati dalla parte della neoavanguardia, e quindi sono praticamente degli sconfitti, dei superati, finito il giro di valzer con la avanguardia stanno facendo il giro di valzer con la contestazione. Facendo passare per buone ancora, certe critiche che la avanguardia faceva a un certo gusto, a certi scrittori ecc ecc tra cui io stesso. Quindi compiendo un atto profondamente disonesto.


Con la contestazione non sono in polemica chiara come lo sono stato con la neoavanguardia, anzi, nel novanta per cento sono con la contestazione, più che altro per ragioni psicologiche, biografiche o pratiche. Però naturalmente anche verso la contestazione ho un grosso, come dire?, giudizio negativo da dire chiaramente. Dentro la contestazione c’è un pericolo di demagogia e di moralismo che si può somare purtroppo con l’odiosa formula di fascismo di sinistra. Perché è chiaro che la demagogia, che è contenuto della demagogia, è la demagogia. Il contenuto del moralismo è il moralismo. Ora, il momento in cui la contestazione è demagogica e moralistica è chiaro che purtroppo assomiglia ad altre forme ricattatrici, violente, prepotenti, antidemocratiche com’è stato appunto il fascismo.






Pier Paolo Pasolini intervistato da Marco Blaser nel 1969 © RSI/Riproduzione riservata
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