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“Pasolini: mi dichiaro innocente!" Intervista da Anna Corradini nel 1973.


Pier Paolo Pasolini durante l'intervista, nel salotto della sua casa romana di via Eufrate 9 (1973) © Tutti i diritti riservati


Pensavo, deve essere una specie di diavoletto corretto con un filo d'acqua santa. Un diavoletto con la coda di paglia, che non sa essere malvagio fino in fondo, che ha sempre cervello e lotta con l'anima, che è attirato da certe ombre del sesso ed a certe luci della religione. Che a volte ascolta i nemici che si porta dentro e allora scrive certe cose che scrive, dice certe cose che dice, e gira il film come “Il Decamerone” o “I Racconti di Canterbury”, che fanno balzare sulle sulle poltrone gli spettatori dei cinema per le sconcezze e le oscenità che contengono. Altre volte la voce di questi nemici che si porta dentro, viene soffocata e cancellata una improvvisa serenità, da un'improvvisa moria, da una innegabile religiosità che prima o poi affiora e lo prende per la gola. Allora Pasolini scrive certe cose che scrive, come la poesia dedicata alla madre: “La casa è piena delle sue magre membra di bambina, della sua fatica. Anche a notte nel sonno, asciutte lacrime coprono ogni cosa: e una pietà così antica, così tremenda mi stringe il cuore, rincasando, che urlerei, mi toglierei la vita”.


O dice certe cose che dice: "Il mio rapporto con la realtà è di carattere religioso. Che io voglia o no. È una cosa nata del nella mia infanzia e che fa parte della mia psicologia. Anche per questo sono diventato poeta. Perché essere poeta o tentare di esserlo, è dare una veste concreta ad un rapporto di carattere religioso con la realtà”.


O gira un film mistico e luminoso come “Il Vangelo secondo Matteo”, quasi una confessione di fede, quasi una espiazione, un film gli ha procurato un posticino piccolissimo nel cuore della chiesa. “Il Vangelo secondo Matteo” prima “I racconti di Canterbury” adesso: sembrano nati dalla mente e dal cuore di due uomini diversi. Uno sereno, l’altro perverso. Uno lodato dagli uomini della chiesa, l'altro stritolato dagli uomini della censura. Sesso e religione: ecco i suoi due limiti. Pasolini vi si dibatte da sempre. Due limiti estremi come l'odio e l'amore che quest'uomo suscita nella gente. Dilaniato e difeso, torturato ed esaltato, insultato e idolatrato, il poeta-scrittore-regista vive la sua vita fra accuse le lodi, fra processi e favori, fra malignità e ammirazione.


Ho pensato fosse arrivato il momento di andare a fare quattro chiacchiere con Pasolini dopo aver visto il suo ultimo film “I racconti di Canterbury”, che ad essere sinceri mi ha sconvolto. Ma in questi casi giudizio personale non conta, conta solo quello della massa: e la massa rimasta sconvolta. L'ondata di sconcezze, di porcherie, di volgarità che questo film ha portato sullo schermo non trova una logica spiegazione. Mi pare che questa volta il regista sia andato davvero troppo in là. Ma so già che alle mie accuse Pasolini risponderà con altre accuse, è abituato e rassegnato a questa lotta e a bene come difendersi.


Infatti quando gli dico: “Perché signor Pasolini ha voluto a inserirsi anche lei nel filone pornografico che da qualche tempo inquina la cinematografia italiana? Ma non è un peccato che un regista che sa fare le cose che sa fare lei, quando vuole, si lasci andare a queste volgarità, faccia un film come “I racconti di Canterbury” che ha disgustato uomini e donne, che ha suscitato reazioni incredibili? Lo sa che visto che ho visto uomini dell'aria sveglia e tutt'altro che inibita, alzarsi a metà spettacolo andarsene dal cinema?”


E Pasolini tranquillo, con la sua aria fragile da vecchio ragazzo, mi risponde: “Non parlo di volgarità per favore. Il mio film è tutt'altro che volgare. È un film sulla vita e la vita è anche quella dei “Racconti di Canterbury”. Non confonda un’opera d'autore con i filmetti da quattro soldi che fa certa gente. E che comunque hanno tutto il diritto di esistere. Perché nessuno può impedire a delle persone adulte di girare certi film e ad altre persone adulte di andare a vederli. Per questo trovo inqualificabile l'opera della censura, questo insulto la libertà dell'uomo, questo oltraggio alla sua intelligenza. Ma chi dà il diritto a questi censori di erigersi a tutori di un pubblico adulto, non deficiente? Chi dà loro il diritto di scegliere per gli altri i film che son da vedere e da non vedere, i libri che si possono leggere e quindi che è meglio non aprire?”


“Ma la censura vuole tutelare soprattutto la serenità e l'innocenza dei giovani, di quei ragazzi che non hanno ancora l'esperienza e la maturità per vedere certe cose per non lasciarsi influenzare.”


“L’innocenza dei giovani. Lei crede che davvero a questa innocenza dei giovani? E se anche ci fosse e quindi fosse da tutelare, perché non si censura allora la televisione?”


“La televisione? Non vedo come possa nuocere. Non dico che insegni niente, ma non istiga alla alla prostituzione come certi film, un avvelena gli animi, non abbrutisce.”


“È qui che si sbaglia. L'opera distruttiva della televisione è molto più sottile, più malvagia, più nascosta. Prima di tutto l’orribile qualunquismo con cui manipola ogni cosa, e la sconcezza di quello sculettare e sgambettare delle varie Kessler o Carrà, Goggi o chi so altro, falsamente pudico, basato sul giochetto: ti faccio vedere ma non troppo, ti stuzzico ma poi arrangiati. Disturbo i tuoi sonni ma non lo faccio apposta.”


“Beh, forse lei esagera!”


“Mi lasci dire. Non ho ancora detto tutto. Lei pensa all'innocenza dei ragazzi e allora perché non distoglierli dai sorrisi ambigui, sporchi, pornografici delle annunciatrici? Quei sorrisi della buonanotte pieni di sottintesi, di allusioni, di false promesse?”


“Beh, lei senz’altro esagera! Vuole farmi credere che la televisione è un veicolo di corruzione?”


“Lo è senz'altro. La televisione è un orribile macchina corruttrice, basata su qualunquismo fascista, il qualunquismo che abbrutisce. La televisione ha fatto dei bambini dei piccoli mostri, portando alle loro case il mondo, senza però spiegarglielo.”


“Ma allora, scusi, cosa dire di certi film che sono in circolazione, compreso il suo. Quelli secondo lei non rovinano i giovani?”


“Prima di tutto i film non entrano in tutte le casse, come invece è per la televisione. E poi la maggior parte sono vietati ai minori di diciotto anni e questo mi sembra che basti renda inutile l'intervento della censura. Infatti quelli al di sopra dei diciotto anni, come le ho già detto, hanno il diritto di vedere quello che vogliono. Se poi vuole che parliamo del mio film, di “Canterbury”, le dirò che ho fatto in buona fede, nel pieno rispetto della realtà, senza fantasie né compiacimenti. Le ripeto, è un film sulla vita come lo è “Il Decamerone”, come lo sarà “Mille e una notte” che inizierò a girare Fra poco. È una trilogia sulla vita che preparavo da tempo e che mi piace per la sua epicità.”


“Se il suo film non è volgare, quali sono i film volgari? Me lo spiega?”


“Sono volgari film falsi che non rispettano la realtà delle cose, dei sentimenti, di qualunque tipi essi siano, che sono fatti solo per vedere e non per pensar. Sono volgari i film fatti in cattiva fede e con compiacimento.”



“Visto che siamo in tema di spiegazioni, mi dica ancora una cosa. Come fa a essere un buon comunista e allo stesso tempo un uomo religioso?”


“Perché, non si può essere marxisti e religiosi? Anche un marxista può avvicinarsi umilmente alla religione, può cercare di capire, di entrare nell’animo di cui crede. L’ho già detto: che io voglia o no, il mio rapporto con la realtà è di carattere religioso. Per quanto riguarda le mie idee politiche, io sono senz’altro di sinistra, anche se non sono un buon comunista. Voto per loro ma non sono iscritto al partito. Il mio comunismo è corretto dal quel pizzico di innegabile borghesismo che mi porto addosso per nascita: sono figlio di una maestra e di un ufficiale dell’esercito. Questa realtà non posso cancellarla, né rinnegarla. Però sono un intellettuale e un intellettuale non può andare che a sinistra, perché solo da quella parte c’è l’unica vera letteratura”


“Un comunista, anche se corretto come dice lei, con una bella casa, bei mobili, tutto gli agi... Non è un poco comodo? Oggi sono in molti ad essere comunisti così!”


“Ma chissà coi cosa pretendete. Voi volete che i comunisti siano dei santi, disposti a dividere in due il mantello, a vivere di rinunce e sacrifici. Una ideologia politica è una scelta, se vogliamo una confessione, non un voto di santità.”

“Anche Gian Maria Volontè è un comunista con villa e yacht. Non trova che qualche cosa non quadra?”

“Io so che Gian Maria Volontè si sacrifica per il partito, versa buona parte dei suoi guadagni, partecipa attivamente alle loro iniziative. Non so se abbia ville o yacht. Questo comunque non toglierebbe nulla alla sua buona fede politica.”


“ Mi sono sempre chiesta, signor Pasolini, quale sia stata la sua infanzia.”



“La mia infanzia? È stata tragica. Ero spaventosamente timido, di una timidezza ossessiva, irrisolvibile. Temevo il rapporto con la gente, i ragazzi della mia età. Passavo delle ore nella più completa solitudine, chiuso nella mia camera davanti ad un atlante sul quale sognavo lunghi viaggi per mare. I continui spostamenti da una città all’altra, dovuti ai vari incarichi di mio padre come ufficiale, non facevano che peggiorare la mia fragilità interiore. La casa nuova, la nuova scuola, i nuovi compagni, erano tutti choc.”


“E adesso è guarito?”


“Non si guarisce definitivamente, la timidezza ha radici profonde, che non si possono sradicare. Certo che non sono più timido in maniera esasperata come una volta. Però ancora oggi preferisco la solitudine alla compagnia, il silenzio al chiasso, la meditazione al dialogo. Vivo isolato, delle poche cose che mi interessano, con le poche persone che amo. Mia madre prima di ogni altro. Mia madre, che mi conduce per mano ancora oggi con immutabile affetto. Mia madre è una presenza intoccabile e sacra nella mia vita.”


“Vive isolato perché non ama i suoi simili?”


“Una volta avevo un grande amore per l’umanità. Ora non più. Ma neanche odio. Mi limito a isolarmi, non a lasciarmi coinvolgere, sono troppo vulnerabile e ingenuo per espormi.”


“Ingenuo alla sua età?”


“Ingenuo certo, anche se nessuno ci crede. Anche se ho trascorso buona parte della mia vita ad essere frainteso.”


“Ammette almeno di essere un uomo pieno di contraddizioni?”


“Senz’altro.”


“E da cosa dipende?”


“Dalla mia coerenza. Qualunque persona che voglia essere coerente non può essere che contraddittoria, appunto perché la realtà è contraddittoria.”


“Immagino che quando ci sono in circolazione certi suoi film, come “I Racconti di Canterbury”, come “Il Decamerone”, lei riceva un sacco di lettere di insulti.”


“Ricevo più lettere di complimenti di quante lei on creda. Pensi, ad esempio, che mi hanno scritto quattro carabinieri qui di Roma per dirmi che erano rimasti colpiti dalla scenografia, dai costumi del “Decamerone.”


“Colpiti in che senso?”


“Il senso lo ha capito benissimo. Come quei quattro carabinieri hanno dimostrato di aver capito benissimo che il mio era un film d’autore.”


“Coi suoi colleghi e con i critici in che rapporti è?”


“I critici sono sempre molto buoni con me. I colleghi li vedo poco. Io non faccio vita mondana, non frequento nessun ambiente, quindi non mi capita spesso di incontrarli.”


“Cosa pensa di Visconti?”


“È un ottimo “metteur en scéne”, un raffinato, un perfetto ricostruttore d’ambienti. Gli preferisco però Fellini. Fellini con le sue confessioni esasperate, viscerali, con le sue paure, i suoi complessi, il suo genio, la sua infanzia e il suo passato che lo travolgono, lo sovrastano.”


“Lei dice che i critici la trattano sempre bene. Però qualcuno di loro ha scritto che con i suoi ultimi film ha cercato d riempire le sale cinematografiche che prima erano vuote. Per “Teorema” non ricordano la ressa che si è avuta ai botteghini come per “Canterbury”. La pornografia cinematografica, si sa, in questi tempi ha successo.”


“Che per “Teorema” ci fossero le sale vuote lo dice lei. Il film ebbe un grande successo. Per “Il Vangelo secondo Matteo” anche, e non era un film né facile, né comodo. Se poi pensa che la censura ha fatto scomparire “Canterbury” dalla circolazione, vedrà che è assurdo dire o sospettare che l’ho girato per riempire le sale cinematografiche. A quanto pare le ho vuotate. E questo potevo anche immaginarlo, solo che quel film lo volevo fare e l´ho fatto.”


“Sua madre, signor Pasolini, va a vedere i suoi film?”



“Mia madre va poco al cinema, Anzi mai. E comunque, se è questo che vuol sapere, mia madre ha fiducia in quello che faccio, nella mia buona fede, nel rispetto della verità. E i miei film rispettano sempre la verità anche la più nascosta. Anche la verità che fa paura.”


È questo Pasolini? Non certo tutto il Pasolini. Pieno di contraddizioni e di verità, di pudori e di spregiudicatezze, di tormenti e di estasi, è un diabolico mosaico di luci e ombre difficile da decifrare.





Anna Corradini. “Pasolini: mi dichiaro innocente! Il regista nega che i suoi “Racconti di Canterbury” siano osceni. “Invece di pigliarsela con me”, dice, “Dovrebbero censurare la TV” sul settimanale “8 OTTO” 1973, pp.18-23
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