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Pasolini nel racconto degli intimi con i quali sognava di invecchiare. Epoca, 1975.



Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film "Il Decameron" 22 aprile 1971 © Vittoriano Rastelli/Corbis/Getty/Riproduzione riservata

Alla madre, fino a martedì scorso, nessuno aveva detto co­me e morto Pier Paolo Pasolini: sapeva soltanto che il figlio ave­va perso la vita in un incidente d'auto. Nel grande salone di via Eufrate 9, tappezzato di libri edi quadri, alcuni dei quali dipinti dallo stesso scrittore, la signora Susanna Colussi 80 anni, si aggira sorretta da un'amica con un lento gemito ininterrotto che le esce dalle labbra ormai da giorni e giorni. Accanto, po­chissimi amici, quella ristretta cerchia di intimi con i quali, in vita, Pasolini si era costruito una sua famiglia, al riparo da ogni attacco o accusa: la cugi­na Graziella, i due fratelli Citti, il cugino Nico Naldini (le ma­dri sono sorelle), regista del film Fascista, Laura Betti, forse l' unica donna in un certo senso amata, e Ninetto Davoli, l'atto­re che era diventato per lo scom­parso come un figlio.


«Li ha tutti vicini quelli che gli volevano veramente bene», dice Cesare De Santis, custode della palazzina dell'Eur dove Pasolini si era comperato un appartamento (tre camere da letto, doppi servizi e un salone) con i guadagni del film Il Vangelo secando Matteo. «Sono i compagni di sempre, coloro che potevano salire da lui senza far­si annunciare.» Ricorda Nico Naldini: «Aveva un concetto severo dell'amicizia; stargli accanto era un impegno continuo. lo lo conoscevo da sempre, gli ero parente, ma ancora adesso, mentre ne parlo, provo una strana soggezione, quasi il timore di reccargli fastidio con una frase inutile, una osservazione di troppo» . Con uno stanco sor­riso, Sergio Citti, regista di Storie scelerate, aiuto di Pasolini, ispiratore di molti suoi scritti, ripete : «Gli dicevo spesso: "A Pa', sei n poco fesso'", per­ché era troppo buono con tutti». Quando domenica 2 novem­bre Maria Teresa Lollobrigida ha visto per prima il suo corpo a pochi passi dal mare, tra Ostia e Fiumicino, lo aveva indicato al marito scambiandolo per un mucchio di immondizie. Una scena e un dialogo che sembra­ vano prefabbricati, come se u­scissero di peso da un finale scritto o filmato da Pasolini stesso. Poi sono venute le com­memorazioni ufficiali , l'omaggio degli avversari, la spietata ricostruzione della sua fine. Si so­no analizzate le opere, spiegate le ultime polemiche che lo ave­vano contrapposto ad altri in­tellettuali della sua generazione, tracciato il profilo del suo pen­siero. Ma chi era, in realta, Pa­solini? Quale uomo si celava dietro lo scrittore, il poeta, il cineasta discusso?


«La sua vera vocazione era quella di insegnare, di comuni­care agli altri, soprattuto ai giovani, quanto era riuscito ad apprendere », racconta Naldini.


«Così 'ho visto la prima vol­ta, a tredici anni, in una frazio­ne di Casarsa, in Friuli, quan­do faceva scuola a me e ad al­tri figli di contadini. Ci abitua­va a leggere Montale e Saba, ci interrogava su quanto ave­vamo letto, correggeva le nostre idee. Se oggi posso dire d'avere acquistato qualche conoscenza, lo devo a lui, al suo metodo per affrontare le verita dell'uomo.» Così era rimasto fin da quando, a Roma, negli anni cinquanta, abitava in borgata vicino al carcere di Rebibbia e insegnava in una scuola privata di Ciampino.


«Dicono che io sia stato il suo ispiratore. In realta, erava­mo

come una cosa sola», continua Sergio Citti. «Quello che rammento del primo incontro, e la maniera con cui riusciva a cavare dai miei discorsi un filologico, a farmi riflettere, a far scoprire in me stesso, un esem­pio dopo l’altro ció che già co­noscevo e non sapevo ancora di pensare.» Poche ore prima del­ la morte, Pier Paolo Pasolini era stato a cena con Ninetto Da­voli, i figli e la moglie di lui.


«Abbiamo parlato e riso, ram­mentando la fatica sua, per far­mi capire le cose, la meraviglia mia d'essere ascoltato da uno tanto intelligente. Ci conosce­vamo da sempre, ma non era cambiato nulla. Era gentile co­me la prima volta, mi ascoltava attento, mi suggeriva la parola giusta.»


E difficile, ora, dai ricordi dei pochi fedelissimi ricostruire il dramma umano di Pasolini, la sua rivolta contro ogni tipo di violenza, il suo senso di isola­mento, la meraviglia per l'ostra­cismo che l'aveva relegato in una immagine di scrittore ma­ledetto. Vi si era adeguato, con una vita di relazioni ridotte all´osso: pochi intelleltuali scelti con cura, uno svago legato a veementi partiti di calcio sui campetti di borgata, le parche cene in trattoria , le solitarie e­ scursioni notturne alla ricerca di nuove esperienze di fugaci af­fetti. «Quando eravamo giova­ni, dopo aver passato la gior­nata a scrivere e riscrivere, a discutere, ci lasciavamo la sera ciascuno per la sua strada: io andavo a ragazzine, lui con gli amichetti. Gli dicevo spesso : "A Pa', perché non provi con qualche donna?"», racconta Citti. «Una sera me lo vidi capitare davanti teso e deluso: era sta­to con la Franca, una che cono­scevarno bene tutti . Ne cavò poi la su a poesia più bella intitolata “Per un figlio non nato”».


Il benessere, raggiunto attra­verso i ricavi dei suoi films più famosi, aveva cambiato ben po­che cose. «Oltre alla casa quall'Eur, se ne è costruita una al mare assieme a Moravia e ha riadattato un vecchio castello vi­cino a Viterbo», dice Franco Citti, l'attore reso celebre con il film Accattone. «Ma ha fatto tutto per noi, perché voleva, da vecchio, averci attorno, come una grande famiglia, lontano da­ gli intrusi, da chi gli voleva ma­le.» Con la stessa attenzione aveva difeso il suo affetto più grande, quello per la madre.


«Quando lui doveva anclare fuori Roma per lavoro, veniva da me, si sedeva qualche istan­te in guardiola, e m i ripeteva le raccomandazioni di sempre» , dice il custode di casa. «La prego, non faccia salire nessuno che lei non conosca. La mam­ma non e più giovane, non si sa­prebbe difendere» . Una racco­mandazione che affidava alle poche donne della sua vita: la cugina Graziella, l'attrice Laura Betti. È stata la Betti , ora chiu­sa in un teso mutismo, a preparare la povera madre al tragico annuncio, così come in questi giorni ha disposto ogni cosa per il funerale.


«Lo riportiamo a Casarsa, tra la gente che parla la lingua che gli ha ispirato la prima rac­olta di versi, accanto al fra­tello ucciso durante la guerra partigiana» . Conclude Nico Nal­dini. «Era il suo sogno rivede­re quella terra e riposarvi per sempre.» Un sogno che la mor­te, per tanti versi ancor più tri­ste di quanto Pasolini avesse mai immaginato, ha reso real­tà. A chi gli voleva bene e ri­masto il suo affetto e, nel ri­spetto per un maestro molto amato. Anche l'illusione che non tutto sia stato occasionale: «Non riesco a credere che sia finito così» , continua a ripetere Sergio Citti. «Se un giorno si venisse a sapere che ad ucci­derlo non e stato soltanto quel povero ragazzo di borgata, ora i n prigione, non mi meraviglie­rei. Pier Paolo era diventato la cattiva coscienza di un mondo a cui è rimasta soltanto la rab­bia della violenza per difendersi.»



Marzio Bellacci. "Pasolini nel racconto degli intimi con i quali sognava di invecchiare. Sangue nella borgata." "Epoca", 15 novembre 1975, pp.23-23.
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