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Perché i registi fanno film difficili?. Pasolini: Non posso scendere al livello della TV, 1968


Pier Paolo Pasolini con Silvana Mangano in una pausa durante le riprese del film Teorema, 1968 ©️ Angelo Frontoni/Museo Nazionale del Cinema/Torino/Tutti i diritti riservati


Forse mai come in questo periodo il cinema ha sofferto di quel male que va sotto il nome di “incomunicabilità”. Da un lato esso offre al pubblico pellicole di facilissime “digestione”, assoluto disimpegno (western, polizieschi, commedie giallo-rosa), e dall’altra propone opere impegnate, importanti, che indagano nelle pieghe più nascoste della nostra società e nell’animo di cada individuo con intendimenti seri e polemici, e con risultati intellettualmente e artisticamente assai vividi, ma che esprimono con un linguaggio non sempre comprensibile alla parte più vasta (e culturalmente meno preparata) del pubblico.


Soprattutto i registi giovani (più aggressivi, severi, meno disposti a lasciarsi corrompere dalle regole della produzione commerciale) risultano i più misteriosi, con le loro immagini fatte da simboli e i lor personaggi ai limiti della nevrosi. Il pubblico più sprovveduto si accosta a questi film con modestia e con un grande desiderio di capire, ma sovente ne esce confuso, insoddisfatto, perfino umiliato.


Il cinema per le sue caratteristiche di mezzo divulgativo, deve raggiungere vastissime platee, deve farsi comprendere da milioni di persone, deve parlare un linguaggio accessibile a moltissimi (se non a tutti): se resta una opera per pochi intenditori, da riporre in bell’ordine in una cineteca, viene certamente meno alla sua primaria funzione. Perché dunque i registi non fanno uno sforzo per offrire anche a chi è meno preparato la chiave per interpretare le loro opere e i loro personaggi? Esistono motivi validi perché un regista faccia film che escludono dalla loro comprensione una vasta fetta di spettatori?


Abbiamo rivolto per primo queste domande a Pier Paolo Pasolini, sollecitati anche da alcune lettere di lettrici le quali ci hanno scritto di aver visto Edipo re e di non averne afferrato il significato.


Pasolini è certamente uno degli autori più interessanti del nostro cinema. Esordì nel 1961 portando sullo schermo i ragazzi delle borgate romane più povere e disperate e, attraverso le vicende di Accattone, descrisse il dramma di tanti giovani che,m come lui, vivono ai margini di una città che li respingi e soffoca in loro slanci e speranze. Era un discorso che gli stava molto a cuore, che aveva già affrontato nei suoi libri e ce lo ripropone nel 1962, con Mamma Roma. Poi, lentamente si staccò da questi personaggi, e con le opere successive, soprattutto l’ultima, Uccellacci e uccellini, e Edipo re, allargò il suo discorso ad altri temi, divenne sempre più complesso, s’inoltrò più acutamente nell’animo dell’uomo d’oggi cercando di capirne le crisi ideologiche, di spiegarne le tare psichiche, cercò di risalire all’origine dei suoi complessi. Forse il più difficile dei suoi film rimane Uccellacci e uccellini, anche se lo spettatore è compensato da immagini e momenti di rara poesia, ma anche Edipo re, che sul piano spettacolare è forse il più riuscito del regista ed è quello che ha riscosso un maggior successo di cassetta, ha lanciato perplessa una parte degli spettatori che non hanno compresso il nesso esistente fra la storia di Edipo vera e propria e l’inizio e il finale del film.


Ora, Pier Paolo Pasolini ha girato un nuovo film, Teorema, che uscirà sugli schermi fra qualche mese, ma dalla trama che lo stesso Pasolini ha raccontato si annuncia come il più strano di quanti egli abbia mai realizzato. È prematuro parlare di un film di cui conosciamo solo la trama? Forse, ma ci è sembrato giusto farci aiutare dal suo autore a capirlo, prima di vederlo.


- Perché, Pasolini, lei fa film difficili, di cui il vasto pubblico non riesce ad afferrare il significato?

- Io amo sempre dire che se un produttore mi offrisse cento, duecento milioni per fare un film molto difficile, a livello intellettualmente alto, e quindi aprioristicamente adatto a qualche migliaio di spettatori e non più, non lo farei. A queste poche migliaia di persone mi rivolgo attraverso altri strumenti di comunicazione: una telefonata, una conversazione, una lettera, un libro di poesie, un saggio. Invece io quando faccio un film tengo presente il pubblico normale: non però, sia ben chiaro,abbassando il livello intellettuale del film oppure adattandomi ad una qualsiasi forma di volgarizzazione, ma ne tengo conto come una regola fondamentale. La presenza degli spettatori medi in un film è una regola stilistica, così come un attacco di montaggio, un movimento di macchina, un obiettivo. Cioè, in una parola, il pubblico fa parte dello stile del film. Chiarito questo non mi pongo il problema della facilità o della difficoltà: il mio problema è puramente espressivo, il canone che io tengo presente è quello del bello e del brutto, e non quello del facile e del difficile, utile o inutile. E sempre tenendo conto che una delle regole di questo canone è la presenza del pubblico. Devo aggiungere che io ho una grande stima del pubblico e non mi riesce di considerarlo come un inferiore, verso cui devo abbassarmi. Detesto qualsiasi forma di pedagogia paternalistica. Io parlo con tutta la buona volontà de farmi capire, se poi non sono capito tanto peggio per me, o per chi non mi capisce.


D’altra parte non ho possibilità di scelte perché non posso mettermi in competizione con la TV, ne con l’enorme massa di produzioni cinematografiche commerciali. Esse hanno abituato il pubblico a l’idea convenzionale di ciò che è un film, o i pochi autori cinematografici possono disabituare il pubblico a questa idea soltanto facendo dei film sinceri, e non delle opere che scendano in qualche modo a competere con l’dea sbagliata che il pubblico ha dei film.


Mi hanno detto che al cinema Barberini l’altra sera la gente ribolliva, protestava contro il film “Mouchette” di Bresson e la frase che ricorreva in ogni bocca era - “Ma che film è questo?” - il che significa che il pubblico ha nella testa una idea convenzionale dei film e si spazientisce appena questa idea convenzionale è incrinata.





- D’accordo, Pasolini, il suo rispetto per il pubblico è ammirevole, ma ora, leggendo la trama del suo ultimo, film, Teorema, si ha l’impressione che lei finisca por per tradirlo, il pubblico, offrendogli veramente qualcosa di incomprensibile, quasi misterioso.

- La trama è quella che è, non vedo che cosa ci possa essere di misterioso. Il film ha una sua morale (anzi, non ce n’è una soltanto, perché si sovrappongono due o tre conclusioni) che, alla fine, resta sospesa come un punto interrogativo, che corrisponde all’incertezza del mondo moderno sul suo futuro Teorema è un racconto: cinque amori - rapidi, travolgenti - con quest’ospite misterioso, cinque storie umane: una nevrosi, una vocazione pittorica, una ricerca erotico-mistica, la donazione di una fabbrica, una storia di miracoli. Quindi il pubblico seguirà queste vicende. Non è detto che solo ciò che è esplicito sia chiaro. Fra breve esce il romanzo da cui il film è tratto. Nel romanzo tutto sarà più esplñicito, ma alla fine potrebbe essere più chiaro il film, benché infinitamente più enigmatico.


- Il film narra queste vicende in modo tradizionale?

- Sì, come tutti i miei film.


- Quando lei fa un film ha presente il pubblico, ha detto. Ma forse qualche distinzione fra pubblico femminile e maschile?

- Istintivamente non faccio differenze fra uomini e donne. Può darsi che ci sia, ma io il problema non me lo pongo. Debbo dire però che fra le lettere che ricevo, le più simpatiche, le più carine, sono scritte da giovani donne. Siccome ve ne sono due o tre al giorno (certo, non molte, io non sono Mastroianni) di persone che si mettono in rapporto con me, se dovessi fare una percentuale delle lettere più intelligenti, sarebbero quelle delle ragazze. Quando ho girato Comizi d’amore - debbo dire che le uniche che mi hanno dato delle risposte civili, moderne, aggraziate, sono state le ragazze giovani- giudicando da queste esperienze debbo dire che io, una nuova generazione di donne la vedo con ottimismo.


- C'è un motivo ricorrente nelle lettere di queste ragazze?

- Sì, un particolare senso di autenticità.


- È il terzo film che Silvana Mangano fa con lei, dopo Le streghe e Edipo re. Per quali motivi predilige questa


attrice?

- Che vuole, sono cose che non si possono spiegare razionalmente. La scelta di un viso è sempre irrazionale, è sempre una forma d’amore. Ed è difficile spiegare razionalmente l’amore.






Maria Maffei. Perché i registe fanno film difficili? Risponde Pier Paolo Pasolini: Non posso scendere al livello della TV in Noi donne, n.XX, maggio 1968, pp.12-13
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